giovedì 18 aprile 2013

RECENSIONE Senza Candeggio n 20. "L'Amante di Lady Chatterley" di D.H.Lawrence

D.H. SPORCACION


Titolo: “L’amante di Lady Chatterley
Autore: D.H. Lawrance
Edito: grandi tascabili Newton
Numero pagine: 303
Mese: Aprile
Motivo che mi ha spinto alla lettura: che imbroglio era, maledetta primavera.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Seeee- eeeee- e-e per innamorarmi ancooooooraaaaa torneraaaaaa-aaai maledetta primaveeeeeeraaaaaaa!

Signori della corte, non ho altre spiegazioni per giustificare la mia scelta, caduta questo mese su questo titolo.
Potrei arrampicarmi sugli specchi, dirvi che no, non l’ho comprato questo libro, che l’avevo già in casa, che l’ho ereditato da mia madre, dirvi che la primavera e lo spirito d’accoppiamento ha fatto il resto, ma la verità rimane una sola.
E’ tutta colpa della tentazione.
Il diavolo mi ha fatto il solletico sotto il naso con la sua coda.
E quando dico “coda”, sentitevi pure liberi di essere maliziosi, così potrete entrare pienamente nel merito del  romanzo stesso.
Da subito.

Decido di leggere "l'Amante di lady Chatterley" convinta che un libro scritto praticamente 100 anni fa, non potesse sconvolgermi più di tanto.
Scopro invece che sì, questo romanzo è il padre di tutti gli Harmony.
Amore e odio per Lawrence.
Lo capisco soprattutto dai dialoghi, ma arriverò a parlarvi anche di questo a tempo debito.

Occorre prima, far luce sulla trama.
La storia di un amore scandaloso, scritto agli inizi del secolo scorso, che supera tabù e pregiudizi, infrangendo i rigidi schemi del falso pudore e delle barriere sociali.
Questa frase l’ho copiata dalla quarta di copertina, che mi pareva più chiara rispetto a tutto quello che vi voglio raccontare.
Lo dico per voi, se le righe qui sopra vi possono bastare, passate oltre perché ora, comincio a sparare cassade a minchia, che oltretutto, vi saranno totalmente inutili.

Questa è la storia di Connie, giovane e focosa nobil donna sposata con suo marito, che anche lui è nobile ma di fare all’amore non gli ci interessa, che lui è preso a farsi le storie col suo cervello piccolo, intellettuale da salotto e imprenditore di sta cippa.

Lo so, vi state chiedendo E di cosa si parla in un salotto?
Discorsi tosti, ve ne riporto alcuni.

- “Intellettualmente, credo nell’avere un buon cuore, un pene in buona forma, un’intelligenza vivace, e il coraggio di dire merda di fronte a una signora.”

-“Immaginate un governo che spande etere nell’aria il sabato, per procurare un fine settimana divertente.”


- “I ragazzi spendono tutto in vestiti, sigarette, alcolici. Il mondo è proprio cambiato, E non hanno paura di niente, non rispettano niente, non si sacrificano affatto, pensano solo a se stessi. Sono proprio egoisti e rozzi. E sono i vecchi a rimetterci. E si arriva a questo. Le donne sono dei demoni. E sono i vecchi a rimetterci, è davvero una brutta situazione. Vogliono solo un po’0 di soldi in tasca da spendere in giro. E’ tutto quello che vogliono. Quando non hanno soldi, danno retta ai bei discorsi dei rossi e ballano il charleston e non so cos’altro.”

E bla bla bla.

Tira che ti ritira, la nostra amica Connie, sente il richiamo della copulazione, e visto che il suo marito ci ha da blatterare coi suoi amici, lei giustamente, va a cercare il suo nuovo augello nel bosco.
E lo trova.
Mellors, si chiama.
Professione: guardiacaccia.
Nome in codice: tispaccolapatatainmillepezzi.


E si incontrano di nascosto, e corrono nudi sotto la pioggia, e si infilano a vicenda i nontiscordardime nei peli pubici, e danno un nome di battesimo ai rispettivi organi sessuali, e praticano il sesso orale e bocca mia taci.
Che ragazzini!
Mi facevano una così tanta tenerezza che non se sa!

Perché loro, sono dei romantici, loro. Così si definiscono. In continuazione.
Come dargli torto.
Ora torno sul discorso dei dialoghi di cui vi ho parlato prima, così capite com’è che lo vedono Connie e Mellors, il romanticismo.
Dicono così:

“Ti amo perché posso penetrare in te” disse Mellors
“Ti piaccio?”, gli chiese, con il cuore in subbuglio.
“Mette tutto a posto il fatto che ti possa penetrare. Ti amo perché ti sono venuto dentro così.”


