venerdì 4 aprile 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n51 "LE AFFINITà ELETTIVE", W.Goethe

Accordi per lo scambio di coppia


Titolo: “Le Affinità Elettive”
Autore: Wolfgang Goethe
Edito: Acquarelli Giunti
Numero pagine: 317
Mese: Marzo 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: spirito di collaborazione.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Cosa spinge un ragazzo tedesco a finire a Chi l’ha Visto?
Chi l’ha Visto è una delle mie trasmissioni preferite. Lo fanno tutti i mercoledì sul canale 3 della Rai. Ogni volta che qualcuno mi chiede Com’è che ti piace così tanto Chi l’ha Visto? Rispondo Non lo so, forse perché è l’unica trasmissione della televisione in cui la gente del pubblico non applaude.
Allora.
Un mercoledì che era quest’inverno, nel mio programma televisivo preferito hanno parlato della storia di Max.
La storia di Max è questa.
Max è un ragazzo che a un certo punto sparisce.
Brillante studente, grande lettore, si laurea e un giorno non torna più a casa.
Adesso io non lo so come funziona che quelli della Germania conoscono la trasmissione italiana Chi l’ha visto, fatto sta che i genitori di Max, decidono di lanciare un appello ai i italiani Che se lo vedete, il nostro figlio Max c’ha questa faccia qui –e hanno mostrato la foto- che ci abbiamo il dubbio noi, che a nostro figlio Max gli sia saltato il matto per via del fatto che lui, il nostro figlio Max ci aveva la fissa per Goethe, che sapeva tutto il Faust a memoria il nostro figlio Max, e tutti lo sanno che Goethe ci aveva la fissa per la Italia, che ci aveva pure scritto un libro Viaggio in Italia si chiamava il libro e noi ci abbiamo il dubbio che al nostro figlio Max gli sia venuta in mente l’idea anche lui, di farsi il giro d’Italia come Goethe e insomma, siamo preoccupati se lo vedete magari fateci sapere.
Allora, quelli di Chi l’ha visto hanno cominciato a seguire le tappe del Goethe che ha fatto in Italia, per cercare il Max, che a sentire certa gente Sì, l’avevano visto con la bici che girava, ma ogni volta che gli inviati di Chi l’ha Visto arrivavano vicini a qualcuno che somigliava al Max, il ragazzo in questione rispondeva sempre con tono crucco Nein-nein non zono io Max e allora lo lasciavano andare.
Sono arrivati fino al tacco dello stivale, a seguirlo, sino a quando hanno trovato un ragazzo nomade che girava con una piantina in mano. La piantina intesa come vegetale. Che poi era un vaso con piantato dentro un ramo secco di rosa. E quando la gente del posto gli diceva Max vuoi che ci diamo da bere alla piantina? Lui rispondeva di no, che tutti siamo destinati a morire. Però quel Max lì diceva che nein non era quel Max là e allora ancora una volta lo hanno lasciato andare.
Questa storia è andata avanti per tre puntate poi non ne hanno più parlato.

Allora è scattato in me lo spirito di collaborazione, che io in un certo senso mi sono proprio appassionata a questa storia e volevo dare il mio contributo per risolvere la faccenda.
L’ideale sarebbe stato leggere “Il Faust” o “Viaggio in Italia” ma un buon investigatore sa che la strada più semplice è l’ultima da intraprendere.
Poi soprattutto a casa avevo solo “Le affinità Elettive” l’avevo comprato assieme ad altri libri della collana Acquarelli che li svendevano e ho fatto il pieno.
Il mio amico Max di Palù (che non è lo stesso Max della Germania) dice che gli “Acquarelli” sono il male, quindi il Faust in qualche maniera centrava, e “Le affinità elettive” è il libro che sancisce la maturità dell’autore, cosa che in qualche maniera mi permetteva di chiudere il cerchio e portare a giusto termine le mie indagini. Un buon agente segreto sa che il modo migliore per arrivare a una conclusione, è partire dalla fine.

