Ci ho da avere il tappo del banalatismo nel cervello, l’ho letto da qualche
parte, non vi dico dove che già sicuro lo avete intuito.
E’ così che funziona, quando che è il tuo momento che ci hai da dire quello che
ti passa per nella testa, la gente, ci ha grandi aspettativamenti,da te.
E allora, quando è che tutti stanno lì ad aspettarti e ci hai lo spazio per
farlo, eppure anche il tempo degli altri per farlo, è in quei momenti, che mi
viene il tappo del banalatismo, nel cervello.
Ora io non so esattamente cosa che è il banalatismo ma dev’essere qualcosa di
abbastanza di vicino a questo.
Una cosa da artisti, quello è sicuro, ce lo deve avere pure Lady Gaga, questo
tappo, per quello che delle volte quando che fa gli spettacoli gli ci passano
delle idee strane per nella mente, come attaccarsi con una corda al collo, o
passarsi una bambola là dove che non batte mica il sole. Dev’essere perché a
delle volte non sa cosa cantare o come che far passare il tempo per arrivare
alla fine dello spettacolo, e allora fa quelle cose di tipo lì, con tutto che a
me Lady Gaga mi piace proprio un sacchissimo.
Ora io state tranquilli che adesso non mi ci attacco con una corda nel collo, e
non mi ci metto a fare i giochi con le bambole, ma se mi riesce, cerco di dirvi
qualcosa.
Ho pensato che forse, è tutta colpa di queste scarpe col tacco, che mi
stringono le vene e allora il sangue è fatica che va dove che ci ha da arrivare.
O che forse, quella volta là che per sbaglio il pennellino del mascara invece
di metterlo dove che andava da mettere, me lo sono infilato dritto nell’occhio,
per la fretta, quella volta là ci avevo solo mezz’ora per truccarmi, prima di
andare alla presentazione di quella che ha scritto le Sfumature, che proprio c’era
lei, là nella profumeria, proprio lei che lo presentava, dal vivo. Gli ho letti
tutti, perché a discapitamento
di chi mi giudica solo per il mio aspetto, io si sappia, che leggo.
E il pennellino del mascara io credo, che entrando nell’occhio deve avere
toccato qualche nervo che porta al cervello. Se è vero quello che ci era
scritto nel libro di scienza a scuola, che gli occhi ci passano dritti- dritti,
da quelle parti.
Non lo so nemmeno io, ma a parlare di Lady Gaga, di scarpe col tacco, di
Sfumature e di mascara io credo che sto facendo del banalatismo, sempre ammesso
abbia capito cos’è.
Con tutto che voi, siete ancora lì che aspettate io dica qualcosa che vi
scombussoli, che ci avete grandi aspettativamenti, da me in questo momento.
Però forse, pure a parlare del mondo che va a rotoli, mica finisce che si dice
qualcosa di nuovo.
E allora, facciamo che ricomincio da capo.
Titolo:
“Stagioni Diverse”
Autore: Stephen King
Edito: Sperling Paperback
Numero pagine: 587
Mese: Febbraio
Motivo che mi ha spinto alla lettura: consigliato dalla mia amica Shgeeesssica,
detta “Zia Shgessicah cor l’acca.
RECENSIONE E
OPINIONI DI DUBBIA UTILITA’.
Così, tanto per cominciare adesso vi faccio una premessa, che le premesse sono
fatte proprio per essere messe per prime.
Questo fantastico romanzo, che di fantastico romanzo è ciò di cui parliamo, è
bene sapere una cosa, di questo romanzo.
Stephen King, di mestiere fa lo scrittore.
E questo forse già lo sapevate, ma ora vi dico una cosa che forse non sapevate.
Di giorno, stendeva due romanzi, e la sera, prima di andare a letto, così,
giusto perché non sapeva cosa fare, lavorava a “Stagioni Diverse”.
Che non è il nome di un pub e nemmeno di un ristorante, ma del libro che sto
recensendo in questo momento.
Non avete ancora capito perché la primavera vi sta dando alla testa.
Sto parlando di un autentico capolavoro, che è stato scritto da una persona che
-mi auguro- con tutte le buone probabilità di questo mondo, come ogni essere
umano che si rispetti, alla sera tirava la bocca facendo la forma di una grande
“O” e diceva “Vacacan, son desfà tasi che è venua sera anca ancò, adesso vo in
leto e spaco il materasso”. Ma che però prima di addormentarsi anziché leggere
un libro piano piano ne scriveva uno, e soprattutto esclamava quanto ho appena
scritto non in dialetto veronese ma in ‘mericano.