“Sei una gran bella fica, Il più bel pezzo di fica che ci sia al mondo.”
“Cosa vuol dire fica?”, gli chiese.
“Non lo sai? E’ quella cosa in cui entro ed è quello che diventi tu quando entro in te, nient’altro.”
“Fica! Equivale a chiavare allora.” chiese lei.
“No, no! Fica è molto di più, sei tu, capisci?” Connie si alzò e lo baciò tra gli occhi incredibilmente dolci e insopportabilmente belli.

“Io sono la dama dal pelo bruno.”

Cioè no dai basta, leggetelo e cercatevele, ce ne sono troppe, e varrebbe la pena di eccit… citarle tutte!

Lo voglio rileggere anch’io prima o poi, senza scherzi, sono seria.
Fosse anche solo per contare l’innumerevole elenco di cose azzurre che compaiono nel romanzo:
occhi azzurri, cieli azzurri, vestiti azzurri, fiori azzurri, uccelli dalle ali azzurre.
(oh basta pensare a quello, sto parlando degli animali, ora!)
Qualunque cosa è azzurra, qui.
Come in tutte le favole che si rispettino.

Il finale del libro?
Non ve lo dico.
Tanto lo so che siete i soliti conformisti e che state pensando alla classica formula “e vissero tutti felici e contenti.”


Se siete convinti che le "50 sfumature di..." siano un capolavoro, non avete capito niente.















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mercoledì 10 aprile 2013

RACCONTO infeltrito n15. "CATALOGO BEAT, OVVERO, UNA POESIA IN CUI DICHIARO D’ESSERE FUORI COME UNA PIGNA, DESTANDO PROFONDA AMMIRAZIONE TRA I GIUOVANI."


 
CATALOGO BEAT, OVVERO, UNA POESIA IN CUI DICHIARO D’ESSERE FUORI COME UNA PIGNA, DESTANDO PROFONDA AMMIRAZIONE TRA I GIUOVANI.
(l’autrice ritiene indispensabile inserire delle parentesi al fine di chiarire il senso del tutto a chi non fa uso di LSD, sebbene inserite dopo lo stesso consumo)



Mi hanno detto che il 28 Maggio esce un libro fichissimo.

E che lo presenteranno a Verona là nel centro della via del centro di via Cappello,
dove che c'è quella statua di Shakespeare,
di bronzo, .                                                                                                                                    (introduzione)
con le zizze consumate,
mi han detto, fichissimo,
mi han detto.


Mi hanno detto, che è tutta colpa di un vecchio famoso,
con la faccia tagliata a metà,
mi hanno detto è americano, mica è inglese                                            (riferimento a due  scrittori+
che sulla copertina ce la mette, la faccia, metà                                            rima baciata+1 colore)
verde.



Mi hanno detto, che è tutta colpa di 9 persone +1.
Mi hanno detto che, forse
non è proprio - proprio tutta colpa loro ma forse,                                                (torna il +1, i colori,

mi hanno detto,                                                                                                                      arriva l’alcol)
è tutta colpa dei tori, delle galline, dei pesci, o degli elefanti bianchi.

O del Ferrari però mica che la automobile, nero.



Mi hanno detto, però forse colpa del moijto o del negroni            
o del martini molto secco e molto doppio                                            (l’alcol.11scrittori,introduzione
mi hanno detto, molta colpa                                                                        la nausea, il mal di Mare, H,
delle zizze, del cappello, di Shakespeare o del Mare io dico no,                            un poco de casin)  
(arriva l’onda)                                                                                                
tutta colpa di quei 9,
fichissimi mi hanno detto,
fichissimi.


Mi hanno detto moriranno tutti soffocati dal proprio vomito
come le vere rock star
non se li pescherà nessuno                                                               (riferito agli autori del libro, a H,
mi hanno detto                                                                                       alla creatività, alla delusione)
non c’è niente di nuovo sotto il sole.
 moriranno nell’ombra




come Romeo pure, che mica è morto così
mi hanno detto                                                                            (ritorno della delusione e dell’espulsione
anche se non è una rock star                                                      dei succhi gastrici che ne consegue
ma ci ha la morosa che tutti gli ci toccano le tette.                        + coda all’introduzione)



Che fregatura, bella vita
Mi han detto.                                                                          (elogio al pessimismo, e al pesce di H
A star lì ad aspettare che qualcuno ti tiri su.

                                                                             paragonato dall’autrice per licenza poetica al successo)

martedì 2 aprile 2013

RECENSIONE senza Candeggio n19 "LOLITA", V.Nabokov

Vladimir, un anziano Petulante.
 



