venerdì 22 febbraio 2013

RECENSIONE senza Candeggio n 15 "Storie del Bosco Antico" Mauro Corona

Il mio Ruvido preferito.



Titolo: “Storie del Bosco Antico”
Autore: Mauro Corona
Edito: Mondadori
Numero pagine: 148
Mese: Febbraio
Motivo che mi ha spinto alla lettura: cimentarmi in una lettura per ragazzi

RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITA’.

Volevo leggere un libro per ragazzi, ma non so per quale  motivo, mi pare sempre che quando i libri sono destinati ai ragazzi, gli autori tendono a trattarli come scemi, o idioti, o tutte due le cose insieme, e comprare un libro così del genere non è che ce ne avevo troppa voglia.
Poi un giorno, così in libreria, scopro che quel burbero di Corona (l’alpinista, no il paparazzo scemo-idiota o tutte e due le cose insieme) ha dedicato una raccolta di racconti ai più giovini, mi sono detta Ah finalmente, e me lo sono portata a casa (pagando. No Corona. L’alpinista. No il paparazzo. Il libro.)

Amo la montagna, e anche i burberi, i libri già sapete, e mi sembrava che proprio avevo fatto un buon affare ad aggiungere alla mia libreria questo “Storie del Bosco Antico”.
Non mi sbagliavo.

Tempo indietro, avevo letto “Il Canto delle Manère” dello stesso autore, verrà il tempo di rileggerlo, di farci la recensione, ma nell’attesa io vi dico, compratelo “Il Canto delle Manère” perché è poesia ruvida allo stato puro.

E dunque ora parliamo di questo “Storie del Bosco Antico”.
Una raccolta di 44 racconti, tutti non più lunghi di due pagine, capitolati da fantastiche illustrazioni dell’autore in bianco e nero (credo in origine fossero acquerelli, peccato l’editore abbia scelto la versione monocromatica). E non sono i soliti manga con gli occhi giganti a cui siamo abituati, nemmeno caricature tenere, ma vere e proprie figure forse un po’ stilizzate ma perfettamente aderenti alla realtà.

Me lo immagino io, Corona, là seduto su un mozzo di tronco d’albero, col suo quaderno, la sua penna, i suoi colori, in totale solitudine, che ogni tanto smadonna, se un uccello gli ci caga in testa ma che imperterrito continua a riempire le sue pagine rosicchiando un panino secco, accompagnandolo con qualche tracannata di vino rosso.

E’ indubbio, il Mauro io lo preferisco quando si rivolge agli adulti, lo vedo più sciolto, più a suo agio con le sue espressioni dialettali, in mezzo ai suoi briganti, e alla sua solitaria sociopatia, tuttavia anche quando si rivolge a un pubblico più tenero, la fantasia che lo caratterizza non viene a mancare, i profumi, gli odori e i colori della montagna ce li regala in entrambi i casi, e questo credo sia l’importante.

Ecco quindi 44 storie di animali diversi, e delle loro mutazioni nel tempo. Bestie che si presentano ora con l’aspetto che conosciamo, per merito del loro passato, del loro vissuto, della mutazione genetica avvenuta per adeguarsi all’ambiente che li circonda. Fa strano, non chiedetemi il perché che non mi va di spiegarlo, come lo scrittore, decida di mettere nelle mani e nei meriti del Signore queste trasformazioni di cui vi ho parlato. Ad ogni modo, la cosa non crea fastidio, nel complesso tutto scorre e non sembra di stare a una lezione di catechismo o chechessò io.
E’ un libro per ragazzi, le morali non mancano. Anche se nessuno me lo toglie dalla testa, le morali sono fatte per gli adulti e non per i giovini.

Concludo trascrivendo il mio racconto preferito di questo libro, così vi fate un’idea. Il mio racconto preferito, fa “La Civetta”, di titolo.