Sono quattro racconti uno più bello dell’altro, talmente belli, che se non li
avete letti, magari li avete visti, perché ci hanno tratto no uno, no due, ma
ben tre film da questi racconti. E i film sono Le Ali della Libertà, L’allievo, Stand by Me. Se a qualcuno può
servire a dormire meglio ‘sta notte, si sappia che Stand by Me è uno dei miei film preferiti. Se dormivate lo stesso,
tanto meglio, se la cosa non vi fa dormire, provate a sfidare King e a scrivere
un libro così fico come il suo.
Signori e signore inchinatevi tutti davanti a questo mostro, genio, stacanovista,
chiamatelo come vi pare che io non saprei perché ogni aggettivo è limitativo.
Con la premessa credo di aver finito, in ogni caso dovesse venirmi in mente
altro, farò una postilla, che le postille sono fatte proprio per essere messe
in fondo.
Stagioni Diverse, nasce nell’anno in
cui io indossavo ancora il pannolone.
Ora, io non sono vecchia, è il libro che è ancora incredibilmente attuale, di
grande spunto stilistico e narrativo per chi, come dei miei amici, gli ci piace
scrivere e vuole se può trarne insegnamento, ma anche per chi, come dei miei
altri amici, gli ci piace solamente leggere così perché ci ha la sua passione e
Dio grassie che esistono anche quelli che gli ci piace leggere se no i miei
amici che gli ci piace scrivere, farebbero la fame, che tanto la fanno già lo
stesso.
Ma stavamo parlando forse dei miei amici? No, allora andiamo avanti e parliamo
di me che da quando sono iscritta a facebook mi viene che è una meraviglia.
Io Stephen King non sono mai riuscita ad affrontarlo prima di qualche giorno fa
e se ci avete un po’ di pazienza, ora vi spiego pure il perché. Da ragazzina,
la stronza di mia sorella mi ha costretta a vedere It, il film der pajaccio che sbuca dalle fogne e ne sono rimasta a
dir poco scioccata, tanto che pure ora, appena vedo un palloncino volare libero
e leggero nell’aria o un clown, vado via di testa. Non scherzo, se volete farmi
un dispetto, portatemi al circo o liberate a mia insaputa una palla di plastica
colorata nel cielo e assisterete a uno dei miei tanti attacchi di panico. Oh,
adesso che ve l’ho detto, non fate le merde però.
Ma la Sgesssicah che è una mia amica e di lei mi fido, un giorno che stavamo
facendo uno dei nostri discorsi della cultura (zia Shgesssicah non ridere!) mi
ha detto Comprati Stagioni Diverse, vedrai che ti piace!
E la zia Shgesssica ci ha sempre ragione, c’è poco da fare.
Ho letto il libro in pochissimi giorni, e non fa la paura, fidatevi di una
piscialetto come me.
King, ha la grande abilità di saper creare buonissime e brevi tensioni, il
tempo che basta da iniettartele nel sangue ma non troppo da circolare nelle
vene tanto da perdere d’intensità, tipo che comemi pare si chiama adrenalina, questa cosa qui.
Non ti riesce di schiodarti dalle pagine. La stanchezza, e la curiosità reale
del lettore, danno vita a un’ulteriore ansia psico-fisica in grado di fondersi
tutt’uno con le parole dello scrittore, portandoti a una sana isteria che per
l’appunto, non ti permette di poggiare il libro sul comodino.
E non è magistrale solo nelle tensioni, ma pure nel figurato. Le descrizioni
che fa dei personaggi sono a tratti poetiche, ma insieme realistiche. I salti
temporali ti buttano in confusione, ma al tempo stesso ti costringono a
mantenere l’attenzione sulla storia.
Usa un sacco di similitudini, per nulla banali. Purtroppo me ne sono accorta
solo a metà libro, che la sua è una scelta stilistica, ma la cosa che mi sono
ripromessa di fare, quando tornerò a leggerlo –perché sicuramente lo farò- è di
segnarmele tutte, una per una. Ne vale la pena, non sono esaurita, calmi tutti,
leggetelo per capire cosa intendo dire.
Non sono portata per i finali intuitivi, mi danno una punta di fastidio ma King
lo può fare. Geniale l’idea di giustificare questa cosa che gli appartiene,
inserendolo in un racconto tramite la voce narrante di Gordon, uno dei protagonisti
de Il Corpo (Stand By Me) racchiuso appunto in questa raccolta. C’è
quella scena, in cui Gordon racconta una storia di sua fantasia agli amici,
perché Gordon scrive i racconti.
“Sì, bene, e poi che è successo?” chiese ansioso Teddy.
“Non lo so.”
“Come sarebbe non lo sai?”
“Sarebbe che è finito. Quando non sai dopo che cosa è successo, allora è
finito.”
“Cooome?” esclamò Vern (…) “Com’è questa storia? Come ne esce?”
“Devi usare la tua immaginazione.”