Titolo: “Lolita”
Autore: Vladimir Nabokov
EditoLa Biblioteca di Repubblica
Numero pagine: 312
Mese: Marzo
Motivo che mi ha spinto alla lettura: Ci avevo voglia di scandalizzarmi con un classico.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Parto che vi racconto un fatto curioso.
Ci ho messo quasi tre settimane a leggere questo libro. Un’eternità.
E fin qui, io direi che di curioso c’è poco.
La curiosità è che in quelle quasi tre settimane, facevo un incubo ricorrente.
Ricorrente, l’ho fatto due volte, ma credo possano bastare per definirlo tale.

Adesso ve lo scrivo così non continuo ad andare a capo coi periodi, che magari è stressante così dico graficamente, da leggere. L’incubo era così: cioè, partiva con la realtà. La sera prima di addormentarmi leggevo questo romanzo, poi lo chiudevo quando sentivo che stavo partendo con le palpebre, lo mettevo sul comodino e mi addormentavo. Attenzione che ora ve lo racconto. Tantissime lettere confuse mi investivano, per lettere intendo caratteri, non lettere nel senso postale del termine. Tutto un gioco di piani, chessòio, la  T si catapultava a grande velocità verso  la  mia persona, diventava gigantesca, quasi m’investiva, mi sfiorava e poi, via, andava scemando verso l’esterno a ritroso, tornava indietro e si trasformava poniamo il caso in una M. E la M poi, tornava in primo piano enorme davanti a me, e nell’avanzare diventava una F, e di nuovo si restringeva indietro per tramutarsi in una A, e poi, di nuovo avanti ma le lettere diventavano 2 e poi tornavano indietro ma erano 3 fino a che, non mi ritrovavo a un certo punto che mi veniva da soffocare da quante lettere che mi circondavano. Tutto in bianco e nero senza neanche un poco di aria intorno.
A quel punto, mi svegliavo in piena notte unta di sudore, col fiato corto e la saliva senza, respirando mica come una persona normale respirerebbe per stare regolarmente al mondo.

Col senno di poi, questo l’ho chiamato Effetto Nabokov.
E io col cavolo che in questa vita mi vado a leggere un altro suo lavoro, però adesso quando mi sento che ci ho l’affanno, battezzo quel momento come Effetto Nabokov, che mi fa sentire intellettuale da matti.

Sono certa, un lettore su tre di questo mio blog, l’ha letto, Lolita.
E se non l’ha letto, ne ha senz’altro sentito parlare per cui non so se questa volta la trama ve la racconto per bene.

Ci avevo voglia di scandalo. E anche di un classico della letteratura.
Sono fatta così, ogni tanto un classico lo leggo per spezzare, che se no a leggere solo libri di gente contemporanea finisce che perdo le origini, non si fa.

Lo scandalo è evidente nella storia in sé, che la conosciamo quella del vecio depravato, paranoico, pazzo, che si innamora della ragazzina e vuole darci da intendere che anche lei lo è.
E a volte ci riesce pure a farcelo credere, secondo me.
Non dico che dietro tutto questo non ci sia uno scandalo per carità, che se c’è un genere umano che io gli ci auguro di essere attaccato alla forca per i maroni, sono proprio i pedofili.
E’ che ci avevo delle aspettative diverse, nello stile narrativo.
Pensavo di arrivare a detestare l’autore, a schifarlo, a inorridire davanti alle sue parole, e invece, quello che più aspettavo era sapere cos’altro aveva da raccontarmi.
Una curiosità non dico morbosa più che altro… vediamo se riesco a fare un esempio per essere più chiara.
Ecco, come se avessi a che fare con un amico del bar che se ne stà lì a parlare e a vaneggiare tutto il tempo  e a un certo punto mi ci scappa da dirgli sbuffando Si va bè o capio, ma struca-struca, veto avanti?Comela finia?

Per un periodo, durante la lettura, mi auto convincevo di essere anziana, mi dicevo Silvia sei tua nonna - Silvia sei tua nonna.
Lo facevo così, per provare il brivido in ciò che lo scrittore voleva comunicarmi, arrivando persino al punto di colpevolizzarmi, di pensare Bé, forse quello che mi sta dicendo Nabokov mi annoia e non mi sfiora perché sono una ragazza moderna, anche se certi classici li ho amati con tutta me stessa, non è che mi annoia e non mi sfiora per il semplice fatto che l’autore è petulante, puntiglioso e deve descrivere ogni singolo e inutile dettaglio che lo circonda, così per sfizio, no- no, ma va là.

E intanto, mi prendevo a frustate camminando a piedi nudi sui ceci.
Così, perché l’auto castigo è affar serio.