La Civetta

La civetta prima di diventare civetta era una vecchia un po’ tocca che andava a tutti i funerali del paese e nei villaggi vicini. Molti la consideravano completamente pazza ma non era vero. La donna viveva in un mondo tutto suo, ma sapeva quello che faceva. Ad esempio, durante i funerali cantava nenie allegre perché, diceva, i morti vanno accompagnati con dolore lieve. “Sono andati a stare meglio” ribadiva ogni volta. “Bisogna cantare.” Ma chi aveva avuto la disgrazia in famiglia non era molto d’accordo. E la cacciava, a volte in malo modo. La consideravano una disgraziata, una che invece di piangere ai funerali cantava, una pazza. O peggio ancora una strega. Finì che anche la povera vecchia morì. La trovò un boscaiolo in una radura a metà di settembre, quando l’autunno dava i primi segni di presenza.
La portarono in paese dentro a una gerla perché era diventata minuta. Pareva che la terra della radura se la fosse risucchiata come una caramella.
“Facciamole il funerale” disse qualcuno. “Vediamo se canta anche al suo.”
“No! La bruciamo. Niente funerale. Questa va bruciata a uso le streghe.” dissero altri.
Il prete cercò di opporsi ma fu costretto ad arrendersi, Fecero un cumulo di ramaglie, vi misero dentro la vecchia che pareva un cartoccio e gli dettero fuoco. Dalle fiame salì un canto, il canto che la donna intonava ai funerali, Poi videro un uccello liberarsi tra il fumo e sparire. Aveva gli occhi grandi e misteriosi: era una civetta. Da quel giorno la leggenda vuole che ogni volta che canta la civetta, qualcuno debba morire. Ma è soltanto una stupida fandonia, il canto della civetta è bello e allegro, e soprattutto, non fa morire nessuno.


Ecco, io non so per voi ma per me è fico.
Seguirebbe pure l’illustrazione, come vi ho già detto.





giovedì 21 febbraio 2013

RECENSIONE senza candeggio n.14 "Lo Strano Caso del Cane Ucciso a Mezzanotte" Mark Haddon

L'autore, fragio, che tanto pensieri vuoi che abbia visto ha fatto un sacco di soldi.



Titolo: “Lo Strano Caso del Cane Ucciso a Mezzanotte”
Autore: Mark Haddon
Edito: Einaudi
Numero pagine: 247
Mese: Febbraio
Motivo che mi ha spinto alla lettura: Ho letto la trama, lo comprato. Nulla di più semplice.




RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITA’.

Ci sono dei lati positivi, nell’avere l’influenza. Tipo che puoi leggere un sacco di libri perché ci hai un sacco di tempo libero. Questo mese ci sto dando dentro alla grande, ragassi.

Curioso, questo Strano caso del Cane etc etc etc.
Curioso il punto di vista della voce narrante, curioso il fatto che vengano integrate delle illustrazioni, al romanzo. Curiosa la trama, che se anche ha un po’ il sapore del “già sentito”, riesce ad avere la sua originalità e la sua impronta, che è inglese, e si sente.

Dai che vi racconto di Christopher.
Se gli chiedete Perché ti chiami Christopher?Lui vi risponderà così:

“Significa colui che porta Cristo, Mi domando come si chiamasse Christopher prima di trasportare Cristo dall’altra parte del fiume”
-è a pg 22 questa frase, che mi ha fatto innamorare del libro da subito-

Ha 15 anni, 3 mesi e (all’inizio del racconto) 3 giorni. Soffre di una forma di autismo, anche se spesso pare più un genio che un autistico, per quanto ne possa sapere io, dei bambini con questo genere di difficoltà.
E’ un investigatore, lui, ci ha da risolvere un caso che poi è pure il titolo del romanzo, sia di questo di cui stiamo parlando, sia di quello che sta scrivendo, che poi sono la stessa cosa.
Ne sa a pacchi di matematica, un po’ meno degli esseri umani, ha tante paure, odia essere toccato, ma pure il giallo e il marrone, ci ha un sacco di manie e ce le illustra schematicamente e con grande logica, lungo il cammino del racconto.
Che si perde.
Da investigatore, diventerà un avventuriero coraggioso, se volete scoprire come, leggetevi il libro che io le recensioni ve le faccio per invogliarvi alla lettura, mica per farvi risparmiare evitando di spendere qualche euro.

E’ bello, come tutta la struttura del romanzo, interagisca con lo spirito del protagonista.
Il libro è diviso in capitoli, che non vengono numerati in ordine cardinale, ma in numeri primi, grande fissazione del Christopher. E ci sono le illustrazioni, per aiutarci a capire quello che vuole dire, che gli han detto le descrizioni sono importanti in un libro ma lui, capisce d’essere troppo puntiglioso per farcele e allora semplifica il tutto con un disegno. Dopotutto, il libro è il suo, quindi è giusto ce ne faccia un po’ quello che gli pare, no? E vuole essere un libro giallo il suo, ma lui odia il giallo, sarà per questo che giallo non è.