Avrei voglia di
parlarvi di ogni singola storia, ma ho paura di annoiarvi, sempre ammesso non
l’abbia già fatto. E non voglio sminuire il grande lavoro fatto dell’autore.
Se però vi ho incuriositi, e decidete di comprarne una copia, ecco forse non vi
consiglio la mia edizione.
Ve la sconsiglio se siete pignoli e amanti dei dettagli, come me quando leggo e
non quando scrivo.
Ve la sconsiglio perché a mio avviso, i traduttori non hanno fatto un buon
lavoro.
Usano spesso forme verbali e ripetizioni cacofoniche che tolgono armonia alla
narrazione. Senza parlare del fatto che ricorrono al verbo incominciò con
grande frequenza.
E io, sebbene il dizionario italiano riconosca la parola “incominciò”, la odio.
Prima di tutto, perché preferisco “cominciò” secondo poi, perché ho grande
fiducia nei sinonimi, che la nostra lingua, quella dello italiano è bella pure
per questo motivo.
Poi va beh ragassi i caratteri sono piccolissimi e talvolta mal stampati, quasi
sbiaditi. Ho rischiato lo strabismo, lo giuro.
Tanti i punti di sospensione. E su questo alzo le mani, che non so se è una
scelta dei traduttori, dell’editore o dello scrittore. Sono ignorante e come
tale forse non dovevo nemmeno tirare in ballo quest’ultimo discorso. In ogni
caso io i punti di sospensione non li sopporto. Mi sembrano una tecnica
sbrigativa per togliersi di mezzo un pensiero e un discorso…
Vi saluto con un paio di righe dello Stephen, comunque…
Le cose importanti sono le più difficili
da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna, perché le parole le immiseriscono –
le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella vostra testa sembravano
sconfinate, e le riducono a non più che a una grandezza naturale quando vengono
portate fuori.
(…) E potreste fare rivelazione che vi costano per poi scoprire che la gente vi
guarda strano, senza capire affatto quello che avete detto, senza capire perché
vi sembrava tanto importante da piangere quasi finché lo dicevate. Questa è la
cosa peggiore, secondo me. Quando il segreto rimane chiuso dentro non per
mancanza di uno che lo raccontima
per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare.
Le cose più importanti sono le più difficili da dire, perché le parole le
rimpiccioliscono. E’ difficile far in modo che un estraneo provi interesse per
le cose belle della tua vita.
Titolo: “Storie
del Bosco Antico”
Autore: Mauro Corona
Edito: Mondadori
Numero pagine: 148
Mese: Febbraio
Motivo che mi ha spinto alla lettura: cimentarmi in una lettura per ragazzi
RECENSIONE E
OPINIONI DI DUBBIA UTILITA’.
Volevo leggere un libro per ragazzi, ma non so per qualemotivo, mi pare sempre che quando i
libri sono destinati ai ragazzi, gli autori tendono a trattarli come scemi, o
idioti, o tutte due le cose insieme, e comprare un libro così del genere non è
che ce ne avevo troppa voglia.
Poi un giorno, così in libreria, scopro che quel burbero di Corona
(l’alpinista, no il paparazzo scemo-idiota o tutte e due le cose insieme) ha
dedicato una raccolta di racconti ai più giovini, mi sono detta Ah finalmente,
e me lo sono portata a casa (pagando. No Corona. L’alpinista. No il paparazzo.
Il libro.)
Amo la montagna, e anche i burberi, i libri già sapete, e mi sembrava che
proprio avevo fatto un buon affare ad aggiungere alla mia libreria questo
“Storie del Bosco Antico”.
Non mi sbagliavo.
Tempo indietro, avevo letto “Il Canto
delle Manère” dello stesso autore, verrà il tempo di rileggerlo, di farci
la recensione, ma nell’attesa io vi dico, compratelo “Il Canto delle Manère” perché è poesia ruvida allo stato puro.
E dunque ora parliamo di questo “Storie
del Bosco Antico”. Una raccolta di 44 racconti, tutti non più lunghi di due pagine, capitolati
da fantastiche illustrazioni dell’autore in bianco e nero (credo in origine
fossero acquerelli, peccato l’editore abbia scelto la versione monocromatica).
E non sono i soliti manga con gli occhi giganti a cui siamo abituati, nemmeno
caricature tenere, ma vere e proprie figure forse un po’ stilizzate ma
perfettamente aderenti alla realtà.
Me lo immagino io, Corona, là seduto su un mozzo di tronco d’albero, col suo
quaderno, la sua penna, i suoi colori, in totale solitudine, che ogni tanto
smadonna, se un uccello gli ci caga in testa ma che imperterrito continua a
riempire le sue pagine rosicchiando un panino secco, accompagnandolo con
qualche tracannata di vino rosso.
