venerdì 18 gennaio 2013

RACCONTO infeltrito numero12 E' TUTTA COLPA DI HEMINGWAY



Supponiamo una cosa, venitemi dietro solo se ne avete voglia.
C’è un tizio che si mette in viaggio, un viaggio facciamo lungo un mese.
Mettiamo il caso che ha scelto di andare in ‘Merica, e più di preciso negli Stati Uniti. Ha evitato il sud per una scelta ben precisa: odia Marquez, Coelho eppure la Allende.
Lui, è più uno alla Kerouac da viaggio on the road, di quelli che fanno fico quando è che torni e ci hai da raccontare agli amici Che tu non sai quante me ne sono capitate!
Lui ha fatto l’autostop, si è fatto pure il coast to coast , e non partiva nemmeno a fare un pezzo di strada a piedi, se non ci aveva Eddie Vedder nelle cuffiette dell’ I pad.
Racconta che è stato nella California, dove là si è ingozzato di arance, giusto solo per capire cosa si prova ad essere nello stomaco di Fante.
Che tu non sai quante me ne sono capitate.
Ha abusato di benzedrina, e anche di marijuana, dice.
Ha visto cose oltre alle cose che c’erano per davvero, Anche lo sciamano di Jim Morrison, insiste.
In realtà, e questo lo sa solo lui e forse pochi, sei mesi prima ha approfittato di un offerta sul web dell’Alpitour, e l’ha presa al volo. Gite sul pulmino nel deserto, traversate col traghetto sotto il ponte di S.Francisco, indimenticabili escursioni sul tourist bus per le strade della Grande Mela, soggiorni in resort da sogno su spiagge da cartoline, compresa la visita sul set di Bay Watch.
Ha mangiato da schifo.
Questo risulta in entrambe le versioni. Quella veritiera, eppure quella del tizio, intendo. E’ solo Gordon Ramsel che si ostina a volerci far credere che quelli, gli americani, sono bravi a fare da mangiare.

Mi state seguendo, lo sento.

Ora, il tizio torna dalla sua vacanza -che insiste nel voler chiamare Viaggio- e la prima cosa che fa da buon italiano, è dirigersi al bar dell’aeroporto per spararsi un caffè senza troppa acqua.
Sfila il cellulare dalla tasca, toucha il numero di un amico, che se ha voglia di cenare insieme gli farebbe piacere perché se c’è una cosa che gli manca di casa, è proprio la buona cucina, Eppoi, ci ho da raccontarti quante che me ne sono capitate.

Da qui in poi, la storia va avanti così.
Sì guarda, già dal primo giorno ho capito che questo sarebbe stato il viaggio della trasformazione, cioè, quella interiore che ribalta tutte le convinzioni che avevi prima di allora sulla vita in genere. Cioè voglio dire, conosci gente, culture, fatti, cose, situazioni, numeri. Guarda, ci scrivo un libro perché a voce non renderebbe, capisci? E’ tutta una questione di… di… di sublimazione, mi  sento rigenerato, rinato. Sì penso che il mio libro lo intitolerò “La rigene-nascita”, spacca, eh?
Ah però, però ora ho bisogno di riempirmi lo stomaco.
Ci sono state notti turbolente, al di là dell’Oceano, notti insonni in cui tra un arancia e un'altra, sognavo ad occhi aperti grandissime abbuffate alla Tognazzi. Dai! Dai, portami in quel ristorantino ora, dai, quello dove siamo andati l’ultima volta, mmmhhh se ci ripenso, sai cosa mi sparo ora?
Una bella bistecca, di quelle rosse al sangue, cotte poco, Ci voglio infilare il coltello dentro e sentire ancora la vacca muggire, voglio vedere la carne galleggiare nel piatto, E di contorno? Ah di contorno, mmmhh patate novelle, quelle con la crosticina tutta intorno, croccanti fuori e burrose dentro. E i funghetti? Ci vogliamo mica mettere anche i funghetti insieme? Quelli che profumano di sotto bosco, soffritti nell’aglio e nel vino bianco, cotti a fuoco lento per ore e ore, una bontà, che solo in quel ristorantino lì li fanno così.
Voglio sedermi a tavola, leggere la lista dei vini e accompagnare il tutto con un buona bottiglia di rosso, sentire la leggerezza della tovaglia di lino accarezzarmi le ginocchia e vedere il mio viso barbuto riflesso in finissimi calici di vetro.