Le descrizioni tuttavia, non mancano e sono magistrali: toccano subito il punto, riescano ad essere esaustive in poche righe, poetiche e ciniche allo stesso tempo, che io non so proprio come fa, e lo invidio.
Un bambino così piccolo, con tutti i suoi problemi, con moderato distacco, concretezza e incosciente umorismo, riesce a parlarci della morte, di Dio, del senso delle cose, dei suoi sogni ”che poi finiscono che io sono felice”.
E lo fa all’acqua di rose, facendoci sentire (o almeno per me così è stato) degli allocchi.

Sono sempre un po’ scettica però, quando si sfiorano certi tasti, voglio dire, dopotutto il libro non è stato veramente scritto da un bambino autistico, e in certi tratti si vede, trasale questa cosa rendendo per brevi tratti il romanzo un po’ debole e irrealistico nel suo forte pragmatismo.
Per quanto ci si possa documentare in merito, non credo esista nessuno che possa essere in grado d’immedesimarsi completamente nella situazione e riportarla fedelmente.
L’autore quindi, a mio avviso sbaglia a rendere il protagonista troppo cosciente dei suoi movimenti e dei suoi pensieri. Nessuno lo è. O quanto meno poteva risolvere la cosa spostando ogni tanto la voce o l’occhio narrante in terza persona.
Questo forse, è l’unico flop.
Un po’ come essere rimasti indietro col sale nell’arrosto. Ma solo giusto un po’.



Ci sono dei lati positivi, nell’avere l’influenza. Tipo che puoi leggere un sacco di libri perché ci hai un sacco di tempo libero.
Allora.

Ci ho il letto io, nella camera che è proprio di fronte alla finestra e ci ho una mania, io, che ovunque dormo i letti, devono essere di fronte a una finestra, per guardare fuori che ci ho la clausto..o claustrofobia, io, mi serve.
E siccome sono piena di bacilli in questo periodo, allora a letto ci sto un po' di più, per via dei bacilli, mi serve.
Allora.
Ci ho il buon tempo più del solito, ora.
Stavo lì, che leggevo il libro, ci avevo gli occhi pieni con le lacrime perché sono sensibile e mi basta poco, e dopo ho finito il libro, l'ho chiuso, ho alzato lo sguardo fuori dalla finestra e ci erano i fiocchi di neve, pure col vento.
Ci erano il rumore del vento, il silenzio della neve, e le gocce negli occhi.
Tutto questo toglieva il fiato, e a chi può interessare è stato bellissimo.

mercoledì 20 febbraio 2013

RECENSIONE senza candeggio n 12-13 LETTURA COMPARATA: "Pancreas-trapianto del libro Cuore" G.Covatta. "Cuore" E.De Amicis

Giobbe
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LETTURA COMPARATA, DUE IN UNO.


Scheda tecnica

Titolo: “Pancreas -trapianto del libro Cuore”.
Autore: Giobbe Covatta
Edito: Salani Editore
Numero pagine: 160
Mese: Dicembre/Gennaio
Motivo che mi ha spinto alla lettura: Quando liberare la libreria ha i suoi lati negativi.








RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITA’.

Che cosa intendiamo per lettura comparata? Quanto sce piasce de esagggerà?
Ora vi do’ tutte le risposte.
E’ successo che il mio moroso mi ha detto Guarda te che casino quanti libri che ci hai ti pare il caso di tenerli in un armadio ti costruisco una libreria, così mi ami.
Allora lui me l’ha costruita e io l’ho amato.
La domanda in ogni caso era Cosa è una lettura comparata?
E’ successo che lì, rovistando tra le pile di libri che ci ho e che ammucchio da quando che ero ragazzetta, sono sbucati questi due romanzi. Il libro “CUORE” che a chi gli ci può interessare, è stato il primo libro che ho letto, e appunto Pancreas –trapianto del libro Cuore.

Mi sono detta uau, adesso per il mio blog faccio la esagggerata li leggo entrambi di pari passo e poi ci faccio la recensione. A volte la mia intelligenza mi stupisce come se scoprissi di averla.

Andiamo per ordine, così andiamo meglio.
Cominciamo con Pancreas.
E per cominciare con questo libro vediamo da dove cominciare perché è una sfida.
Intanto, mi piacerebbe capire com’è che ci è finito nel mio armadio, per esempio. Errori di gioventù, credo. Il prezzo di copertina in Lire, può darmene la conferma.
Fa parte, secondo me, di quel genere di libri che uno compra in sole due occasioni (se escludiamo l’errore di gioventù):

1- Per metterlo vicino alla tazza del cesso.
2- Appendicite.
    Sapete no, quando succede che ti ricoverano così, dal niente e di sorpresa e mica pensi Aspetta       che mi porto un libro va là, no. E allora qualche parente ti dice Vuoi che ti porto qualcosa? E te gli dici Un libro, grazie. E il parente si ferma all’edicola dell’ospedale e prende il primo libro che vede, e te lo leggi, ancora stordito dall’effetto dell’operazione e dell’anestesia e pensi Forse questo libro non fa ridere perché sono rincoglionito da tutte quelle cose lì. E lo conservi con la speranza che da sano sia divertente, ma però…no.