Passiamo oltre.

Io credo non fosse nelle sue intenzioni, ma a certi momenti mi faceva scappare da ridere,  quando ad esempio scriveva cose tipo:

- Nei miei rapporti igienici con le donne, ero pratico, ironico e sbrigativo.
- Mio caldo amore lanuginoso.
- Olezzava di frutteti di ninfolandia.
- Aveva un costume da bagno color malva glande e uno nero olè.
- Il padre di Mary seduceva una pecora, pensieri simili fragranti e vagabondi mi sono sempre stati di conforto nei momenti d’insolita tensione.

Ce n’ho una lista lunghissima, potrei andare avanti per molto.
Sarà che io sono scema e come si dice qui dalle mie parti “mal màura”, ma forse è proprio per merito di questo genere di frasi se in qualche brutta maniera sono riuscita ad arrivare
-seppur con fatica- alla fine del romanzo.
Frasi che mi sembravano più ironiche che altro, però.
E mi sa che non è proprio così che andavano interpretate.

In ogni caso, io le ultime 50 pagine del libro non le ho ben capite.
Ci avevo una confusione, porca vacca.
Quindi non chiedetemi com’è che finisce di preciso la storia.
Mi pare che lei scappa, poi si mette con uno e fanno un bambino.
 E il faccia di mer*a uccide uno e dopo va in prigione.
In sostanza.
  

giovedì 28 marzo 2013

RECENSIONE senza Candeggio n18 "Si Chiama Francesca, Questo Romanzo." Paolo Nori

Il mio maestro Sufi
 



Titolo: “Si Chiama Francesca, Questo Romanzo”
Autore: Paolo Nori
Edito: Marcos y Marcos
Numero pagine: 218
Mese: Marzo
Motivo che mi ha spinto alla lettura: Paolo Nori, è Paolo Nori, inutile che stiam qui a dar troppe spiegazioni.

RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Si Chiama Francesca, questo romanzo.
Ha un titolo con dentro una virgola.
Nei titoli, ci va la virgola?
Beh perché non si può mettere la virgola in un titolo?
Ognuno delle virgole è padrone di farcene quello che vuole.
Io ad esempio, le metto anche nel caffèlatte la mattina, le virgole.

Si Chiama Francesca, questo romanzo.
E’ un libro che parla e non parla d’amore.
Di uno che è in fase riabilitativa perché è autobiografico, questo romanzo che Nori era rimasto chiuso in una macchina finché mentre che prendeva il fuoco, che l’ha già spiegato abbastanza in un altro, di suo romanzo, che fa Grandi Ustionati, il titolo di quel romanzo là, ma questo fa Si Chiama Francesca, Questo romanzo e Nori dall’ospedale è già uscito e ora è a casa che si cura, adesso, Paolo Nori, e comincia questa storia con lui che va a camminare storto con le sue pustole verso un muretto e là ci va per pensare. Poi questa storia finisce che ci scrive un libro, con i pensieri che gli vengono, e la sua tutina aderente da super eroe ustionato che fabbricano però solo nella Irlanda, e alla fine della fiera, si chiede “com’è che si può resistere alle bastonate che arrivano da tutte le parti” e anche qualche altra cosa.

Ci scrive una storia d’amore, cioè, la scrive e non la scrive.
Voglio dire, scriverla la scrive di questa cosa che gli capita Francesca, che compare pure nel titolo il suo nome, però se gli chiedete a lui, a Nori, dice che si è limitato a scrivere una brutta storia d’amore.
Io se volete che vi dica come la vedo, ora ve lo dico.
Questa storia per me è la storia di un tale che fa Giordano Maffini, di nome.

Però più che una storia che ci ha un filo, forse è una cosa più simile a un minestrone, perché dentro, ci sono pure un sacco di storie sufi*, e una fila di madonne, ma anche delle vocine della testa che se Nori non scrive gli ci dicono E bé? Perché non scrivi? E se invece Nori scrive, gli ci chiedono E bè? Ma perché non vai a pescare?
Però.
C’è pure il soffitto di una cameretta. Un soffitto normalissimo, l’unica cosa è che c’è l’impronta di una scarpa, stampata sopra, che uno ci può passare anni a chiedersi chi cazzo è andato in quella cameretta, a camminare sul soffitto.


*sfido chiunque, a dirmi se sa’ cosa che è una storia sufi, allora –e la dedico soprattutto a chi ha la passione di scrivere, ma anche no- ve ne scrivo una che è qui dentro in questo libro che Si chiama Francesca, Questo Romanzo. Non è che la storia sufi s’intitola Si Chiama Francesca, Questo Romanzo. No, quello è il titolo del libro, il titolo di questa storia sufi è



STORIA SUFI.