Torniamo a noi.
Il tizio convince l’amico a farsi accompagnare in quel ristorantino.
Per tutta la sera, non fa che parlare del suo viaggio, non smette mai, aggiunge dettagli, pure quelli più insignificanti, chiama di continuo il cameriere alzando il dito, con la prepotenza di chi vuole essere servito per primo. Il cameriere nel mentre fa il suo dovere, raccoglie le ordinazioni dei tavoli con la dovuta precedenza, ripone le portate sui tavolini circostanti. Il ristorante è piccolo e il tizio, ostenta nel narrare le sue avventure con un tono di voce qualche decibel più alto del necessario.
Lo sentono tutti, cameriere compreso.
Il cameriere è incazzatissimo.
Lavora in quel locale con uno stipendio da fame, non fa un’ora di ferie dal giorno in cui è stato assunto, cinque anni prima.Ci lavora feriali, festivi, fa pure il doppio turno, giusto per garantirsi l’affitto.
E il tizio, con quel suo dito sempre all’aria non lo aiuta per niente.
Prende l’ordinazione.
Segna sulla comanda la bistecca, e sì sottolinea che dev’essere al sangue, e le patate croccanti ma pure morbide, e i funghi, che devono avere il profumo del muschio, ma non troppo. Lo fa con il sorriso e la pazienza, come gli ha insegnato il suo titolare dev’esser fatto, che ci tiene lui, alla sua clientela.
Poi va in cucina, e aspetta.
Pensa alle quattro mogli che deve mantenere, e ci beve su.
Pensa a quanto gli piacerebbe vedere l’Africa, e ci beve su.
Pensa, che quello con la barba che vuole la bistecca al sangue, quello che alza di continuo il dito, poteva camuffarsi meglio, che si vede subito che è uno sbirro in borghese, quello, e ci beve su.
Ci mette un attimo, a finire la bottiglia di wiskey che tiene nascosta dietro il frigo per occasioni come queste, apre dunque una bottiglia di vino bianco, e la tracanna giusto per non pensare pure a quello.
Quando il cuoco lo chiama, quando il piatto del tizio col dito è pronto, il cameriere afferra il coperchio della pattumiera, lo gira e ci trasferisce sopra il tutto.
Adagia bene la carne da una parte, i contorni dall’altra.
Poi, porta al tavolo.

Cosa mi ha portato? Ma sparati amico!
Non aveva forse chiesto la bistecca al sangue, le patate croccanti ma pure morbide, e i funghi che devono avere il profumo del muschio ma non troppo?
 
Non tiriamola lunga.
E’ sempre solo una questione di presentazione, al diavolo pure i dettagli.

Ma soprattutto, è tuta colpa di Hemingway.




giovedì 10 gennaio 2013

RACCONTO Infeltrito numero 11. "IL SENSO DELLA TRIPPA"

 

C’è un qualcosa di profondamente romantico nel bere una birra alla Coetta all’ora del tramonto.
La Coetta mica è il nome di un locale del centro, dove che ti ammazzi di tartine surgelate guarnite di finto salmone e ti sfondi le orecchie di musica chill out, no.
La Coetta è il nome di una cava persa nelle campagne, una cava di quelle dove che si pesca il pesce, quello di sopravvivenza come che ad esempio le trote, o le carpe.
E le birretta la bevi in un casottino tirato su alla bella e buona, un container poco a norma forse, ma che sfido io a trovare altri bar così, in giro.
I sacchetti di patatine con dentro le sorprese dei  personaggi dei cartoon che però andavano di moda l’anno scorso o forse avant’anno, il pandoro più strappato che tagliato, sistemato alla meglio sul banco che un po’ appiccica pure, il banco. Il pandoro no, quello è coperto da un consistente manto di zucchero a velo che se no si capisce, che è secco.
Gli addobbi natalizi appesi alle pareti con una buona mano di scotch scivolano sulla superficie precaria  e se stai attento, lo vedi il babbino natale che penzola, li in mezzo a tutti, che penzola e non cade e resterà sicuro in equilibrio precario fino al momento in cui, uno dei tanti vecchi seduti al tavolo immediatamente sotto, non tirerà un pugno sul tavolino smadonnando che ha provato a barare nella partita a briscola ma lo hanno visto troppo tutti.
E’ solo alla Coetta che ci trovi i bocia carogna, quelli con le lentiggini e il muso da topo, i capelli spettinati, i denti molli, che per la noia rubano e si riempiono le tasche di rotelle di liguorizie e le mescolano li dentro, tra sassi e finte mosche da lenza trovate per terra sparse lì sa dove, che i nonni sono troppo impegnati per badar loro tanto è l’impeto che ci mettono a lanciare le carte sul tavolo che è tutto un tarlo, e ci ha le gambe che forse al primo sole faranno crack ma non è il momento di pensarci perché ora è solo inverno.
E tutto è fermo.
E’ ferma pure la bici di Caietto, Caietto dai rizzetti magici che scuote la testa di continuo e li fa volare come nel vento quei boccoli scuri, un vecchio giovane o forse un giovane che pare vecchio, che a lui non ci importa delle stagioni, che 365 giorni l’anno per lui è sempre Natale e festeggia col suo bel bicchiere di vino rosso, quello della casa che ti spacca lo stomaco e fa calare gli occhi, ma Caietto si è mosso, forse sta dormendo da qualche parte lì intorno, è la bici che è ferma. La bici di Caietto la riconosci ovunque per così com’è: messa insieme col nastro isolante, verniciata con la bomboletta spry che a Caietto non ce ne importa se il colore della vernice è diverso da quello originale, vattene in cerca sapere quale, per scoprirlo bisognerebbe trovare una foto dei tempi della sua comunione, dove tra l’altro, era pure alto uguale, dicono.
E Caietto lo trovi pure fisso in bacheca dentro nel bar, ci trovi la foto, mica Caietto, la foto da adulto, mica della Comunione, e ci ha tra le braccia un pesce gigante e nella bacheca ce ne sono tante di foto di quelli con in mano i pesci giganti che certi quasi sono costretti a farla in ginocchio, la foto, e allora forse dici è vero, quando che i pescatori dicono Ieri ho pescato un pesce grande così che non ci sta neanche in mezzo a quanto allargano le braccia, però ci ho il dubbio, che l’ha pescato Caietto, quello che stringe nella foto, forse se l’è fatto prestare e allora se torniamo sul discorso, qui finisce che mi sa non ne veniamo più a capo, meglio andare oltre, allora.