Ed eccoci qua.
Pesante il signor Goethe eh?
In questo libro, si parla di una storia all’antica sulla moderna alternativa sentimentale de lo scambio di coppia,
Un libro diciamo visionario, per certi versi, quanto il film “Terminator” come diceva uno che ho incontrato in un incontro forzato una sera.
Tra le pagine spicca il lato ottuso della cristianità, la religione viene esaltata mentre ogni personaggio (più pompato che mai) pensa ai propri ormoni e alla fine viene punito con la giustizia divina, tant’è che muoiono praticamente tutti e quelli che restano vivi impazziscono. Le figure che popolano questa storia, vivono di apparenze, Eduard, Charlotte, el Colonello, la direttrice dell’istituto, Otilie, il prete, tutti sono lì per ricordati di sapere una pagina in più del libro.
Per fare un esempio, tutti concordano sul fatto che un buon vestito possa cambiare totalmente la parte interiore di una persona e viene denigrato l’atto dell’elemosina, visto come azione disonesta e punibile.
Direte voi, sì va beh facci un esempio un po’ più serio.
Esempi un po’ più seri non ce ne sono, tutto scorre sul filo della superficialità, questo è il meglio che ho saputo darvi, fatevelo bastare.
Che poi fai pure fatica a starci dietro a Goethe eh?
Fa di quei giri pindarici per arrivare a raccontarti praticamente un cazzo che io ve lo raccomando.
Poi a me ha messo pure confusione, arrivata a un certo punto che ero.
Tipo a pag 59 ero convinta che un personaggio fosse morto. Poi a pag 291 è saltato fuori di nuovo il nome di quel tizio lì, che poi era il prete, e così ho dovuto andare a ritroso con le pagine per capire se fosse Goethe in culo o io distratta.
Ovvio la risposta corretta è stata la seconda

Insomma, sostanzialmente io credo che il Max (non quello di Palù ma quello della Germania) sia sparito perché semplicemente s’è rotto i coglioni.
E le mie indagini sull’effetto Goethe si concludono qui.


giovedì 20 marzo 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n50 "LA FATTORIA DEGLI ANIMALI", G.Orwell




Titolo: “La Fattoria degli Animali”
Autore: George Orwell
Edito: Mondadori
Numero pagine:125
Mese: Gennaio 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: poi ci arrivo.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Io per chi non lo sa per sfinimento, io se uno non l’ha ancora capito, il mio scrittore italiano preferito è Nori Paolo.
E proprio mentre sto scrivendo la recensione di questo libro, adesso che è Marzo ma sono pigra e sto scrivendo quello che penso di un libro che invece l’ho letto a Gennaio, sto leggendo un libro di Nori Paolo.
E mi sono imbattuta dico fatalità in un po’ di sue righe che mi hanno fatto venire in mente, io secondo me ci stavano benissimo per dire come lo vedo il libro col titolo La Fattoria degli Animali, che l’ho scritto sopra, è di Orwell e poi tanto lo sanno tutti.
Le righe che m’intendo sono queste:

“A me mi succede così, invariabilmente: quando mi avvicino a un libro che me ne hanno parlato bene, alla fine sono deluso. (…) Ti piace Pasolini? Chiedono. Ti piace Wim Wenders? Alla domanda su Pasolini non dico niente: faccio partire la testa verso destra, poi le faccio fare una curva stretta ma morbida, com’è disegnata, e la porto a sinistra, la fermo in salita. Alla domanda su Wenders dico di sì, che mi piace. Quando mi chiedono i film, gli dico di no, che non li conosco. Allora come fai a dire che ti piace Wim Wenders? Wim Wenders, gli dico, mi piace il suo nome. Che lui ha un nome di battesimo che se lo ribalti di centottanta gradi, si legge uguale.”

Poi il libro va avanti, ma quello che m’intendevo era quello.
Tipo che la Fattoria degli Animali mi fa fare i disegni con la testa come Pasolini a Nori.

Quando che devo dire un mio parere, mi viene sempre in mente il mio insegnante di progettazione del liceo.
Mi viene in mente quello che ci diceva perché per i nomi io non sono tanto portata a ricordarmeli.
Lui ci diceva Butei, non si può dire “mi piace” o “non mi piace”, c’è da dare delle motivazioni, mica siamo all’asilo, adesso.
Allora io se posso dire il mio perché dico che a volte semplicemente le cose possono anche non dirci nulla, non riescono a toccare nessuna corda, tutto lì il perché.