C’era un maestro sufi che aveva voglia di scrivere una storia bellissima che aveva in mente, solo non la scriveva.
E bè, gli chiedevano i suoi allievi sufi, perché non la scrivi?
Non la scrivo perché ho voglia di scriverla, diceva il maestro.
Bé gli dicevan gli allievi, come sarebbe? Se hai voglia di scriverla, gli dicevano, scrivila.
No, diceva il maestro.
E perché? gli chiedevan gli allievi.
Le storie sufi, rispondeva il maestro, vengono bene quando si scrivono se non ne hai voglia. Che uno resta distaccato, vengono fuori delle storie meravigliose, diceva il maestro.


giovedì 14 marzo 2013

RECENSIONE senza Candeggio n 17. "DITA DI DAMA" -Chiara Ingrao

La Dama Ingrao


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Titolo: “Dita di Dama”
Autore: Chiara Ingrao
Edito: La Tartaruga Edizioni
Numero pagine: 227
Mese: Marzo
Motivo che mi ha spinto alla lettura: me l’ha regalato la mia cugina Chicca, quella di Sommacampagna impegnata nella CGIL
RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITA’.

La mia cugina, quella che si chiama Chicca, che è di Sommacampagna, che ci ha il suo bel da fare col sindacato, da anni è convinta che io ci ho 21 anni.
Ogni anno, quando che a Gennaio gli anni li compio per davvero mi chiama e mi dice Auguri, sono 21, vero? Io subito la correggevo, poi è diventato un gioco, questa cosa che io sono l’unica persona al mondo che non va avanti con l’età.
Nel 2010, infatti, mi ha regalato questo libro, che fa Dita di Dama, di titolo, e sulla prima pagina, mi ha scritto una bella dedica, che mica ve la riporto perché son fatti nostri, vi basti pensare che la dedica comincia così: Buon compleanno 21enne! E detto questo, dei fatti miei vi ho già detto abbastanza.

Dita di Dama, l’ho letto nel 2010, ma poi, ho voluto leggerlo ancora, in questo Marzo del 2013, per due motivi.
1-Marzo è il mese delle donne.
2-Questo romanzo, parla di donne che lavorano in una fabbrica nell’autunno caldo del 1969, proprio come quelle là di Nuova York nel 1909 e proprio come me, nel 2013.

E da allora ad oggi è cambiato un po’ tutto e un po’ niente, questo ve lo devo dire.

Dita di Dama, non è il nome di un biscotto, ma sono dita di donne che s’incrociano, dita che si riempiono di calli, di tagli, dita screpolate che sanguinano e dita mozzate.
Sono dita che si stringono ad altre dita, dita che puntano il dito sul buio, dita forti e insieme delicate.
Dita che sfiorano, respingono, dita che parlano, dita che scrivono la storia di dita che han fatto la storia.

Bene, ora se mi riesce di uscirne dal tunnel della poesia, magari ve ne parlo meglio.

Questa, è la storia di Maria, raccontata da Francesca, amiche dai tempi dell’infanzia.
Maria, lavora in fabbrica, perché per forza, Francesca fa la Università, per lo stesso motivo.
Il tutto, come vi ho già accennato, ruota attorno all’autunno caldo del 1969 e dintorni, e le foto scritte nel libro, appaiono tutte, nessuna esclusa.
Non manca Moro, il diritto al voto raggiunto solo ai 21 anni, Piazza Fontana, il Divorzio, il PCI, gli atleti israeliani sequestrati al villaggio olimpico di Mosca, Feltrinelli, il commissario Calabresi e pure il volo di Pinelli, la tv a colori e anche quelli di Reggio.
Questo sfondo, viene  mischiato insieme in una maionese impazzita, con le lotte dei lavoratori per i loro diritti, l’arrivo dello Statuto, la parità dei sessi, la dignità.

E Francesca, ci racconta il tutto pensando al passato, che questo libro lo scrive col senno di poi, perché quando è che la Storia arriva, mica che ti telefona e ti dice Ciao sono la Storia sto arrivando, ma capisci che è arrivata quando è bella che passata.

I ricordi di Francesca sono confusi, come quelli di una che tutto questo, l’ha vissuto da dentro di una campana di vetro, ma la scrittura è chiarissima e arriva dove ci ha da arrivare, il suo sguardo distaccato, permette di avere un insieme del tutto senza schieramenti politici, come che mi piace a me.

Ci pensa invece Maria, a prendere una posizione, parlando nel suo sindacalese stretto, e Maria, pure all’interno del romanzo sa’ farsi sentire, sebbene non sia Maria, a scriverlo il romanzo, ma Francesca, come vi ho già detto. State attenti o no, accipicchia?