Ora, io l’ho letto da sana per cui posso essere oggettiva.
La prima cosa che mi viene da chiedermi è PERCHe’?

Voglio dire.
Signor Giobbe, lei un giorno si sveglia e dice Guagliò, mo’ oggi scrivo un libbbro e lo chiamo “TRAPIANTO DEL LIBRO CUORE” we-we!

PERCHé?
Ora forse sono io troppo critica ma a mio modesto avviso, quando si decide di scrivere una parodia di qualcosa (di qualcosa per altro terribilmente famoso) è bene conoscerne le vicende, le storie, lo stile di scrittura del testo originale, se no uno dice Oggi scrivo un libro che non fa ridere, punto e basta, E magari gli ci mette un titolo diverso tipo “Libro che non fa ridere”così, giusto per non deludere le aspettative dei lettori.
Parlare delle varie vicende che possono accadere in una classe di scuola elementare, non basta per paragonarsi al libro di De Amicis.

Ma forse, se vivi sotto l’ala protettrice di Costanzo Maurizio allora puoi prenderti certe libertà.
Pure nello stile.
Volgare per nulla sottile, privo d’intelligenza come dovrebbe invece essere nel genere umorista.
Battute infilate così per fare, ogni tanto, battute all’inglese tipo Oggi è il 31 Dicembre, ci vediamo l’anno prossimo.
Cade nel totale qualunquismo, quando si mette a parlare dei terzomondiali, dei meridionali, dei poveri, quando scherza sulla religione.  Cade nel totale qualunquismo sia per i temi che per i modi.
Di cattivo gusto pure la scelta di dare in mano le illustrazioni riguardanti le lezioni del giorno, a un sordomuto.
E qui chiudo perché se penso che c’è la gente che fa i soldi scrivendo libri così, allora è meglio che diventiamo tutti analfabeti e non se ne parla più.



Eddy
E ora, veniamo al primo romanzo che m’ha introdotto nel fantastico mondo della lettura alla età di 9 anni, come prima pagina del libro stesso e la mia grafia da bambina dimostrano.
Proseguiamo con Cuore.

Titolo: “Cuore”
Autore: Edmondo De Amicis
Edito: Arnoldo Mondadori Editore
Numero pagine: 297
Mese: Dicembre/Gennaio
Motivo che mi ha spinto alla lettura: Quando liberare la libreria ha i suoi lati, lati.

RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITA’.


Tutti si ostinano a chiamarlo “Libro Cuore”. Niente, volevo essere precisa e dirvi che si chiama solo Cuore.
Quanti pianti che ci avevo fatto sopra, ai tempi.
Da adulta, ho amato proprio come allora i protagonisti della storia.
Questi bambini, tutti presi a risolvere difficili problemi di quattro operazioni, che trasportano miriagrammi di legna o carbone  prima di andare a scuola, che scrivono con lapis e pennini poi si aspettano per strada con la riga in mano per fare a cazzotti ma finisce che si abbracciano.
Ragazzini che giocano a fare la sassaiola (e un sacco di altre scapestrerie come scappellotarsi ) coi compagni, che si fanno investire dagli omnibus, che fanno merenda con prugne cotte, ovi sodi, pere piccole, una pugnata di ceci lessi, ma soprattutto con pane e zibibbo e se ne vanno in giro con le mele attaccate ai denti come i cani.
Bambini storpi, malati di Crup, mutini, gobbi, coi padri ubriachi e le mamme malconce, bambini vestiti da campagnuoli , che gli cascan tutti i giorni le lagrime sul banco.
Che parlano come i vecchi usando espressioni tipo “ A un dato momento, correvo ai miei giuochi pieno d’allegrezza” o “Ieri l’altro mattina, avant’ieri, anni sono” o “Tu mi ciurli nel manico” e via andare…
Ragazzini che tutte le mattine, stanno lì ad aspettare che il bidello annunci loro il finis per andare a ritirarsi tra le mura domestiche chi per prepararsi agli esami, chi per copiare il racconto del mese, chi per essere sottomesso allo sfruttamento lavorativo minorile.