E’ indubbio, il Mauro io lo preferisco quando si rivolge agli adulti, lo vedo
più sciolto, più a suo agio con le sue espressioni dialettali, in mezzo ai suoi
briganti, e alla sua solitaria sociopatia, tuttavia anche quando si rivolge a
un pubblico più tenero, la fantasia che lo caratterizza non viene a mancare, i
profumi, gli odori e i colori della montagna ce li regala in entrambi i casi, e
questo credo sia l’importante.
Ecco quindi 44 storie di animali diversi, e delle loro mutazioni nel tempo.
Bestie che si presentano ora con l’aspetto che conosciamo, per merito del loro
passato, del loro vissuto, della mutazione genetica avvenuta per adeguarsi
all’ambiente che li circonda. Fa strano, non chiedetemi il perché che non mi va
di spiegarlo, come lo scrittore, decida di mettere nelle mani e nei meriti del
Signore queste trasformazioni di cui vi ho parlato. Ad ogni modo, la cosa non
crea fastidio, nel complesso tutto scorre e non sembra di stare a una lezione
di catechismo o chechessò io.
E’ un libro per ragazzi, le morali non mancano. Anche se nessuno me lo toglie
dalla testa, le morali sono fatte per gli adulti e non per i giovini.
Concludo trascrivendo il mio racconto preferito di questo libro, così vi fate
un’idea. Il mio racconto preferito, fa “La Civetta”, di titolo.
La Civetta
La civetta prima di diventare civetta era una vecchia un po’ tocca che andava a
tutti i funerali del paese e nei villaggi vicini. Molti la consideravano
completamente pazza ma non era vero. La donna viveva in un mondo tutto suo, ma
sapeva quello che faceva. Ad esempio, durante i funerali cantava nenie allegre
perché, diceva, i morti vanno accompagnati con dolore lieve. “Sono andati a
stare meglio” ribadiva ogni volta. “Bisogna cantare.” Ma chi aveva avuto la
disgrazia in famiglia non era molto d’accordo. E la cacciava, a volte in malo
modo. La consideravano una disgraziata, una che invece di piangere ai funerali
cantava, una pazza. O peggio ancora una strega. Finì che anche la povera
vecchia morì. La trovò un boscaiolo in una radura a metà di settembre, quando
l’autunno dava i primi segni di presenza.
La portarono in paese dentro a una gerla perché era diventata minuta. Pareva
che la terra della radura se la fosse risucchiata come una caramella.
“Facciamole il funerale” disse qualcuno. “Vediamo se canta anche al suo.”
“No! La bruciamo. Niente funerale. Questa va bruciata a uso le streghe.”
dissero altri.
Il prete cercò di opporsi ma fu costretto ad arrendersi, Fecero un cumulo di
ramaglie, vi misero dentro la vecchia che pareva un cartoccio e gli dettero
fuoco. Dalle fiame salì un canto, il canto che la donna intonava ai funerali,
Poi videro un uccello liberarsi tra il fumo e sparire. Aveva gli occhi grandi e
misteriosi: era una civetta. Da quel giorno la leggenda vuole che ogni volta
che canta la civetta, qualcuno debba morire. Ma è soltanto una stupida
fandonia, il canto della civetta è bello e allegro, e soprattutto, non fa
morire nessuno.
Ecco, io non so
per voi ma per me è fico.
Seguirebbe pure l’illustrazione, come vi ho già detto.
L'autore, fragio, che tanto pensieri vuoi che abbia visto ha fatto un sacco di soldi.
Titolo: “Lo
Strano Caso del Cane Ucciso a Mezzanotte”
Autore: Mark Haddon
Edito: Einaudi
Numero pagine: 247
Mese: Febbraio
Motivo che mi ha spinto alla lettura: Ho letto la trama, lo comprato. Nulla di
più semplice.
RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITA’.
Ci sono dei lati positivi, nell’avere l’influenza. Tipo che puoi leggere un
sacco di libri perché ci hai un sacco di tempo libero. Questo mese ci sto dando
dentro alla grande, ragassi.
Curioso, questo Strano caso del Cane etc etc etc.
Curioso il punto di vista della voce narrante, curioso il fatto che vengano
integrate delle illustrazioni, al romanzo. Curiosa la trama, che se anche ha un
po’ il sapore del “già sentito”, riesce ad avere la sua originalità e la sua
impronta, che è inglese, e si sente.
Dai che vi racconto di Christopher.
Se gli chiedete Perché ti chiami Christopher?Lui vi risponderà così:
“Significa colui che porta Cristo, Mi domando come si chiamasse Christopher
prima di trasportare Cristo dall’altra parte del fiume”
-è a pg 22 questa frase, che mi ha fatto innamorare del libro da subito-
Ha 15 anni, 3 mesi e (all’inizio del racconto) 3 giorni. Soffre di una forma di
autismo, anche se spesso pare più un genio che un autistico, per quanto ne
possa sapere io, dei bambini con questo genere di difficoltà.