Non ci vedo il senso.
Dico di usare degli animali come che fossero uomini.
Se si sceglie una figura sta’ bene, ma tutto il contesto attorno ci ha da girare come ha sempre girato.
Intendo.
Perché non ambientare la stessa storia chessòio in un paesino sconosciuto posto tra la galassia interstellare gamma e il pianeta interminchia ipsilon senza ricorrere a figure simboliche?
Aspetta che mi spiego meglio.
La scelta dell’autore è quella di paragonare l’uomo all’animale?
Ci sto.
Ma allora gli animali non devono atteggiarsi da uomini, non devono usare gli attrezzi da lavoro come che se avessero le manine. Non devono parlare con gli umani alla maniera che gli umani usano le parole per parlare d’affari.
Così perde di potenza e credibilità, e c’è pure il rischio di perdere il filo, per come la vedo io.
Mi sta bene che si usi il maiale come figura di spicco, che gli si attribuisca l’ingordigia che lo caratterizza, e via andare ma dopo tutto il resto lo vedo debole.
Poi non lo so se mi sono spiegata proprio bene, a essere sincera.

E’ comunque indubbio che durante la storia, ti ritrovi a dover affrontare una tragica escalation, di cui puoi immaginare il proseguimento ma non fino a che punto si spingerà.
Amaro, ma non commovente, profondamente adattabile ai giorni nostri, sebbene sia stato scritto nel 1945.

Forse però non era stagione per leggerlo.
Magari, l’avessi letto ai tempi che il mio insegnante di progettazione ci diceva quelle cose che vi ho detto prima, sarebbe stato diverso.
Magari dovevo leggerlo quando l’entusiasmo degli scioperi e delle occupazioni e delle autogestioni, mi scorreva caldo nelle vene.
Quando ero convinta come tutti i giovani di poter far girare il mondo nel verso contrario.
Mi chiedo dove ho perso tutta quella energia,  quando ho preso ad abbandonarmi alla rassegnazione, quando ho cominciato a guardare tutto dietro alla finestra facendomi investire da questo masochismo tacito e dallo sconforto.

Comunque gli animali con tutto ci centrano un cazzo.
Ci centra un cazzo se lo ribalti di centottanta gradi, si legge uguale.

martedì 18 marzo 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n49 LA PAZIENZA DEI BUFALI SOTTO LA PIOGGIA, D.Thomas



Titolo: “La Pazienza dei Bufali sotto la Pioggia”
Autore: David Thomas
Edito: Marcos y Marcos
Numero pagine:173
Mese: Gennaio 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: tentare la sorte coi francesi fidandomi di Marcos y Marcos


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà

Ci ho da insistere io, coi francesi.
Me lo sono messa in testa che a parte Dumas qualcuno oltralpe deve piacermi.
Mi sono lasciata convincere da Marcos y Marcos, che non mi ha mai delusa.
Non lo so perché mi sono puntata con questa cosa, sarà che per me la Francia è talmente bella che fatico pensare là ci vivano solo persone insopportabili.
Dico un posto così bello a qualcuno deve pur essere d’ispirazione, no?
Qualcuno possibilmente lontano dai tempi in cui gli uomini potevano fare da testimonial alla Calzedonia, occhei?
 
E poi La pazienza dei bufali sotto la pioggia, è un titolo mica niente male, non trovate?
Voglio dire, quante volte vi è capitato di prendere un libro solo per il titolo?
Va’ che se uno ci pensa, c’è qualcosa di poetico in un titolo così.
Ci vuole del coraggio.
A fare i bufali quando il cielo decide di piovere.

67 racconti in 173 pagine.
Short story talmente diverse tra loro da mandarti in palla.
Non sai se amarlo, David Thomas, oppure no.
Almeno, per me è stato così.

E’ in grado di lanciare frecciatine, capaci d’entrare leggère sotto pelle, quasi in maniera indolore, per poi pizzicarti dentro con il loro veleno.
Ma anche di scivolare in un gratuito maschilismo, che a me sinceramente ha dato un po’ fastidio.
Non lo dico perché sono una femminista, lungi da me prendere schieramento a qualsiasi gruppo.
Ma quando uno esagera, esagera.
E fine dei sentimenti.