Protagonista di tutto questo fantastico contorno è Enrico, figlio di una famiglia agiata che a scuola non è una cima ma non fa nemmeno pietà, uno dei pochi bimbi senza pensieri che compaiono in tutto il romanzo, che poi è un diario. Un diario centrato prevalentemente sul patriottismo, i valori dell’amicizia e della famiglia.
Enrico, fosse nato nei tempi nostri secondo me ora vivrebbe con dei grandi problemi d’ansia dovrebbe fare i conti ogni santo giorno con attacchi di panico, senso d’inferiorità, stitichezza.
I genitori, la sorella maggiore, non perdono tempo a rimproverarlo per qualsiasi cosa combina( e fidatevi non è che faccia cose diaboliche, ricordiamoci che è un ragazzino!)
facendolo tal volta sentire l’ultima ruota del carro. Intervengono addirittura nel suo diario personale lasciandogli scritta qualche riga, talvolta
La privacy alla fine del 1800 non è che si sapeva proprio bene cosa fosse ma va beh. Gli ci scrivono “VERGOGNA, ENRICO!” oppure “SOLO QUANDO TUO PADRE MORIRà CAPIRAI QUANTI DISPIACERI GLI HAI DATO, TU MI FARAI MORIRE, UN GIORNO! –tua madre”. A me personalmente, la volta che mi ha fatto ridere di più è stata quella che la sua sorella gli ci ha scritto “ Perché Enrico mi hai fatto quello sgarbo? Scrivimi una buona parola te ne prego e ti perdonerò.”
Risposta “NON SON DEGNO DI BACIARTI LE MANI.”

Ecco.

Una cosa mi piace di questo libro Cuore. Le disgrazie si rincorrono una dietro l’altra, e nonostante regni il perbenismo (giustificato dell’epoca) non è che come va di moda ora l’autore o i protagonisti usano frasi come che tipo Andiamo avanti col sorriso.
Prendono atto del fatto, che la vita, è abbastanza una merda, e se ne fanno una ragione.
Al di là del fatto che questo romanzo, sia stato partorito per spiegare ai giovini di allora  l’educazione, credo sia questa la cosa che i giovini di oggi devono imparare dai giovini di una volta.
La vita è abbastanza una merda, prima lo capite, meglio è.







mercoledì 13 febbraio 2013

RACCONTO Infeltrito numero14 "MUORI."

 

Lo stomaco che preme, il fiato corto, i piedi fermi, le unghie sporche.
Il naso che non esiste, le mani viola, le labbra piccole, i denti marci.
Il piscio che prima scalda poi gela, le cosce non rispondono, i polpacci duri, le ossa fragili.
Il cappello di giornale, il letto di cartone, una giacca troppo stretta, un maglione sgualcito.
I pantaloni lerci, l’alluce che sbuca ciabatta, il tallone coperto di poca pelle, i glutei rigidi.
Il whiskey ancora da finire.
L’occhio vitreo, sconvolto da prima.
Un quaderno ingiallito stracciato tra le dita
profuma di vita.





mercoledì 6 febbraio 2013

RACCONTO Infeltrito numero 13 PRIMA DE PARLAR, TASI.


                                      


Mi pare è cominciato tutto quando ero da ragazzetta, tipo.
La maestra che chiede il mio diario, la sua penna che scava il foglio, la consegna della nota a casa.
Poi, il silenzio.

Mi sono ritrovata diversi giorni dopo in quello studio che non puzzava di nera pelle morta e fa i rumori dello scivolo come nei film. Era piuttosto una stanza normalissima. Poggiati a un muro bianco, c’erano una sedia e una scrivania di compensato rivestiti da una pellicola color cachi.
Dimenticato in un angolo, ragnatelizzava un lettino pieghevole sommerso da plichi di fogli e riviste specialistiche.
La puzza di candeggina da 500lire pizzicava le narici.
Ci dovrebbero ambientare un po’ di telefilm gli mericani, lì nell’ambulatorio psichiatrico della mutua, giusto perché la gente quando è poi che ci casca dentro non ci rimane così peggio. Ma gli mericani mica ci hanno la mutua mi sembra, per cui accontentatevi della mia descrizione, qualora doveste entrare lì dentro, nel reparto dei schiaccia cervelli dei poveri, che è così da poveri da non avere nemmeno il pendolo muto della mutua per fare la ipnosi.