E’ un investigatore, lui, ci ha da risolvere un caso che poi è pure il titolo
del romanzo, sia di questo di cui stiamo parlando, sia di quello che sta
scrivendo, che poi sono la stessa cosa.
Ne sa a pacchi di matematica, un po’ meno degli esseri umani, ha tante paure, odia
essere toccato, ma pure il giallo e il marrone, ci ha un sacco di manie e ce le
illustra schematicamente e con grande logica, lungo il cammino del racconto.
Che si perde.
Da investigatore, diventerà un avventuriero coraggioso, se volete scoprire
come, leggetevi il libro che io le recensioni ve le faccio per invogliarvi alla
lettura, mica per farvi risparmiare evitando di spendere qualche euro.
E’ bello, come tutta la struttura del romanzo, interagisca con lo spirito del
protagonista.
Il libro è diviso in capitoli, che non vengono numerati in ordine cardinale, ma
in numeri primi, grande fissazione del Christopher. E ci sono le illustrazioni,
per aiutarci a capire quello che vuole dire, che gli han detto le descrizioni sono
importanti in un libro ma lui, capisce d’essere troppo puntiglioso per farcele
e allora semplifica il tutto con un disegno. Dopotutto, il libro è il suo,
quindi è giusto ce ne faccia un po’ quello che gli pare, no? E vuole essere un
libro giallo il suo, ma lui odia il giallo, sarà per questo che giallo non è.
Le descrizioni tuttavia, non mancano e sono magistrali: toccano subito il
punto, riescano ad essere esaustive in poche righe, poetiche e ciniche allo
stesso tempo, che io non so proprio come fa, e lo invidio.
Un bambino così piccolo, con tutti i suoi problemi, con moderato distacco,
concretezza e incosciente umorismo, riesce a parlarci della morte, di Dio, del
senso delle cose, dei suoi sogni ”che poi
finiscono che io sono felice”. E lo fa all’acqua di rose, facendoci sentire (o almeno per me così è stato)
degli allocchi.
Sono sempre un po’ scettica però, quando si sfiorano certi tasti, voglio dire,
dopotutto il libro non è stato veramente scritto da un bambino autistico, e in
certi tratti si vede, trasale questa cosa rendendo per brevi tratti il romanzo
un po’ debole e irrealistico nel suo forte pragmatismo.
Per quanto ci si possa documentare in merito, non credo esista nessuno che
possa essere in grado d’immedesimarsi completamente nella situazione e
riportarla fedelmente.
L’autore quindi, a mio avviso sbaglia a rendere il protagonista troppo
cosciente dei suoi movimenti e dei suoi pensieri. Nessuno lo è. O quanto meno
poteva risolvere la cosa spostando ogni tanto la voce o l’occhio narrante in terza
persona. Questo forse, è l’unico flop.
Un po’ come essere rimasti indietro col sale nell’arrosto. Ma solo giusto un
po’.
Ci sono dei lati positivi,
nell’avere l’influenza. Tipo che puoi leggere un sacco di libri perché ci hai
un sacco di tempo libero.
Allora. Ci ho il letto io, nella camera che è proprio di fronte
alla finestra e ci ho una mania, io, che ovunque dormo i letti, devono essere
di fronte a una finestra, per guardare fuori che ci ho la clausto..o
claustrofobia, io, mi serve. E siccome sono piena di bacilli in questo periodo,
allora a letto ci sto un po' di più, per via dei bacilli, mi serve. Allora. Ci ho il buon tempo più del solito, ora. Stavo lì, che leggevo il libro, ci avevo gli occhi
pieni con le lacrime perché sono sensibile e mi basta poco, e dopo ho finito il
libro, l'ho chiuso, ho alzato lo sguardo fuori dalla finestra e ci erano i
fiocchi di neve, pure col vento. Ci erano il rumore del vento, il silenzio della
neve, e le gocce negli occhi. Tutto questo toglieva il fiato, e a chi può
interessare è stato bellissimo.
Titolo: “Pancreas -trapianto del libro Cuore”.
Autore: Giobbe Covatta
Edito: Salani Editore
Numero pagine: 160
Mese: Dicembre/Gennaio
Motivo che mi ha spinto alla lettura: Quando liberare la libreria ha i suoi
lati negativi.
RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITA’.
Che cosa intendiamo per lettura comparata? Quanto sce piasce de esagggerà?
Ora vi do’ tutte le risposte.
E’ successo che il mio moroso mi ha detto Guarda te che casino quanti libri che
ci hai ti pare il caso di tenerli in un armadio ti costruisco una libreria,
così mi ami.
Allora lui me l’ha costruita e io l’ho amato.
La domanda in ogni caso era Cosa è una lettura comparata?