Fuori c’è la capra che fa Be da sotto la barba, e l’asino che raglia da dietro le orecchie, esci, la birra tra le dita, la testa sotto la tettoia che è solo rugginosa lamiera poggiata su travi di ferro.
Guardi il cielo rosa che sale fino all’azzurro, l’acqua torbida che scende fino al petrolio, e non fai mica in tempo a seguire i cerchi che ci fanno i pesci dentro perché la signora che sbuca da chissà dove ti distrae dicendo Ecco, ciapà giornada, go le scarpe tutte impantanade de merda diaolo ******  e tira fuori una Muratti bianca dal pacchetto blu schiacciato, Buteloti gavio el tacheta-grassie bone feste, poi se ne va sbattendo i talloni marcando la strada con inequivocabili strisciate come che fosse in sella a un cavallo, e ti lascia per eterna compagnia, la sua ombra divorata dall'orizzonte.

E tu nel mentre segni tutto,  scrivi cominciando così

Ho visto palpebre calate da luppolo e ugole rosse accese da sigarette.
Ho sentito voci sospinte da stelle,
e sospiri
raggiungere la luna che miele
sbrodolava il cielo
riempire cuori di diabete…
e lo fai su una serie di tovagliolini ruvidi di carta, di quelli messi insieme da una molla cromata, con la penna prestata dalla barista che fa clic-clic, e dondola pure perché ci ha la plastica un po’ rotta, lì sulla punta e il tuo uomo che dice Amore, c’è tanta vita qui dentro, eh?
E capisci che quella è esattamente la frase giusta al momento giusto eppure anche ti pare sia in grado di leggere nel cervello attraverso il lucido nelle tue pupille, quello vero, non in boccetta, Lui.
E ti dice andiamo a casa, è presto ora di cena, cucino io, finché tu continui a scrivere quello che ci hai da scrivere.
E toglie le trippe dall’aceto, che ce le aveva messe prima di andare la alla Coetta e bere la birra, quella romantica. Posso interromperti un attimo, ti dice Pensavo sai,
potrebbe accadere, no? Voglio dire, ad entrambi piace la montagna, eccetera. Succede che ci perdiamo in un bosco, giusto? I cellulari non prendono, e via a discorrere. Ecco vedi, in quel caso io saprei come accendere un fuoco, procurarmi del cibo, costruire un rifugio di fortuna per ripararci dalla notte e tu...tu...beh tu... tu mi racconteresti delle storie bellissime.

E allora, poggi la penna e gli ci chiedi con quasi una punta di fastidio
Mi stai forse dicendo che non sono capace di fare un ca**o?


No, che siamo indispensabili l'uno per l'altra.

E quella, è proprio un’altra frase giusta detta al momento giusto.

La trippa che lenta e senza fretta cuoce da sola sul fuoco.
E poi, si sa.
Le budella scalderanno le viscere.
Ci sarà la sudorazione notturna, le labbra secche, la lingua robusta del mattino, il fiato importante, il bacio che non pesa,
l’immancabile sete.





domenica 30 dicembre 2012

VOLEVO FARE LA SCRITTRICE -Carrellata di frammenti presi da temi sparsi su un quaderno delle elementari.

L'amica degli animali

L'amica Immaginaria

L'anarchica Paranoica

L'Associale Depressa

Soddisfazioni 1

La Figlia dei Fiori

La Lecca Culo

La Pacifista

La Paladina della giustizia

Soddisfazioni 2

La Prudente Puntigliosa

La prima e ultima volta che ho usato il termine "Volitivo", ignorandone ovviamente il significato

I primi segni di svampimento

L'Ottimista

Sempre sul pezzo

Soddisfazioni 3







E questo, è il mio modo di chiudere con voi il 2012.
Ciao dalla Colli,
pace, amore e poco casin.

sabato 29 dicembre 2012

RECENSIONE senza Candeggio numero11 "FIRMINO" -S.Savage

In questa immagine Firmino: il topo più inutile del mondo.