Però queste storie di gente di tutti i giorni, con i problemi e le fissazioni di tutti i giorni, mi sono entrate dentro.
Con la loro ironia, il loro cinismo, il loro disincanto.
Personaggi che sembrano il ritratto talvolta di noi stessi, talvolta di persone che conosciamo direttamente.
E si passa da ritmi di scrittura potenti a ritmi petulanti come giusto ridere.
Da uno stile pompato dall’ego tipico francese -quello che poco mi soddisfa, quello col petto in fuori, la “r” che rugola, l’orgoglio baguettiano- alla chiara influenza degli scrittori che hanno segnato il percorso di D.Thomas quali Fante, Carver, Miller –e non vorrei fare la pigna in culo ma trovatemi un francese tra questi-
Tuttavia, viva la Francia.



giovedì 6 marzo 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n48 "LE AVVENTURE DI TOM SAWYER" M.Twain




Titolo: “Le avventure di Tom Sawyer”
Autore: Mark Twain
Edito: Crescere Edizioni, la biblioteca per ragazzi
Numero pagine:222
Mese: Gennaio 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: voglia d’avventura e tenerezza.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà

E allora gli dico alla mia collega “Le avventure di Tom Sawyer!”
Eh, mi dice lei, ma è un libro per bambini.
No sai, le dico, non credo sia giusto decidere a chi destinare un libro. Voglio dire, prendi chessoio gli Harmony, mica detto-vero che sono destinati a donne insoddisfatte in preda a crisi ormonali. Io ad esempio un Harmony l’ho letto per farmi delle risate. Detto questo che potremo dire? Potremo dire che gli Harmony sono destinati a un pubblico in cerca d’ilarità? No di certo.
E allora lei mi dice, sì capisco che vuoi dire. Ad esempio “Il piccolo principe” è anche per gli adulti, no?
Eh, le ho detto io.
Solo “eh”.
Poi ho fatto cadere il discorso e siamo tornate a parlare di quello che parlavamo prima che io avessi cercato di cambiare discorso. Scambiavamo le nostre opinioni circa le zoccole leccaculo che girano per la fabbrica.
Non lo so, su questo mi sembravamo più in sintonia.
A parte la conclusione.
Dove io sono fermamente convinta che le zoccole avranno per sempre il potere in mano, e lei tutto il contrario.

Ora io do per scontato che a voi magari, delle zoccole leccaculo che girano per la fabbrica dove lavoro, ve ne possa fregare relativamente.
O meglio, trovo più interessante tornare a parlare del libro piuttosto che de le desgrasie.
Sarà l’ottimismo che mi ha trasmesso Tom.

Parliamo di un romanzo dotato di ritmo, ironia e sagacia. Quel genere di libri che non vedi l’ora arrivi sera per metterci su gli occhi.

Sin dalle prime pagine, ho desiderato una cosa.
Munirmi di un galleggiante di fortuna, tipo una botte, e fissarci sopra delle assi di legno, magari con delle corde da marinaio.
Crearmi una zattera di fortuna, insomma, di quelle che sembra funzionino sì, se provi a lasciarle nell’acqua.
Di stendermi sopra alla mia imbarcazione, con la testa verso il cielo, il libro tra le mani e una pagliuzza di grano tra le labbra.
Non pensare a nulla, se non stare a bagno e lasciarmi trascinare della placida corrente del fiume che mi ospita, col vento che mi solletica i capelli.
Senza sentire il bisogno di vivere alcuna avventura se non quella di Tom, senza la fretta di dover raggiungere un punto ben preciso.
Stare così, in ammollo, godendomi una tiepida giornata di sole, un sole timido che non insiste nel manifestare la sua grandezza, quel sole che riesci a fissare per un po’ senza poi vedere gli aloni, quello che ti scalda le ossa, ma non ti brucia la pelle, quello che lascia spazio nell’infinito blu alle nuvole, nuvole leggere che non promettono acqua e si trasformano nelle forme più inimmaginabili. Un sole capace di farsi da parte, quando è ora che arrivino le stelle.
Stelle che disegnano carri, e pulsano, qualche volta cadono sulla linea dell’orizzonte del fiume stesso, e fanno da cornice a Sirio, che a sua volta pulsa nella volta, bianca come un diamante.