E’ successo che lì, rovistando tra le pile di libri che ci ho e che ammucchio
da quando che ero ragazzetta, sono sbucati questi due romanzi. Il libro “CUORE”
che a chi gli ci può interessare, è stato il primo libro che ho letto, e
appunto Pancreas –trapianto del libro Cuore.
Mi sono detta uau, adesso per il mio blog faccio la esagggerata li leggo
entrambi di pari passo e poi ci faccio la recensione. A volte la mia
intelligenza mi stupisce come se scoprissi di averla.
Andiamo per ordine, così andiamo meglio.
Cominciamo con Pancreas.
E per cominciare con questo libro vediamo da dove cominciare perché è una
sfida.
Intanto, mi piacerebbe capire com’è che ci è finito nel mio armadio, per
esempio. Errori di gioventù, credo. Il prezzo di copertina in Lire, può darmene
la conferma.
Fa parte, secondo me, di quel genere di libri che uno compra in sole due
occasioni (se escludiamo l’errore di gioventù):
1- Per metterlo vicino alla tazza del cesso.
2- Appendicite.
Sapete no, quando
succede che ti ricoverano così, dal niente e di sorpresa e mica pensi Aspetta che mi
porto un libro va là, no. E allora qualche parente ti dice Vuoi che ti porto
qualcosa? E te gli dici Un libro, grazie. E il parente si ferma all’edicola
dell’ospedale e prende il primo libro che vede, e te lo leggi, ancora stordito
dall’effetto dell’operazione e dell’anestesia e pensi Forse questo libro non fa
ridere perché sono rincoglionito da tutte quelle cose lì. E lo conservi con la
speranza che da sano sia divertente, ma però…no.
Ora, io l’ho letto da sana per cui posso essere oggettiva.
La prima cosa che mi viene da chiedermi è PERCHe’?
Voglio dire.
Signor Giobbe, lei un giorno si sveglia e dice Guagliò, mo’ oggi scrivo un
libbbro e lo chiamo “TRAPIANTO DEL LIBRO CUORE” we-we!
PERCHé?
Ora forse sono io troppo critica ma a mio modesto avviso, quando si decide di
scrivere una parodia di qualcosa (di qualcosa per altro terribilmente famoso) è
bene conoscerne le vicende, le storie, lo stile di scrittura del testo
originale, se no uno dice Oggi scrivo un libro che non fa ridere, punto e
basta, E magari gli ci mette un titolo diverso tipo “Libro che non fa ridere”così,
giusto per non deludere le aspettative dei lettori.
Parlare delle varie vicende che possono accadere in una classe di scuola
elementare, non basta per paragonarsi al libro di De Amicis.
Ma forse, se vivi sotto l’ala protettrice di Costanzo Maurizio allora puoi
prenderti certe libertà.
Pure nello stile.
Volgare per nulla sottile, privo d’intelligenza come dovrebbe invece essere nel
genere umorista.
Battute infilate così per fare, ogni tanto, battute all’inglese tipo Oggi è il
31 Dicembre, ci vediamo l’anno prossimo.
Cade nel totale qualunquismo, quando si mette a parlare dei terzomondiali, dei
meridionali, dei poveri, quando scherza sulla religione. Cade nel totale qualunquismo sia per i
temi che per i modi.
Di cattivo gusto pure la scelta di dare in mano le illustrazioni riguardanti le
lezioni del giorno, a un sordomuto.
E qui chiudo perché se penso che c’è la gente che fa i soldi scrivendo libri
così, allora è meglio che diventiamo tutti analfabeti e non se ne parla più.
Eddy
E ora, veniamo
al primo romanzo che m’ha introdotto nel fantastico mondo della lettura alla
età di 9 anni, come prima pagina del libro stesso e la mia grafia da bambina
dimostrano.
Proseguiamo con Cuore.
Titolo: “Cuore”
Autore: Edmondo De Amicis
Edito: Arnoldo Mondadori Editore
Numero pagine: 297
Mese: Dicembre/Gennaio
Motivo che mi ha spinto alla lettura: Quando liberare la libreria ha i suoi
lati, lati.
RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITA’.
Tutti si ostinano a chiamarlo “Libro Cuore”. Niente, volevo essere
precisa e dirvi che si chiama solo Cuore. Quanti pianti che ci avevo fatto sopra, ai tempi.
Da adulta, ho amato proprio come allora i protagonisti della storia.
Questi bambini, tutti presi a risolvere difficili problemi di quattro
operazioni, che trasportano miriagrammi
di legna o carbone prima di andare
a scuola, che scrivono con lapis e pennini poi si aspettano per strada con la
riga in mano per fare a cazzotti ma finisce che si abbracciano.