Scheda tecnica

Titolo: “Firmino”
Autore: Sam Savage
Edito: Einaudi stile libero
Numero pagine: 180
Mese: Novembre/Dicembre
Motivo che mi ha spinto alla lettura: lasemo star.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITA’

Ero appena uscita dal trauma procuratomi da “L’Eleganza del Riccio” (Recensione senza candeggio numero 8) neanche il tempo di riprendermi, e mi sono imbattuta in questo “Firmino”.
Ben mi sta.
Questa è la giusta punizione che mi spetta.
Prendere consigli sulle letture da affrontare da persone totalmente diverse da te porta a questo, tal volta. Raro trovare belle sorprese, parliamo pure della stessa persona, dunque cocciutaggine mia che non l’ho capita alla prima fregatura.
Mi sono detta Però magari a ‘sto giro ci siamo, dai, il primo l’ha scritto una francese, e sappiamo tutti come sono, lì i francesi, però dai Firmino l’ha scritto un americano e io che gli scrittori americani proprio li adoro ho continuato a dirmi Dai, vedrai questa volta sarà tutta un’altra musica. Ho cercato su Google la foto del Sam, sembrava il Terzani de noaltri, m’ha dato fiducia tutta quella barba e gli occhi da cane bastonato, un’ultima volta mi sono detta ancora Dai! che a momenti mi convincevo di essere Morandi Gianni con tutti questi “Dai che ce la fai”.

Se comunque sei ancora perplesso, basta che leggi la quarta di copertina e ce n’è di gente che lascia le sue due righe per convincerti che quello che hai tra le mani è un capolavoro della narrativa.
Ne parlano tutti bene, Ammaniti, Baricco, Parrella (scusate l’ignoranza ma…cu’ minchia è????), Starmone, sviolinate che non vi dico.
Oh!Io alzo le mani perché questa è tutta gente che hai voglia, ne sa più di me sicuro, ma boh, io ho una mia idea a riguardo.
Se ad esempio Beppe Bigazzi in persona, si presentasse alla mia tavola con uno sterco fumante adagiato su un piatto d’argento e mi dicesse Colli, assaggia che è una meraviglia, certo prima di farlo lo annuserei e ci penserei due volte. Sempre a patto non ci sia in ballo una scommessa con un bel po’ di soldi, che ecco lì il discorso cambierebbe.
“I gusti iè gusti e i gatti i se annusa il cul.”
Questo proverbio popolare poi, riferito a Bigazzi è troppo il suo

La debolezza a mio avviso di questo romanzo è che Savage ha preso coscienza del fatto che Firmino è un sorcio solo alla fine di tutta la storia.
Per come la vedo io, un ratto è un ratto, e a meno che tu non sia un creatore della Disney, non puoi pretendere molto altro da un animale, è uno sforzato voler andare controcorrente che a me sinceramente fa venire il patetismo, oltre che a un gran prurito alla cute.

E qui mi spiego.
Qual è la trama di questo libro?
Pronti!

Firmino nasce da una sfornata considerevole di topi, viene ignorato da tutti i parenti, sua madre compresa che è pure alcolizzata.Nasce e trascorre l’inizio della sua vita in una libreria, dove ben presto impara a sfamarsi con pagine e pagine di libri ai quali via andare si appassiona e impara perfino a leggere.
Cresce, trasformandosi da borghese a ratto no global artistoide eppure filosofo.
Il primo pensiero sessuale che gli scatena l’ormone è il culo peloso di sua sorella, fa te. Poi scopre il mondo che c’è fuori dalla libreria, si sfinisce di film porno al cinema del quartiere.
Grazie alla sua cultura, è capace di formulare pensieri e considerazioni crepuscolari di cui se posso dirla tutta onestamente provavo poco interesse. Spesso, mi ritrovavo a saltare con gli occhi righe e righe con la speranza di arrivare a termine dei suoi vaneggiamenti.
Diventa grande amico di uno scrittore (e questa forse è la parte che non toccherei di tutto il libro, interessante per davvero) oltre che a un grande malinconico amante della musica giassszz, capace udite-udite di suonare un pianoforte giocattolo.
Il suo amico scrittore viene fulminato da un ictus. La tragedia piace sempre e  Savage lo sa.
Firmino usa parole ed espressioni ricercate, come tutti i topi che si rispettino. E’ vero, definisce l’erba “fragrante” ma è l’unico aggettivo che forse si permette di cannare.
Predica che il suo cruccio più grande è quello di non riuscire a comunicare verbalmente con gli uomini ma poi in ben due occasioni, racconta di chiacchierate occasionali fatte con un certo tizio al bar. Gli piace il vino.
Si rammarica di come l’edilizia moderna prenda il sopravvento sull’architettura storica del quartiere e questo è l’ultimo pensiero che gli balena per la testa una volta tornato alla vecchia libreria. Viene sfrattato da una che gli legge nel pensiero.
 Fine del libro.
Quando dico che il Sam prende coscienza del fatto che il ratto è un ratto, ovviamente mi riferisco al momento in cui stà a rosicà le pagine.

“Un libro commovente!”
-dice la critica eppure chi me l’ha consigliato.
Io sarà che sono cinica e scorretta ma già dalle prime battute, ho sperato crepasse più che in fretta, ‘sta pesantezza di roditore.

Il sorcio filosofo non se po’ sopportà.
Non parlatemi di metafore. Sono belle solo se funzionano, meglio ancora se non sono banali.
Lunga vita allo zio Walt.





mercoledì 26 dicembre 2012

RECENSIONE senza Candeggio numero10 "Le Avventure di Oliver Twist" -Charles Dickens

El Carlo, Caio per gli amici.