Mi piace, che questo libro sia stato ambientato a Roma, i dialoghi in romanaccio mi piegano, e sono azzeccati nel contesto perché riescono a rendere un po’ più leggere situazioni che altrimenti sarebbero pesanti e a tratti drammatiche.
Mi piace non sia ambientato a Milano, perché sicuro il risultato sarebbe stato meno verace.

E ci sono a raccontarci tutto quel che succede, insieme a Maria e anche a Francesca, tanti molti personaggi, come nel libro Cuore, che come pure nel libro di De Amicis, vengono chiamati non  per nome di battesimo ma con un nome di pura fantasia.
Come che nelle fabbriche, che è vero, che tutti si danno i sopranomi.
Non vi dico qual è il mio, perché non mi va.

E allora ci sono
La FACIOLARA che la chiamano così perché borbotta come che una pentola di fagiuoli.
MAMMASSUNTA che la chiamano così perché è come che la chioccia di tutte le giuovini.
‘ARROSCETTA che la chiamano così perché ci ha i capelli rossi.
La PAOLONA che la chiamano così perché è tutto fuorchè una sogliola.
La NINANANA che la chiamano così mica per cantilena ma perché si chiama Nina ed è la cosa più distante dall’essere un gigante.
La BRISCOLETTA che la chiamano così perché è pallida, ramicia e pare che ci abbia sempre da avere un malore.
‘A STRONZA che la chiamano così perché, beh, ‘a stronza è na stronza, punto e basta.


Leggetelo, ve lo consiglio che siate donne oppure uomini, che lavorate in una fabbrica o in un qualsiasi altro posto.
Per ricordarci che i diritti- prima di noi- qualcuno li ha conquistati e oggi li abbiamo solo se li esercitiamo.
Quest’ultima frase è parte della dedica della mia cugina Chicca.




“Della libertà e dignità del lavoratore”Titolo I Statuto dei Lavoratori

“Il lavoro è sempre di merda, ma adesso almeno un po’ se ride”
Ninanana.






mercoledì 13 marzo 2013

RACCONTO Infeltrito n15. "IL TAPPO DEL BANALATISMO"





Più che ci penso, meno che mi viene.

Qualcosa da dire, intendo.

Ci ho da avere il tappo del banalatismo nel cervello, l’ho letto da qualche parte, non vi dico dove che già sicuro lo avete intuito.

E’ così che funziona, quando che è il tuo momento che ci hai da dire quello che ti passa per nella testa, la gente, ci ha grandi aspettativamenti,  da te.
E allora, quando è che tutti stanno lì ad aspettarti e ci hai lo spazio per farlo, eppure anche il tempo degli altri per farlo, è in quei momenti, che mi viene il tappo del banalatismo, nel cervello.
Ora io non so esattamente cosa che è il banalatismo ma dev’essere qualcosa di abbastanza di vicino a questo.

Una cosa da artisti, quello è sicuro, ce lo deve avere pure Lady Gaga, questo tappo, per quello che delle volte quando che fa gli spettacoli gli ci passano delle idee strane per nella mente, come attaccarsi con una corda al collo, o passarsi una bambola là dove che non batte mica il sole. Dev’essere perché a delle volte non sa cosa cantare o come che far passare il tempo per arrivare alla fine dello spettacolo, e allora fa quelle cose di tipo lì, con tutto che a me Lady Gaga mi piace proprio un sacchissimo.

Ora io state tranquilli che adesso non mi ci attacco con una corda nel collo, e non mi ci metto a fare i giochi con le bambole, ma se mi riesce, cerco di dirvi qualcosa.

Ho pensato che forse, è tutta colpa di queste scarpe col tacco, che mi stringono le vene e allora il sangue è fatica che va dove che ci ha da arrivare. O che forse, quella volta là che per sbaglio il pennellino del mascara invece di metterlo dove che andava da mettere, me lo sono infilato dritto nell’occhio, per la fretta, quella volta là ci avevo solo mezz’ora per truccarmi, prima di andare alla presentazione di quella che ha scritto le Sfumature, che proprio c’era lei, là nella profumeria, proprio lei che lo presentava, dal vivo. Gli ho letti tutti, perché a discapitamento
di chi mi giudica solo per il mio aspetto, io si sappia, che leggo.
E il pennellino del mascara io credo, che entrando nell’occhio deve avere toccato qualche nervo che porta al cervello. Se è vero quello che ci era scritto nel libro di scienza a scuola, che gli occhi ci passano dritti- dritti, da quelle parti.