Ragazzini che giocano a fare la sassaiola
(e un sacco di altre scapestrerie come
scappellotarsi ) coi compagni, che si
fanno investire dagli omnibus, che
fanno merenda con prugne cotte, ovi sodi, pere piccole, una pugnata di ceci lessi,
ma soprattutto con pane e zibibbo e
se ne vanno in giro con le mele attaccate ai denti come i cani.
Bambini storpi, malati di Crup, mutini, gobbi, coi padri ubriachi e le mamme
malconce, bambini vestiti da campagnuoli
, che gli cascan tutti i giorni le lagrime
sul banco.
Che parlano come i vecchi usando espressioni tipo “ A un dato momento, correvo
ai miei giuochi pieno d’allegrezza” o “Ieri l’altro mattina, avant’ieri, anni
sono” o “Tu mi ciurli nel manico” e via andare…
Ragazzini che tutte le mattine, stanno lì ad aspettare che il bidello annunci
loro il finis per andare a ritirarsi
tra le mura domestiche chi per prepararsi agli esami, chi per copiare il racconto del mese, chi per essere
sottomesso allo sfruttamento lavorativo minorile.
Protagonista di tutto questo fantastico contorno è Enrico, figlio di una
famiglia agiata che a scuola non è una cima ma non fa nemmeno pietà, uno dei
pochi bimbi senza pensieri che compaiono in tutto il romanzo, che poi è un
diario. Un diario centrato prevalentemente sul patriottismo, i valori
dell’amicizia e della famiglia.
Enrico, fosse nato nei tempi nostri secondo me ora vivrebbe con dei grandi
problemi d’ansia dovrebbe fare i conti ogni santo giorno con attacchi di panico,
senso d’inferiorità, stitichezza.
I genitori, la sorella maggiore, non perdono tempo a rimproverarlo per
qualsiasi cosa combina( e fidatevi non è che faccia cose diaboliche,
ricordiamoci che è un ragazzino!)
facendolo tal volta sentire l’ultima ruota del carro. Intervengono addirittura
nel suo diario personale lasciandogli scritta qualche riga, talvolta
La privacy alla fine del 1800 non è che si sapeva proprio bene cosa fosse ma va
beh. Gli ci scrivono “VERGOGNA, ENRICO!” oppure “SOLO QUANDO TUO PADRE MORIRà
CAPIRAI QUANTI DISPIACERI GLI HAI DATO, TU MI FARAI MORIRE, UN GIORNO! –tua
madre”. A me personalmente, la volta che mi ha fatto ridere di più è stata
quella che la sua sorella gli ci ha scritto “ Perché Enrico mi hai fatto quello
sgarbo? Scrivimi una buona parola te ne prego e ti perdonerò.” Risposta “NON SON DEGNO DI BACIARTI LE MANI.”
Ecco.
Una cosa mi piace di questo libro Cuore. Le disgrazie si rincorrono una dietro
l’altra, e nonostante regni il perbenismo (giustificato dell’epoca) non è che
come va di moda ora l’autore o i protagonisti usano frasi come che tipo Andiamo
avanti col sorriso.
Prendono atto del fatto, che la vita, è abbastanza una merda, e se ne fanno una
ragione.
Al di là del fatto che questo romanzo, sia stato partorito per spiegare ai
giovini di allora l’educazione,
credo sia questa la cosa che i giovini di oggi devono imparare dai giovini di
una volta.
La vita è abbastanza una merda, prima lo capite, meglio è.
Lo
stomaco che preme, il fiato corto, i piedi fermi, le unghie sporche.
Il naso che non esiste, le mani viola, le labbra piccole, i denti marci.
Il piscio che prima scalda poi gela, le cosce non rispondono, i polpacci duri,
le ossa fragili.
Il cappello di giornale, il letto di cartone, una giacca troppo stretta, un
maglione sgualcito.
I pantaloni lerci, l’alluce che sbuca ciabatta, il tallone coperto di poca
pelle, i glutei rigidi.
Il whiskey ancora da finire.
L’occhio vitreo, sconvolto da prima.
Un quaderno ingiallito stracciato tra le dita
profuma di vita.
Mi pare è cominciato tutto quando ero da ragazzetta, tipo.
La maestra che chiede il mio diario, la sua penna che scava il foglio, la
consegna della nota a casa.
Poi, il silenzio.
Mi sono ritrovata diversi giorni dopo in quello studio che non puzzava di nera pelle
morta e fa i rumori dello scivolo come nei film. Era piuttosto una stanza
normalissima. Poggiati a un muro bianco, c’erano una sedia e una scrivania di
compensato rivestiti da una pellicola color cachi.
Dimenticato in un angolo, ragnatelizzava un lettino pieghevole sommerso da
plichi di fogli e riviste specialistiche.
La puzza di candeggina da 500lire pizzicava le narici.