Scheda tecnica

Titolo: “Le Avventure di Oliver Twist”
Autore: Charles Dickens
Edito: Bur Rizzoli
Numero pagine: 454
Mese: Ottobre
Motivo che mi ha spinto alla lettura: per me le storie sui trovatelli, spaccano le tibie.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITA’

Io per vivere lavoro in fabbrica.
Cioè, piano, mi sono spiegata malissimo; non è che muoio se non passo gran parte della mia giornata in quel capannone.
Volevo dire, che per guadagnarmi da vivere, impiego le mie ore a catena.
No, non è ancora esattamente quello che volevo dire.
Facciamo così.
Io, per far girare l’economia e timbrare il cartellino come grazie al cielo posso permettermi di fare, lavoro in fabbrica.
Per sei ore e quaranta minuti al giorno, dal Lunedì al Sabato, e da Dicembre, pure tutte le Domeniche, produco per tutti noi.
Io, faccio la pettinatrice di pollami.
Ci ho un mio amico che ogni volta che gli dico che lavoro faccio gli scappa da ridere e io gli voglio bene anca se l’è semo, ma la realtà dei fatti resta questa: pettino pollami.
Lavorare a catena non è cosa da poco se uno ad esempio è incline a farsi stringere dal caldo abbraccio dello stress, io mica che sono una persona che ci ha tutta questa calma, per dire. Però sono bravissima, mi porto i nervi nella pancia, taccio e faccio il mio che per fortuna con la crisi che c’è, almeno posso dire di pettinare i pollami.
Io ho fatto un sondaggio tra i miei colleghi e mi sono sentita un po’ meno esaurita quando un giorno gli ci ho detto a loro Ma anche voi la notte, finché dormite vi sognate di pettinare i pollami?
Siccome tutti mi hanno risposto Sì Silvietta, tranquilla è tutto normale, mi sento un po’ meno scema a raccontarvi di un sogno che ho fatto questo mese, quando di giorno pettinavo i pollami e la sera, prima di addormentarmi leggevo “Le Avventure di Oliver Twist” .

Che poi anzi no, prima è meglio che vi spieghi COS’è una pettinatrice di pollami se no come al solito rischia che faccio confusione.
A dire il vero non c’è nemmeno troppo da dire in merito: ogni giorno, mi passano sotto gli occhi 1600 pollami interi, che però sono a pezzi, tipo… prendiamo un petto di pollo.
Ogni giorno, sul nastro distribuiscono dei pezzi di petti di pollo che non sono fatti da Abele figlio di Apollo che fece una palla di pelle di etc  occhei occhei , sono seria.
I pollami non è che li pettino con la spazzola, è che quando prendo i petti in mano, che non è che ci hanno  le piume ma sono nudi, ,io con tutta la forza dei miei diti ci strappo via il grasso e poi li sbatto in una vaschetta di polistirolo che detto così mi fa sembrare una persona crudele e brutale ma tranquilli, uso i guanti.
D’ora in poi dunque, quando andrete al supermercato e comprerete una confezione di petti di pollo, se non c’è il grasso, pensatemi, se vi fa piacere farlo, altrimenti è uguale, amici come prima.
A questo punto il sogno che ho fatto ve lo dico alla fine, perché così,  punto primo ci ho un finale, punto secondo parliamo del libro che forse vi interessa di più, credo.

Le Avventure di Oliver Twist, così sulle prime, era stato annoverato da chi ne sapeva a pacchi di libri, come una lettura adolescenziale, perché tutto sommato se uno lo legge così come se stesse leggendo il volantino delle offerte del supermercato, parla di un povero orfanello succube della proprio destino, che incontra strada facendo prima una miriade di teste di minchia e poi tutta una serie di “buoni” che lo tirano fuori dalla vita di merda che stava facendo, tra gente che si divertiva a picchiarlo, a farlo dormire in una bara, a mangiare nella ciotola del cane, a vivere in mezzo a prostitute, a sbatterlo per strada costringendolo a rubare e a fare tutte le cose che non si fanno, specie se ad esempio sei un bambino.
Poi invece dopo qualcuno si è svegliato e ha detto Piano, qua mi sa che il Dickens ci sta prendendo per  i fondelli, sta a vedere che se leggi tra le righe questo romanzo è un attacco sarcastico alla società del tempo.

Però a onor del vero, l’autore mica ha creato tanti fraintendimenti secondo me, e non capisco com’è che è successo che hanno fatto tutta quella confusione quelli li, quelli che ne sanno a pacchi di libri.
Lo zio Charles, noi lettori mica che ci tratta da ragazzini idioti, anzi tutt’altro, ci parla come se avessimo un cervello elevandoci dalla classe borghese, dai giudici e dai filosofi che ne fanno parte, dalla gente cattiva, dalle chiacchiere.
Ogni tanto (dal momento che la storia è lunga e i personaggi sono molti) si prende pure la briga di farci un riassunto riportandoci alla mente ciò che era precedentemente accaduto, e mica che gliel’ha chiesto nessuno di farlo, ma quando decide di farlo, ci sta proprio tutta.
 