Poi va beh, io sono pigra e la zattera non me la sono andata a costruire.
Non ho nemmeno fatto lo sforzo di uscire di casa, e stendermi su un prato col mio libro.
E’ Gennaio, ‘ndo volemo nar?
Sono rimasta a macerare sul materasso della mia camera da letto.
E me lo sono fatta bastare.

Adoro il lato malinconico di Tom in netta contrapposizione al suo animo vivace e brillante.
E adoro il suo vittimismo, capace di creare più tenerezza, che pesantezza.
Impazzisco per lui, che impazzisce per il gusto di una mela e usa come gioco un topo morto e una corda per farlo dondolare, che baratta biglie di marmo bianco con aquiloni, scacciapensieri, soldatini di stagno, che colleziona pezzi di vetro rotto di una bottiglia blu per guardarci il mondo attraverso, che esplora caverne e se ne esce impasticciato di sego di candela dalla testa ai piedi. Amo Tom per i porri che ha sulle mani, lo amo per come se gli è procurati passando il tempo con le rane, e amo i metodi “infallibili” che conosce per liberarsene.  Amo come se la sa cavare assieme all’amico Huck, le loro diavolerie, buoni e generosi nonostante i pregiudizi, che insistono al diniego per principio, sempre pronti a combinare una birichinata. Amo come se la sanno cavare anche con la fame accontentandosi del cibo che gli regala il fiume, e la loro convinzione che quello, è il banchetto più prelibato del mondo. E amo per l’appunto come viene trattato il tema dell’amicizia, fatta di patti di sangue, giuramenti, segreti e complicità. Quel genere d’amicizia che poi da adulto rimpiangi ma che ti fa commuovere quando ti coglie di sorpresa, proprio mentre pensavi non sarebbe più successo,

E amo nel complesso lo stile di Mark Twain -a tratti sì è vero forse dissacrante- ma che riesce sapientemente a fermarsi prima di diventare scorretto, inopportuno, inadeguato.
Completo sino all’ultima pagina, a dispetto di molti scrittori, riesce a mettere la parola fine col migliore degli inchini.

Una romantica storia d’avventura e d’amicizia,
forse la più bella che abbia letto fino ad oggi.

sabato 25 gennaio 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n47 "ORGOGLIO e PREGIUDIZIO" J.Austen



Titolo: “Orgoglio e Pregiudizio”
Autore: Jane Austen
Edito: Giunti Demetra collana Acquarelli
Numero pagine:397
Mese: Dicembre 2013
Motivo che mi ha spinto alla lettura: l’amour.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà

Avevo già provato in passato ad affrontarlo, l’Orgoglio e il Pregiudizio,
Posso dirvi di preciso il mese e l’anno perché ogni volta che comincio un libro, mi segno la data in prima pagina.
Era l’Agosto del 2012.
Sempre a titolo di cronaca, in fianco alla data ho fatto una freccia, e accanto alla freccia, ho scritto testuali parole “Non ghè verso.”
Che i veneti magari capiscono cosa vuol dire, ma per quelli che veneti non sono, potrei tradurlo così: “ho provato a leggerlo più volte ma poi ho abbandonato l’impresa.”

Questo per una serie di motivi ma per due in particolare.
Il primo, perché ero senza l’amore, il secondo perché mi sentivo confusa.
Due motivazioni che all’apparenza possono andare a braccetto ma in realtà sono due cose ben distinte.

Amare non amavo nessuno, nell’Agosto del 2012 ci avevo l’acidità di stomaco e non mi sentivo propensa alle romanticherie, per cui non riuscivo a sentirmi totalmente coinvolta.
Il disincanto delle volte gioca brutti scherzi.
Tipo non ti lascia libero di leggere quello che vuoi.

La confusione invece, me l’ha fatta la Austen.
E me l’ha fatta già dalle prime pagine, per cui mi ha scoraggiata in partenza.
Poi mi spiegherò meglio altrimenti la mia amica Monica –a buon ragione- mi dice che quando legge le mie recensioni si capisce mai bene quello che penso.