Non lo so nemmeno io, ma a parlare di Lady Gaga, di scarpe col tacco, di Sfumature e di mascara io credo che sto facendo del banalatismo, sempre ammesso abbia capito cos’è.
Con tutto che voi, siete ancora lì che aspettate io dica qualcosa che vi scombussoli, che ci avete grandi aspettativamenti, da me in questo momento.

Però forse, pure a parlare del mondo che va a rotoli, mica finisce che si dice qualcosa di nuovo.
E allora, facciamo che ricomincio da capo.

lunedì 4 marzo 2013

RECENSIONE senza candeggio numero 16. "STAGIONI DIVERSE" -Stephen King

L'autore, avvolto in una t-shirt sobria.

Titolo: “Stagioni Diverse”
Autore: Stephen King
Edito: Sperling Paperback
Numero pagine: 587
Mese: Febbraio
Motivo che mi ha spinto alla lettura: consigliato dalla mia amica Shgeeesssica, detta “Zia Shgessicah cor l’acca.

RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITA’.

Così, tanto per cominciare adesso vi faccio una premessa, che le premesse sono fatte proprio per essere messe per prime.

Questo fantastico romanzo, che di fantastico romanzo è ciò di cui parliamo, è bene sapere una cosa, di questo romanzo.

Stephen King, di mestiere fa lo scrittore.
E questo forse già lo sapevate, ma ora vi dico una cosa che forse non sapevate.

Di giorno, stendeva due romanzi, e la sera, prima di andare a letto, così, giusto perché non sapeva cosa fare, lavorava a “Stagioni Diverse”.
Che non è il nome di un pub e nemmeno di un ristorante, ma del libro che sto recensendo in questo momento.

Non avete ancora capito perché la primavera vi sta dando alla testa.

Sto parlando di un autentico capolavoro, che è stato scritto da una persona che -mi auguro- con tutte le buone probabilità di questo mondo, come ogni essere umano che si rispetti, alla sera tirava la bocca facendo la forma di una grande “O” e diceva “Vacacan, son desfà tasi che è venua sera anca ancò, adesso vo in leto e spaco il materasso”. Ma che però prima di addormentarsi anziché leggere un libro piano piano ne scriveva uno, e soprattutto esclamava quanto ho appena scritto non in dialetto veronese ma in ‘mericano.

Sono quattro racconti uno più bello dell’altro, talmente belli, che se non li avete letti, magari li avete visti, perché ci hanno tratto no uno, no due, ma ben tre film da questi racconti. E i film sono Le Ali della Libertà, L’allievo, Stand by Me. Se a qualcuno può servire a dormire meglio ‘sta notte, si sappia che Stand by Me è uno dei miei film preferiti. Se dormivate lo stesso, tanto meglio, se la cosa non vi fa dormire, provate a sfidare King e a scrivere un libro così fico come il suo.

Signori e signore inchinatevi tutti davanti a questo mostro, genio, stacanovista, chiamatelo come vi pare che io non saprei perché ogni aggettivo è limitativo.

Con la premessa credo di aver finito, in ogni caso dovesse venirmi in mente altro, farò una postilla, che le postille sono fatte proprio per essere messe in fondo.

Stagioni Diverse, nasce nell’anno in cui io indossavo ancora il pannolone.
Ora, io non sono vecchia, è il libro che è ancora incredibilmente attuale, di grande spunto stilistico e narrativo per chi, come dei miei amici, gli ci piace scrivere e vuole se può trarne insegnamento, ma anche per chi, come dei miei altri amici, gli ci piace solamente leggere così perché ci ha la sua passione e Dio grassie che esistono anche quelli che gli ci piace leggere se no i miei amici che gli ci piace scrivere, farebbero la fame, che tanto la fanno già lo stesso.

Ma stavamo parlando forse dei miei amici? No, allora andiamo avanti e parliamo di me che da quando sono iscritta a facebook mi viene che è una meraviglia.

Io Stephen King non sono mai riuscita ad affrontarlo prima di qualche giorno fa e se ci avete un po’ di pazienza, ora vi spiego pure il perché. Da ragazzina, la stronza di mia sorella mi ha costretta a vedere It, il film der pajaccio che sbuca dalle fogne e ne sono rimasta a dir poco scioccata, tanto che pure ora, appena vedo un palloncino volare libero e leggero nell’aria o un clown, vado via di testa. Non scherzo, se volete farmi un dispetto, portatemi al circo o liberate a mia insaputa una palla di plastica colorata nel cielo e assisterete a uno dei miei tanti attacchi di panico. Oh, adesso che ve l’ho detto, non fate le merde però.