Ci ha la battuta sempre pronta e la lancia come se sembra che sta parlando serio e invece sta scherzando, e io non so se capite cosa intendo. Un po’ come quelli che sono bravissimi a raccontare le barzellette, che non è che se ne escono dicendo “Oh, senti questa!” ma che partono a raccontarla senza avvisarvi, senza rovinarla, riuscendo a rimanere seri dall’inizio alla fine, però te quando finiscono di raccontare quello ci avevano da raccontare, che prima e nel mentre eri rimasto serio, alla fine scoppi a ridere, capite ora l’esempio?
Così intendo che scrive Dickens.
Ci avrei anche degli esempi da riportarvi che io me li sono segnati con la matita nel mio libro, ma andateveli a cercare che magari quello che fa ridere a me, a voi fa piangere e viceversa.

Adoro, come riesce a creare nella mia testa, i suoi paesaggi dolcemente malinconici, sotto a un costante cielo fosco e nuvoloso che decide schiarirsi paradossalmente solo in situazioni fortemente drammatiche.
Pagine giallastre che diventano rosso sangue.
Parole così reali e vive, da sembrare sussurrate dallo spirito dei morti.
Poi alla fine tace, trasformando le sue parole in un dolce fiato.

Detto questo, prima di dedicarmi alla carriera da poeta che a quanto pare mi sta aspettando in qualche intrinseco lato del mio cervello, vi racconto il sogno, quello di cui vi ho parlato all’inizio.

Stavo li, a pettinare pollami in fase onirica, che però io ero convinta di esserci davvero, a lavoro.
Ero alla mia postazione in fabbrica, al nastro dei petti di pollo, però, invece di passare i polli sotto i miei occhi, passavano i libri.
Mi sono svegliata spaventata dal mio stesso stato di agitazione.
Stavo discutendo col mio responsabile.
- No!Mi rifiuto, –gli dicevo. - Oliver Twist va benissimo così, mi rifiuto di toglierli il grasso!

Fermo restando che probabilmente ho bisogno di ferie, dell’ipnosi o di entrambe le cose, è ciò che esattamente penso anche da sveglia di questo romanzo.


sabato 15 dicembre 2012

RECENSIONE senza Candeggio numero9. Harmony: "Segreti sotto le Lenzuola" Paula Roe



Scheda tecnica

Titolo: “Segreti sotto le lenzuola”
Autore: Paula Roe
Edito:
©Harmony ©
Numero pagine: 155
Mese: Settembre/Ottobre
Motivo che mi ha spinto alla lettura: Chi mai nella vita non è stato spinto dalla curiosità di leggere ALMENO un Harmony?


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITA’

La Domenica io e mia sorella, ogni Domenica io e mia sorella uscivamo da messa, un po’ di fretta è vero lo ammetto, ma sareste stati bravi a trovarmi un bambino che non lo faceva, lo facevate anche voi, ne sono più che convinta.

Attraversavamo la strada sulle nostre belle gambette scattanti e ci mettevamo in coda tra anziani col capello e signore coi gonnellini a fiori aspettando in un visibile stato di agitazione che arrivasse il nostro turno per incassare il premio.
Eravamo bravissime se andavamo a messa e c’era il premio se promettevamo di stare fino alla fine, e il premio era un giornalino, un giornalino a testa, sponsorizzato dalla nostra vecchia, sia chiaro.

Non avevamo molta fantasia. Ogni santa Domenica, mia sorella prendeva la sua solita copia di “Cioè”, io “Topolino” (e che ce vojammo fa’, so’ sempre stata tenera da matti).
E aspettavamo il nostro turno, e io me lo ricordo che finché aspettavamo il nostro turno a me l’occhio cadeva sempre sull’espositore girevole carico di quei romanzetti con quelle copertine tutte colorate.
Ogni tanto ci provavo e gli dicevo Mia sorella Miky, oggi invece di “Topolino” posso prendere questo? Ma la risposta era sempre quella No-non puoi è da grandi.
Sbuffavo ma ogni volta riuscivo a farmene una ragione.

Insomma, a farla breve una settima fa, ho avuto la mia rivincita, non chiamiamola soddisfazione che le cose è giusto chiamarle col suo nome.
Una settimana fa’ ho comprato il mio primo Harmony.
E non preoccupatevi sono perfettamente cosciente che da qui al farmi prescrivere sonniferi e ansiolitici il passo è breve ma…
ma niente, credo di non avere altro da aggiungere.

Quindi, vado in edicola. Voi non potete immaginare quanti Harmony esistono e al momento dell’acquisto io giuro che non sapevo quale scegliere, perché se badi ai titoli o alle illustrazioni delle copertine, li compreresti tutti e invece io ho usato la tecnica che ho aperto tutti i libricini a caso in una pagina e quello che ci aveva la pagina che più mi attirava, allora lo compravo. Ha vinto Segreti sotto le Lenzuola per la seguente:

“Lei all’improvviso lo rimproverò
- No, non farlo!
- Non fare cosa?
- Non irrigidire i glutei.
Un’erezione in piena regola premeva contro il lettino e lui non poteva farci niente.
- Hai finito?
-Non ancora, devo completare…
- Grazie, va bene così.”