Pure il dottore, mi pare che mi ricordo non era così fico come quelli della televisione, se escludiamo i conduttori delle aste su Postal Market, che allora sì, se pensiamo a uno di quelli allora ci andiamo vicini. Ce l’avete presente il tipo, lo so, quindi inutile dilungarsi in pesanti dettagli, che già i conduttori di Postal Market lo sono. Se Postal Market non l’avete mai visto, allora proiettatevi nella mente la immagine di Maurizio Costanzo che si stuzzica i buchi del naso.

Qual è il problema?
Gli ci ha chiesto il dottore.
Eh, la maestra dice che ci ha una difficoltà. Non le si toglie una parola dalla bocca a questa, e se prova a parlare, non fa discorsi tanto dritti. Però c’è un però: quando ha una penna in mano la pol pissar in leto e darghe da intendar a tuti che l’à sudà.

Allora il dottore non è che – sempre come fanno vedere nella televisione- guardava il nulla fuori dalla finestra, univa i polpastrelli di entrambe le mani come quando che allo specchio,e diceva Interessante.
Leggeva il quotidiano e diceva Mh.
Mh, e basta.

Eh, dottor sia inteso, mi e me marì non semo boni de far na “O” neanca col cul del goto, dunque se l’è un genio, sarebbe meglio la cosa restasse tra noi, mio marito certe cose non le deve sapere, io col postino non ci volevo andare, è stato un momento di debolezza.

Questa cosa non interessava neppure a me, figurarsi se poteva interessare al dottore, o al Costanzo.
Immagino possa interessare poco anche a voi com’è che è andata avanti la storia, di chi sono figlia eccetera eccetera, però per spiegarvi dove voglio andare a parare vi dico qual è l’inghippo che ci ho, da che ero ragazzetta.

Tolto il fatto che non sono un genio, anche se è tutto da dimostrare perché dei dottori pagati a ticket non bisogna fidarsi mai troppo, il difetto è questo. Pare che ci ho talmente tante cose da dire quando è che mi metto per parlare, che le parole anziché uscire con un senso logico, se ne vengono fuori un po’ alla vaffanculo.
Il risultato appunto, è che non ci si capisce nulla. Se però le scrivo, è diverso. Faccio qualche errore di sintassi è vero, ma da che quando ho scoperto mi piace di scrivere i racconti, passano inosservati. Dicono faccio “scelte di stile” per carità meglio così, tutta una vita a sentirmi dire che non sono furba, mica la posso fare.

Allora io che i temi a scuola ero bravissima, un giorno che però avevo cominciato a lavorare, ho deciso di fare un corso di scrittura creativa. Fa te che la mia collega mi ha chiesto Esci ‘sta
sera? No ci ho da andare al corso di scrittura creativa. Wow, allora un giorno devi farmi una bella scritta che me l’attacco in casa, a me i murales mi sono sempre piaciuti.

A parte che quando una ti dice così, è lì che metto in dubbio la diagnosi del dottore e mi sento un genio da matti, che è imbambita mica glielo dico a voce alla mia collega perché lo so che è un attimo quando è che voglio dire una cosa e me ne viene fuori un’altra.
Allora se volete che vi dico una cosa, ora ve la dico.
Siccome sarò pure scema ma mica stupida, per evitare fraintendimenti, nella maggior parte dei casi e in situazioni simili come questa, torno a casa e ci scrivo un racconto.
Lo scrivo da seria così mi sfogo, poi lo faccio leggere a qualcuno.
Finisce sempre così: quel qualcuno scoppia a ridere.
Ci è da mettere in dubbio se pure per iscritto magari non è che mi spiego troppo, ma meglio così, piuttosto che fare da piangere.

Le parole ci hanno la loro importanza, ma per quanto provi a spiegarle,  ‘gnuno ci capisce quello che gli fa più comodo.
La cosa importante è quando e come le scegli d’usare, che se le usi è perché ci hai qualcosa da dire altrimenti se ci ha una coscienza taci, no?
E’ l’impatto, che conta.
E sapete qual è la linea sottile che divide tutto ciò dalla pazzia?
Che voi siete stati qui con me ora e per tutto questo tempo, aspettando succeda qualcosa, nel mentre che vi sto raccontando del niente.