Ma la Sgesssicah che è una mia amica e di lei mi fido, un giorno che stavamo facendo uno dei nostri discorsi della cultura (zia Shgesssicah non ridere!) mi ha detto Comprati Stagioni Diverse, vedrai che ti piace!
E la zia Shgesssica ci ha sempre ragione, c’è poco da fare.

Ho letto il libro in pochissimi giorni, e non fa la paura, fidatevi di una piscialetto come me.

King, ha la grande abilità di saper creare buonissime e brevi tensioni, il tempo che basta da iniettartele nel sangue ma non troppo da circolare nelle vene tanto da perdere d’intensità, tipo che come  mi pare si chiama adrenalina, questa cosa qui.
Non ti riesce di schiodarti dalle pagine. La stanchezza, e la curiosità reale del lettore, danno vita a un’ulteriore ansia psico-fisica in grado di fondersi tutt’uno con le parole dello scrittore, portandoti a una sana isteria che per l’appunto, non ti permette di poggiare il libro sul comodino.
E non è magistrale solo nelle tensioni, ma pure nel figurato. Le descrizioni che fa dei personaggi sono a tratti poetiche, ma insieme realistiche. I salti temporali ti buttano in confusione, ma al tempo stesso ti costringono a mantenere l’attenzione sulla storia.

Usa un sacco di similitudini, per nulla banali. Purtroppo me ne sono accorta solo a metà libro, che la sua è una scelta stilistica, ma la cosa che mi sono ripromessa di fare, quando tornerò a leggerlo –perché sicuramente lo farò- è di segnarmele tutte, una per una. Ne vale la pena, non sono esaurita, calmi tutti, leggetelo per capire cosa intendo dire.

Non sono portata per i finali intuitivi, mi danno una punta di fastidio ma King lo può fare. Geniale l’idea di giustificare questa cosa che gli appartiene, inserendolo in un racconto tramite la voce narrante di Gordon, uno dei protagonisti de  Il Corpo (Stand By Me) racchiuso appunto in questa raccolta. C’è quella scena, in cui Gordon racconta una storia di sua fantasia agli amici, perché Gordon scrive i racconti.
“Sì, bene, e poi che è successo?” chiese ansioso Teddy.
“Non lo so.”
“Come sarebbe non lo sai?”
“Sarebbe che è finito. Quando non sai dopo che cosa è successo, allora è finito.”
“Cooome?” esclamò Vern (…) “Com’è questa storia? Come ne esce?”
“Devi usare la tua immaginazione.”

Avrei voglia di parlarvi di ogni singola storia, ma ho paura di annoiarvi, sempre ammesso non l’abbia già fatto. E non voglio sminuire il grande lavoro fatto dell’autore.
Se però vi ho incuriositi, e decidete di comprarne una copia, ecco forse non vi consiglio la mia edizione.
Ve la sconsiglio se siete pignoli e amanti dei dettagli, come me quando leggo e non quando scrivo.
Ve la sconsiglio perché a mio avviso, i traduttori non hanno fatto un buon lavoro.
Usano spesso forme verbali e ripetizioni cacofoniche che tolgono armonia alla narrazione. Senza parlare del fatto che ricorrono al verbo incominciò con grande frequenza.
E io, sebbene il dizionario italiano riconosca la parola “incominciò”, la odio. Prima di tutto, perché preferisco “cominciò” secondo poi, perché ho grande fiducia nei sinonimi, che la nostra lingua, quella dello italiano è bella pure per questo motivo.

Poi va beh ragassi i caratteri sono piccolissimi e talvolta mal stampati, quasi sbiaditi. Ho rischiato lo strabismo, lo giuro.
Tanti i punti di sospensione. E su questo alzo le mani, che non so se è una scelta dei traduttori, dell’editore o dello scrittore. Sono ignorante e come tale forse non dovevo nemmeno tirare in ballo quest’ultimo discorso. In ogni caso io i punti di sospensione non li sopporto. Mi sembrano una tecnica sbrigativa per togliersi di mezzo un pensiero e un discorso…

Vi saluto con un paio di righe dello Stephen, comunque…


Le cose importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna, perché le parole le immiseriscono – le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella vostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a una grandezza naturale quando vengono portate fuori.
(…) E potreste fare rivelazione che vi costano per poi scoprire che la gente vi guarda strano, senza capire affatto quello che avete detto, senza capire perché vi sembrava tanto importante da piangere quasi finché lo dicevate. Questa è la cosa peggiore, secondo me. Quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di uno che lo racconti  ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare.
Le cose più importanti sono le più difficili da dire, perché le parole le rimpiccioliscono. E’ difficile far in modo che un estraneo provi interesse per le cose belle della tua vita.

-Il Corpo (Stand By Me)



Detto questo, non ho postille da fare.