Ho pagato l’edicolante con il mio Harmony in mano e già che c’ero ho pure preso il dvd di Hysteria, quello che parla del tizio che ha inventato il primo vibratore. Quando ho pagato gli ci ho detto all’esercente che dopo il mio sciopping nella sua edicola mi sa che non ci mettevo più piede dalla vergogna e che comunque non sono una pervertita, come crede.

Veniamo alla trama che tanto lo so che siete curiosi come le capre.

Lei.
Lei si chiama Beth, fa la massaggiatrice e sicuro state pensando che è una porca da paura e invece no, è frigida da matti che non la molla a nessuno neanche per scherzo. E’ bionda coi boccoli e bella da matti, non ci è dato sapere se è pure simpatica, dal racconto comunque non traspare, e io spero bene che non lo sia perché se no allora non c’è più un minimo di giustizia, a questo mondo. Abita in una casa in campagna, nella Australia.

Lui.
Lui si chiama Luke e per descriverlo uso le parole dell’autrice perché vale la pena: “il suo corpo era 1 metro e 90 di pura virilità, aveva un muscoletto sexy che gli guizzava come impazzito lungo una guancia, i pantaloni tesi su un fondoschiena dalla forma perfetta e forti bicipiti che si intravedevano sotto le maniche arrotolate della camicia”.
–va beh, figurati. Sa visto mai che i protagonisti erano alti medi, con una carie sul molare e senza culo. In un mondo perfetto è impensabile. E il mondo Harmony, E’ un mondo perfetto.-
Comunque lui è il nipote del boss che è morto e ha ereditato la casa dove che abita la frigida, non si conoscono e i loro destini s’incontrano proprio per questa faccenda della casa e bla – bla- bla.

Nasce una storia d’amore che Beth rifiuta d’ammettere a se stessa perché ci ha il suo segreto, mentre Luke accetta di buon grado perché non è mica scemo, anche se pure lui ci ha i suoi segreti, se no, che Segreti sotto le Lenzuola erano?
Ci mette 15 giorni Luke, a dare un bacio “titillando le labbra di Beth con la lingua “ ma la cosa si ferma li. Passano un sacco di settimane da quell’episodio e quando pensi che ormai Luke ce la fa a trombarsela, invece la tocca solo coi diti  “fino a toccarle il sesso sopra gli slip” per la cronaca la sua gnocca era “così stretta, così calda e perfetta” e in quel mentre, “lei arrossì come una scolaretta emettendo un gemito gutturale”.
Lei se la cava ogni volta scusandosi con un “No, non è il momento” o “Non credo sia la cosa giusta” o “Preferisco se rimaniamo amici” e via andare, non le elenco nemmeno tutte che tanto le scuse che girano sono sempre le stesse e le conosciamo tutti.

Il povero Luke a farla breve va a letto spesso e volentieri che gli fan male perfino le gambe da quanto sta tenendo li il tutto, poi una sera si fa furbo accende il camino, la fa sedere a terra su dei morbidi cuscini, la ubriaca col vino rosso, si baciano. Segue dialogo:
- Non sono sicura…–bisbigliò Beth a un soffio dalle sue labbra
- Io sì, lascia che te lo dimostri.

Non avevamo dubbi.
STANDING OVATION par el poro Luke, che “Si strappò di dosso la camicia prima di passare a quella di lei, era per lui una rivelazione paradisiaca.”
Poi lui è un coglione di prima categoria perché con tutto il tempo che gliel’ha fatta sospirare, due minuti per andare in farmacia a comprarsi una scatola di profilatici poteva trovarli e invece no, sul più bello che gliela sgancia, lui non ha nemmeno quello che ti regalano ai concerti e finisce che la riempie come un’anguria.
Indispensabile nell’Harmony l’happy end.
Beth e Luke si sposano e ci hanno una bambina, ovviamente bellissima e sanissima.

Ah, dimenticavo di dirvi i loro reciproci segreti.
Lei dieci anni prima che era adolescente è stata insieme a uno che l’ha presa in giro e allora ha detto basta con gli uomini, in mezzo alle gambe ci ho una banca e io la chiudo per lutto.
Lui invece ci aveva una moglie che prima ha ucciso la loro figlia e dopo si è ammazzata, tuttavia, trombare gli piaceva ancora.

Quando ho finito di leggere questo fantastico libro ho parlato con la mia amica Lisa e pensavamo che pure noi vorremo scrivere un Harmony che non ci sembra un’impresa poi così impossibile.
Io le ho contate e Pamela Roe ha scritto la parola “incominciò” 44 volte.
Se faccio bene i conti che io in matematica non sono stata mai brava, visto che le pagine sono 155, vuol dire che ogni 3 pagine e mezzo, ce lo buttava dentro, il verbo “incominciò”. Quindi mi sa che lo scriviamo anche noi.
Se qualcuno ci sapesse dire dove spedire il nostro manoscritto noi, tanto per incominciare vi ringraziamo.