Insomma, a farla corta e breve, succede che nel Dicembre del 2013 il mio ragazzo (che sempre a essere precisi l’ho conosciuto dopo dell’Agosto 2012) decide di farmi passare un fine settimana tipo principessa Sissi, e al mio ritorno a casa sentivo ancora il peso del gonnellone addosso, l’acconciatura coi bigodini, e il corpetto che mi strizzava il sangue e mi son detta “Perché no? Fatto 30 faccio 31 adesso mi leggo Orgoglio e Pregiudizio.”

E così ho fatto.
Mi sono fermata prima in pasticceria a comprare delle madeleine, ho buttato il decotto di bergamotto nel pignattino con l’ acqua calda, ho liberato la coperta di lana dalla naftalina, e ho dato il via alle danze.
Immagino fuori piovesse.
Lo dico così, anche non fosse vero, per completare il quadro.

Ritengo a questo punto indispensabile smettere di parlare della mia vita privata e andare oltre allegando uno schema.
Lo faccio per chiunque voglia avventurarsi in questa lettura.
Lo faccio per evitare anche a voi la confusione in cui io stessa mi sono ritrovata in passato (la stessa confusione di cui vi parlavo qualche riga fa).
Lo faccio perché caspiterina le prime 109 pagine di questa edizione sono pregne di nomi e credo sia facile andare in tilt.

Allora, la famiglia PROTAGONISTA è la famiglia
BENNET.
Il signore e la signora Bennet sono i genitori.
Terrei precisare che il ruolo del padre è quello d’assistere a continue discussioni su cosa sarà della sua eredità una volta morto.
I Bennet hanno 5 FIGLIE.

1-ELIZABETH (detta LIZZY) è il personaggio principale dell’intero romanzo. La cocca del padre.
2- JANE è la figa della nidiata, e ha un rapporto simbiotico con la prima.

3- LYDIA                      Queste tre possiamo raggrupparle.
4- MARY                      Le fa mucio ma no le serve a un casso. Sono tipo
5- CATHERINE            le sorellastre di Cenerentola, ma più insulse e saughe.

CHARLES BINGLEY è il nuovo vicino dei BENNET, ricco da far schifo, figo, e modo.
Ha un cognato. Si chiama signor HURST.
E delle sorelle, due mi pare, una si chiama CHARLOTTE e farà dei gran casini.
Il signor Bingley inoltre ha un amico. Si chiama signor
DARCY che è più figo del Bing, el ga ancora più schei, ma l’è (a pregiudizio) el mal cagà della situazione.

I LONG sono una famiglia, non occorre ve li ricordiate tanto scompaiono subito dalla storia.
Occorre ricordiate però i
LUCAS amici dei BENNET che hanno una figlia di nome CHARLOTTE, amica intima di LIZZY dovete rammentarla  perché poi si sposerà col signor
COLLINS.
Il signor COLLINS –che io sappia- non è mio parente, ma è il cugino delle sorelle BENNET.
La sua protettrice si chiama LADY CATHERINE, per gli amici “pigna in culo”, e ha una figlia, la signorina BOURGH, promessa sposa sin dalla tenera età del signor BINGLEY.

I PHILIPS sono gli zii delle sorelle BENNET, non imparentati col Collins, però. Importante tenere a mente un altro parentado i GARDINER capitanati dalla parte femminile della coppia.

Compaiono inoltre due ufficiali.
Il signor DENNY e il suo amico forestiero, il signor WICKMAN.
Ricordate Wickman che c’entra anche lui col discorso del pregiudizio.



Questo mi pare è quanto.
Per quel che riguarda il romanzo, posso dire che sulle prime, mi sono ritrovata spiazzata.
Non lo so, tutta questa educazione mi destabilizzava.
Sembra che tutti i personaggi si facciano lo scrupolo di mandarsi a cagare anche quando sarebbe il caso di farlo.
Abituata a vivere nel mondo in cui mi sono trovata, ero sempre lì pronta ad aspettare che qualcuno prima o poi tirasse un sonoro rutto, o un vaffanculo di cuore ma non è mai successo,
Un po’ c’è d’ammetterlo ci sono rimasta male ma poi ho messo da parte l’orgoglio, ho chiuso le gambe come le signorine e col mignolo alzato, ho continuato a sfogliare le pagine.
E ancora una volta metto da parte l’orgoglio dicendo che cavoli, passata la confusione e depositate le armi, mi sono trovata di fronte a una storia davvero coinvolgente.
Ora forse è vero, continuo a chiedermi che fretta avessero a sposarsi, la gente.
Voglio dire, nel 1800 succedeva così.
Due si innamoravano e tempo un niente erano già marito e moglie.
Fortuna i tempi sono cambiati perché a ben pensarci è un rischio, no?
Che ne so.
Decidi di passare la tua vita con tizio.
Lo decidi così, senza averlo prima conosciuto veramente a fondo.
E poi magari finisce che ti ritrovi a dividere lo stesso tetto con uno che metticaso soffre di flautolenza, o mangia con la bocca aperta, o si lava una volta la settimana, o ha la mania di toccarsi il pacco, robe così insomma.