Ci dovrebbero ambientare un po’ di telefilm gli mericani, lì nell’ambulatorio
psichiatrico della mutua, giusto perché la gente quando è poi che ci casca
dentro non ci rimane così peggio. Ma gli mericani mica ci hanno la mutua mi
sembra, per cui accontentatevi della mia descrizione, qualora doveste entrare
lì dentro, nel reparto dei schiaccia cervelli dei poveri, che è così da poveri
da non avere nemmeno il pendolo muto della mutua per fare la ipnosi.
Pure il dottore, mi pare che mi ricordo non era così fico come quelli della
televisione, se escludiamo i conduttori delle aste su Postal Market, che allora
sì, se pensiamo a uno di quelli allora ci andiamo vicini. Ce l’avete presente
il tipo, lo so, quindi inutile dilungarsi in pesanti dettagli, che già i conduttori
di Postal Market lo sono. Se Postal Market non l’avete mai visto, allora proiettatevi
nella mente la immagine di Maurizio Costanzo che si stuzzica i buchi del naso.
Qual è il problema?
Gli ci ha chiesto il dottore.
Eh, la maestra dice che ci ha una difficoltà. Non le si toglie una parola dalla
bocca a questa, e se prova a parlare, non fa discorsi tanto dritti. Però c’è un
però: quando ha una penna in mano la pol pissar in leto e darghe da intendar a
tuti che l’à sudà.
Allora il dottore non è che – sempre come fanno vedere nella televisione- guardava
il nulla fuori dalla finestra, univa i polpastrelli di entrambe le mani come
quando che allo specchio,e diceva Interessante.
Leggeva il quotidiano e diceva Mh.
Mh, e basta.
Eh, dottor sia inteso, mi e me marì non semo boni de far na “O” neanca col cul
del goto, dunque se l’è un genio, sarebbe meglio la cosa restasse tra noi, mio
marito certe cose non le deve sapere, io col postino non ci volevo andare, è
stato un momento di debolezza.
Questa cosa non interessava neppure a me, figurarsi se poteva interessare al dottore,
o al Costanzo.
Immagino possa interessare poco anche a voi com’è che è andata avanti la storia,
di chi sono figlia eccetera eccetera, però per spiegarvi dove voglio andare a
parare vi dico qual è l’inghippo che ci ho, da che ero ragazzetta.
Tolto il fatto che non sono un genio, anche se è tutto da dimostrare perché dei
dottori pagati a ticket non bisogna fidarsi mai troppo, il difetto è questo.
Pare che ci ho talmente tante cose da dire quando è che mi metto per parlare,
che le parole anziché uscire con un senso logico, se ne vengono fuori un po’
alla vaffanculo.
Il risultato appunto, è che non ci si capisce nulla. Se però le scrivo, è
diverso. Faccio qualche errore di sintassi è vero, ma da che quando ho scoperto
mi piace di scrivere i racconti, passano inosservati. Dicono faccio “scelte di
stile” per carità meglio così, tutta una vita a sentirmi dire che non sono
furba, mica la posso fare.
Allora io che i temi a scuola ero bravissima, un giorno che però avevo
cominciato a lavorare, ho deciso di fare un corso di scrittura creativa. Fa te
che la mia collega mi ha chiesto Esci ‘sta
sera? No ci ho da andare al corso di scrittura creativa. Wow, allora un giorno
devi farmi una bella scritta che me l’attacco in casa, a me i murales mi sono
sempre piaciuti.
A parte che quando una ti dice così, è lì che metto in dubbio la diagnosi del
dottore e mi sento un genio da matti, che è imbambita mica glielo dico a voce alla
mia collega perché lo so che è un attimo quando è che voglio dire una cosa e me
ne viene fuori un’altra.
Allora se volete che vi dico una cosa, ora ve la dico.
Siccome sarò pure scema ma mica stupida, per evitare fraintendimenti, nella
maggior parte dei casi e in situazioni simili come questa, torno a casa e ci
scrivo un racconto.
Lo scrivo da seria così mi sfogo, poi lo faccio leggere a qualcuno.
Finisce sempre così: quel qualcuno scoppia a ridere.
Ci è da mettere in dubbio se pure per iscritto magari non è che mi spiego
troppo, ma meglio così, piuttosto che fare da piangere.
Le parole ci hanno la loro importanza, ma per quanto provi a spiegarle,‘gnuno ci capisce quello che gli fa più
comodo.
La cosa importante è quando e come le scegli d’usare, che se le usi è perché ci
hai qualcosa da dire altrimenti se ci ha una coscienza taci, no?
E’ l’impatto, che conta.
E sapete qual è la linea sottile che divide tutto ciò dalla pazzia?
Che voi siete stati qui con me ora e per tutto questo tempo, aspettando succeda
qualcosa, nel mentre che vi sto raccontando del niente.