Sex, Harmony and rock & roll.

venerdì 7 dicembre 2012

RACCONTO Infeltrito numero 10 "SI SALVI CHI PUò"



Quindi la volta dopo di quella, ci siamo trovati nella birreria dove vi dicevo a bere un caffè, sempre per la solita questione di cui abbiamo già parlato, che al bar il nero non va bevuto eccetera-eccetera.
Gli ci ho detto Gerardo, ti dico che è così che suona: un contadino, doveva trasportare al di là del fiume il suo lupo, la sua capra e una cesta di cavoli…
E perché mi ci ha detto Gerardo.
Gerardo, gli ci ho detto, non è questo il punto, il punto è che il contadino, aveva a disposizione una zattera, ma la zattera era così piccola che sopra ci potevano salire solo lui e, o una delle bestie o la cesta di cavoli.
Ma se lo sanno tutti che i contadini sono pieni di soldi, perché quello aveva una zattera da naufrago? E poi, i contadini non stanno nei campi? Forse volevi dire, un allevatore. Che poi tecnicamente non sarebbe corretto nemmeno chiamarlo così, voglio dire, i cavoli non si allevano, mi ci ha risposto Gerardo.
Gli ci ho detto io, mi spieghi perché questa sera insisti nel volerti far chiamare Gerardo, che non è nemmeno il tuo nome?
Gerardo vuol dire valoroso di lancia, è di origine Germanica, il suo numero fortunato è l’8, la pietra, il rubino.
Sì ma Gerardo è bruttissimo, puoi mica farti chiamare con un altro di nome?
Va bene, da ora chiamami Dante, però vai avanti con la storia, adesso.
Quindi, Dante, se il contad… se l’uomo, avesse lasciato su una delle due rive del fiume il lupo assieme alla capra, quello l’avrebbe uccisa per mangiarsela…
E perché, mi ci ha chiesto Dante.
Perché vuoi farti chiamare Dante ora, me lo dici? E’ forse per la storia della zattera? Ti si è scatenato dentro l’animo Caronte?
Dante vuol dire perseverare, essere ostinati, è di origine latina, il suo numero fortunato è il 3, la pietra, lo smeraldo.
Sì, ma Dante è da mitomane, puoi mica farti chiamare con un altro di nome?
Va bene, da ora chiamami Edilberto, però vai avanti con la storia, adesso.
Quindi Edilberto, da che è mondo è mondo, se un lupo vede una pecora allo sbaraglio, gli va il sangue nel cervello, e il primo istinto che gli viene, è quello di sbranarla.
Beh, non se è sazio, però.
Andiamo oltre Edilberto, se non ti da fastidio, vuoi? Allo stesso modo, non avrebbe potuto lasciare insieme la capra e i cavoli perché va da sé, la bestia li avrebbe sicuramente mangiati.
Ma chi non avrebbe potuto?
L’uomo, l’allevatore, Edilberto.
Quindi fammi fare il punto della situazione: abbiamo un contadino, un allevatore, un uomo, un lupo, una capra, una pecora e una zattera omologata per due, giusto?
No gli ci ho detto Edilberto, un uomo, un lupo, una capra e una zattera per due, punto e basta.
Eh no! Hai detto pecora prima. E i cavoli? Avevi mica detto che c’erano pure i cavoli?
Sì gli ci ho detto Edilberto. Che poi il nome Edilberto mi fa sudare, perché Edilberto?
Edilberto significa insigne edificatore.
E di che origine è?
Non lo so.
Il suo numero?
Non lo so.
La pietra?
Non lo so, cambiamo di nome, chiamami Primo, però vai avanti con la storia, adesso.
La presenza dell’uomo è indispensabile perché il lupo non nuocesse alla capra e la capra non toccasse i cavoli…
Volevi dire, ERA indispensabile, non E’…
Certo, Primo. Ora a questo punto l’indovinello si chiude così: come fece l’uomo a ad attraversare il fiume col lupo, la capra e i cavoli?

Sai perché Primo? Una volta per far presto, quando che nascevano i figli che una volta in una famiglia ne nascevano tanti, il primo che nasceva lo chiamavano Primo. Il secondo, Secondo, o Secondino o Secondolo. Il terzo, Terzo, o Terziano o Terzio. Il quarto, Quarto. Il quinto, Quinto o Quintiliano o Quintino. Il sesto, Sesto o Sestimo…

Sì, ma allora, lo sai come ha fatto a portare tutto al di la del fiume?

Poi se non ci avevano nella mente di fare figli, quello che nasceva, che non ne volevano altri, lo chiamavano Unico…

Capisci no? La capra, i cavoli, il lupo, la zattera, il fiume…

Se invece ne facevano tanti che non sapevano più dove metterli o per sfiga la moglie moriva lo chiamavano Ultimo se era maschio, e Basta se era femmina…

Allora l’uomo deve fare quattro viaggi.
Nel primo, porta la capra, la lascia sulla riva opposta del fiume, poi torna indietro.
Nel secondo, va a prendere la cesta dei cavoli, la deposita sulla riva opposta del fiume e nello stesso tempo riprende la capra.
Nel terzo viaggio, porta la capra dall’altra parte, la scambia col lupo che lo porta al di là del fiume assieme ai cavoli.
Infine, al quarto e ultimo viaggio, riprende la capra e conclude l’attraversamento del fiume, portando la missione a termine.

Sì, ma quando sono tutti di là come finisce? Voglio dire, il lupo mangia prima la capra, o la capra mangia prima i cavoli?

Ascolta Andrea, ma vaffanculo, va.