venerdì 18 gennaio 2013

RACCONTO infeltrito numero12 E' TUTTA COLPA DI HEMINGWAY



Supponiamo una cosa, venitemi dietro solo se ne avete voglia.
C’è un tizio che si mette in viaggio, un viaggio facciamo lungo un mese.
Mettiamo il caso che ha scelto di andare in ‘Merica, e più di preciso negli Stati Uniti. Ha evitato il sud per una scelta ben precisa: odia Marquez, Coelho eppure la Allende.
Lui, è più uno alla Kerouac da viaggio on the road, di quelli che fanno fico quando è che torni e ci hai da raccontare agli amici Che tu non sai quante me ne sono capitate!
Lui ha fatto l’autostop, si è fatto pure il coast to coast , e non partiva nemmeno a fare un pezzo di strada a piedi, se non ci aveva Eddie Vedder nelle cuffiette dell’ I pad.
Racconta che è stato nella California, dove là si è ingozzato di arance, giusto solo per capire cosa si prova ad essere nello stomaco di Fante.
Che tu non sai quante me ne sono capitate.
Ha abusato di benzedrina, e anche di marijuana, dice.
Ha visto cose oltre alle cose che c’erano per davvero, Anche lo sciamano di Jim Morrison, insiste.
In realtà, e questo lo sa solo lui e forse pochi, sei mesi prima ha approfittato di un offerta sul web dell’Alpitour, e l’ha presa al volo. Gite sul pulmino nel deserto, traversate col traghetto sotto il ponte di S.Francisco, indimenticabili escursioni sul tourist bus per le strade della Grande Mela, soggiorni in resort da sogno su spiagge da cartoline, compresa la visita sul set di Bay Watch.
Ha mangiato da schifo.
Questo risulta in entrambe le versioni. Quella veritiera, eppure quella del tizio, intendo. E’ solo Gordon Ramsel che si ostina a volerci far credere che quelli, gli americani, sono bravi a fare da mangiare.

Mi state seguendo, lo sento.

Ora, il tizio torna dalla sua vacanza -che insiste nel voler chiamare Viaggio- e la prima cosa che fa da buon italiano, è dirigersi al bar dell’aeroporto per spararsi un caffè senza troppa acqua.
Sfila il cellulare dalla tasca, toucha il numero di un amico, che se ha voglia di cenare insieme gli farebbe piacere perché se c’è una cosa che gli manca di casa, è proprio la buona cucina, Eppoi, ci ho da raccontarti quante che me ne sono capitate.

Da qui in poi, la storia va avanti così.
Sì guarda, già dal primo giorno ho capito che questo sarebbe stato il viaggio della trasformazione, cioè, quella interiore che ribalta tutte le convinzioni che avevi prima di allora sulla vita in genere. Cioè voglio dire, conosci gente, culture, fatti, cose, situazioni, numeri. Guarda, ci scrivo un libro perché a voce non renderebbe, capisci? E’ tutta una questione di… di… di sublimazione, mi  sento rigenerato, rinato. Sì penso che il mio libro lo intitolerò “La rigene-nascita”, spacca, eh?
Ah però, però ora ho bisogno di riempirmi lo stomaco.
Ci sono state notti turbolente, al di là dell’Oceano, notti insonni in cui tra un arancia e un'altra, sognavo ad occhi aperti grandissime abbuffate alla Tognazzi. Dai! Dai, portami in quel ristorantino ora, dai, quello dove siamo andati l’ultima volta, mmmhhh se ci ripenso, sai cosa mi sparo ora?
Una bella bistecca, di quelle rosse al sangue, cotte poco, Ci voglio infilare il coltello dentro e sentire ancora la vacca muggire, voglio vedere la carne galleggiare nel piatto, E di contorno? Ah di contorno, mmmhh patate novelle, quelle con la crosticina tutta intorno, croccanti fuori e burrose dentro. E i funghetti? Ci vogliamo mica mettere anche i funghetti insieme? Quelli che profumano di sotto bosco, soffritti nell’aglio e nel vino bianco, cotti a fuoco lento per ore e ore, una bontà, che solo in quel ristorantino lì li fanno così.
Voglio sedermi a tavola, leggere la lista dei vini e accompagnare il tutto con un buona bottiglia di rosso, sentire la leggerezza della tovaglia di lino accarezzarmi le ginocchia e vedere il mio viso barbuto riflesso in finissimi calici di vetro.