Una storia d’amore che più d’amore non si può, che scorre come su una macchia d’olio e volentieri, ti tiene compagnia,

Per concludere vorrei mettere da parte i miei pregiudizi riguardo gli happy end.
Perché la Austen se la cava alla grande a portare il tutto a buon fine.
Costruisce l’ultimo capitolo in modo piacevole, e sebbene noi tutti sappiamo che la merda resta merda se un sogno è speranza, lei ci regala l’illusione che si può mica  vivere eternamente in un letamaio.









giovedì 23 gennaio 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n46 "TUTTI i RACCONTI" F.Kafka



Titolo: “Tutti i Racconti”
Autore: Franz Kafka
Edito: Grandi tascabili economici Newton
Numero pagine:358
Mese: Novembre-Dicembre 2013 Gennaio 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: il mio prof di scrittura creativa me ne ha fatto una testa tanta.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.
Il peggior sforzo che si possa richiedere alla mente di una persona, è quello di cercare simbolismi tra le righe.

Che dire di Kafka?
Mi sa da tipo che ama essere lasciato solo con la propria risata.
E poi mi sa anche da uno che vive barricato in casa, con le serrande abbassate e mille flaconi di alcol etilico a uso disinfetto – qualsiasi – cosa - tocco.
E resta al buio, le più volte. Per scelta.
E a volte si rosicchia le unghie dei piedi fino a farli sanguinare.
Quando ovviamente non è convinto che un esercito di formiche si stia intrufolando in ogni singolo poro della sua pelle e prende a pizzicarsi l'epidermide fino a farsi uscire i bubboni.
E dopo quando sopra i bubboni gli ci si fanno le crosticine, le stacca una a una e le conserva in un barattolo poggiato su di una mensola impolverata, posizionata immediatamente sopra allo stelo secco di quello che prima era un rigoglioso ficus benjamino.
E a volte anche esce, ma quando lo fa, diventa uno di quelli che mentre camminano si voltano di continuo convinto che qualcuno lo stia seguendo.
Credo pisciasse in piedi. Non è uno di quelli che si siede sul water per urinare. Nemmeno a casa sua. E mica perché la tazza ormai è gialla, ma perché pisciare da seduti non è una filosofia che gli appartiene. Tutto lì.
E dopo mi sa da uno che gioca a fare le ombre cinesi sulle parete.
Parte prima serio.
Stendi gli palmi delle mani, incrocia gli pollici e fa l’aquila.
Dopo poggia il gomito destro sulla mano sinistra, piega il polso della mano destra, unisce le 4 dita al pollice e fa lo struzzo.
Dopo alla fine si annoia, mette la lampada dietro alle orecchie e proietta sul muro la sagoma di Dumbo.
Lo fa così, giusto per ridere, poi torna a staccarsi le crosticine dai bubboni.
Sovente si scaccola, ma chi non lo fa?

E tutto questo traspare nella sua scrittura.
Nelle sue parole c’è lo sconforto, la rassegnazione di far parte di un mondo immutabile, il tormento di dover convivere con ciò che da sempre non è mai cambiato, l’assoluta certezza di dover vivere in un posto marcio, dove i sognatori trovano respiro solamente in ciò che la realtà trasforma in grottesco, le sue pagine pullulano di false sicurezze che portano a tutto fuorché alla leggerezza.
Un umorismo nero che entra a far parte di te non da subito ma via-via che riesci a toccare le corde del suo stile.
Leggi Kafka e vieni travolto dalla stessa inquietudine che poteva prendere un malato di febbre nel 1800.
E riesci quasi a convincerti che l’esistenza sia solo un peso.

Mi sono ritrovata ad appassionarmi, davanti ad alcune sue storie ma al contempo, a cominciarne altre e a lasciarle indietro, forse più che per noia, per colpa della scarsa curiosità nei loro confronti.
A volte manca di vivacità.
Non è una battuta.
Vivacità intesa come ritmo, che sono convinta possa esistere anche nel buio più scuro.

Chissà se Franz Kafka avesse conosciuto Tonino Guerra, di cosa avrebbero parlato.

Ho chiuso il libro, e ho sentito dentro una gran voglia di leggere “Le Avventure di Tom Sawyer.”



domenica 5 gennaio 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n45 "DUE PINTE di BIRRA" R.Doyle


Titolo: “Due Pinte di Birra”
Autore: Roody Doyle
Edito: Guanda
Numero pagine: 153
Mese: Dicembre
Motivo che mi ha spinto alla lettura: l’entusiasmo della critica


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Capita mai a voi?
Di farvi abbindolare dai pareri positivi di qualche critico di un qualsivoglia giornale importante e poi, grazie a questi, comprare il libro in questione?
O di trovarvi in libreria a farvi incantare dall’offerta “acquista 3 Guanda, il 4 te lo regaliamo noi?”

Io in entrambi i casi ci sono cascata con entrambi i piedi.
Per questo, ho preso Due Pinte di Birra.
Non sto parlando di un litro di luppolo, no, per quello non mi servono specchietti, per prendere quello mi affido al mio buon gusto e al mio istinto.

Due Pinte di Birra è il titolo di questo libro definito da The Indipendent “Un autentico genio della comicità” e da Telegraph “Un libro spassoso e provocatorio”.
L’ha scritto Roody Doyle, autore di “Paddy Clarcke ah ah ah!”

Lui è irlandese.
Anche il fatto venisse da una terra che amo con tutta me stessa, mi ha spinto a comprarlo.
Gli irlandesi sono fantastici, se in Irlanda non ci siete ancora stati dovete andarci.

Eh, pure la copertina è bella.
Io anche volentieri mi lascio conquistare dalle illustrazioni.

Lo dico per orgoglio, solitamente una sfogliata a quello che prima devo comprare, la do.
Ma quel giorno lì fatalità nella libreria avevo intravisto una che non mi stava tanto a genio e per godere della promozione –visto e considerato che i miei tre libri li avevo scelti- ho preso quello che più a pelle mi attizzava e via sono corsa alla cassa.
A volte le librerie non sono mai abbastanza grandi e nascondersi dalle persone diventa difficile.
La tizia non credo mi abbia vista, non mi ha salutata e in ogni caso per quel poco che ci siamo conosciute credo l’abbia capito che sono acida nell’animo, quindi magari vista  mi ha vista solo che lei non si fa tante pippe mentali come me, e se n’è fregata se in quel momento le rubavo l’ossigeno.
Chiaro, quel poco di ossigeno che mi ha concesso per bontà d’animo di respirare.

Ma non siamo qui a parlare della mia sociopatia.

E’ particolare, questo libro.
Particolare nella struttura, intendo.
Non siamo davanti a un romanzo e nemmeno a una raccolta di racconti.
Ma ad uno scambio di dialoghi.
Ogni pagina è caratterizzata da un continuo apri e chiudi di virgolette.
Botta e risposta tra due amici che con una certa costanza, decidono di trovarsi in un pub davanti a una birra e a parlare con cinismo di cronaca, politica, gossip e del nipote di uno dei due –Damien- che è una sagoma mica da poco e via andare.

Non lo so.
Non mi ha convinta.
Ci vedo del potenziale in R.Doyle, ma qui non lo vedo sfruttato al massimo.
Proprio per questo, riguardo all’autore non voglio spingermi oltre.
In Due Pinte di Birra, nel complesso, ci sono delle uscite simpatiche di quelle tipo che ti fanno sollevare il labbro superiore. Come quando si finge di alzarlo con un filo immaginario.
Una lieve smorfia timida, non sufficiente a far dar aria ai denti.