Torniamo a noi.
Il tizio convince l’amico a farsi accompagnare in quel ristorantino.
Per tutta la sera, non fa che parlare del suo viaggio, non smette mai, aggiunge dettagli, pure quelli più insignificanti, chiama di continuo il cameriere alzando il dito, con la prepotenza di chi vuole essere servito per primo. Il cameriere nel mentre fa il suo dovere, raccoglie le ordinazioni dei tavoli con la dovuta precedenza, ripone le portate sui tavolini circostanti. Il ristorante è piccolo e il tizio, ostenta nel narrare le sue avventure con un tono di voce qualche decibel più alto del necessario.
Lo sentono tutti, cameriere compreso.
Il cameriere è incazzatissimo.
Lavora in quel locale con uno stipendio da fame, non fa un’ora di ferie dal giorno in cui è stato assunto, cinque anni prima.Ci lavora feriali, festivi, fa pure il doppio turno, giusto per garantirsi l’affitto.
E il tizio, con quel suo dito sempre all’aria non lo aiuta per niente.
Prende l’ordinazione.
Segna sulla comanda la bistecca, e sì sottolinea che dev’essere al sangue, e le patate croccanti ma pure morbide, e i funghi, che devono avere il profumo del muschio, ma non troppo. Lo fa con il sorriso e la pazienza, come gli ha insegnato il suo titolare dev’esser fatto, che ci tiene lui, alla sua clientela.
Poi va in cucina, e aspetta.
Pensa alle quattro mogli che deve mantenere, e ci beve su.
Pensa a quanto gli piacerebbe vedere l’Africa, e ci beve su.
Pensa, che quello con la barba che vuole la bistecca al sangue, quello che alza di continuo il dito, poteva camuffarsi meglio, che si vede subito che è uno sbirro in borghese, quello, e ci beve su.
Ci mette un attimo, a finire la bottiglia di wiskey che tiene nascosta dietro il frigo per occasioni come queste, apre dunque una bottiglia di vino bianco, e la tracanna giusto per non pensare pure a quello.
Quando il cuoco lo chiama, quando il piatto del tizio col dito è pronto, il cameriere afferra il coperchio della pattumiera, lo gira e ci trasferisce sopra il tutto.
Adagia bene la carne da una parte, i contorni dall’altra.
Poi, porta al tavolo.

Cosa mi ha portato? Ma sparati amico!
Non aveva forse chiesto la bistecca al sangue, le patate croccanti ma pure morbide, e i funghi che devono avere il profumo del muschio ma non troppo?
 
Non tiriamola lunga.
E’ sempre solo una questione di presentazione, al diavolo pure i dettagli.

Ma soprattutto, è tuta colpa di Hemingway.




giovedì 10 gennaio 2013

RACCONTO Infeltrito numero 11. "IL SENSO DELLA TRIPPA"

 

C’è un qualcosa di profondamente romantico nel bere una birra alla Coetta all’ora del tramonto.
La Coetta mica è il nome di un locale del centro, dove che ti ammazzi di tartine surgelate guarnite di finto salmone e ti sfondi le orecchie di musica chill out, no.
La Coetta è il nome di una cava persa nelle campagne, una cava di quelle dove che si pesca il pesce, quello di sopravvivenza come che ad esempio le trote, o le carpe.
E le birretta la bevi in un casottino tirato su alla bella e buona, un container poco a norma forse, ma che sfido io a trovare altri bar così, in giro.
I sacchetti di patatine con dentro le sorprese dei  personaggi dei cartoon che però andavano di moda l’anno scorso o forse avant’anno, il pandoro più strappato che tagliato, sistemato alla meglio sul banco che un po’ appiccica pure, il banco. Il pandoro no, quello è coperto da un consistente manto di zucchero a velo che se no si capisce, che è secco.
Gli addobbi natalizi appesi alle pareti con una buona mano di scotch scivolano sulla superficie precaria  e se stai attento, lo vedi il babbino natale che penzola, li in mezzo a tutti, che penzola e non cade e resterà sicuro in equilibrio precario fino al momento in cui, uno dei tanti vecchi seduti al tavolo immediatamente sotto, non tirerà un pugno sul tavolino smadonnando che ha provato a barare nella partita a briscola ma lo hanno visto troppo tutti.
E’ solo alla Coetta che ci trovi i bocia carogna, quelli con le lentiggini e il muso da topo, i capelli spettinati, i denti molli, che per la noia rubano e si riempiono le tasche di rotelle di liguorizie e le mescolano li dentro, tra sassi e finte mosche da lenza trovate per terra sparse lì sa dove, che i nonni sono troppo impegnati per badar loro tanto è l’impeto che ci mettono a lanciare le carte sul tavolo che è tutto un tarlo, e ci ha le gambe che forse al primo sole faranno crack ma non è il momento di pensarci perché ora è solo inverno.
E tutto è fermo.
E’ ferma pure la bici di Caietto, Caietto dai rizzetti magici che scuote la testa di continuo e li fa volare come nel vento quei boccoli scuri, un vecchio giovane o forse un giovane che pare vecchio, che a lui non ci importa delle stagioni, che 365 giorni l’anno per lui è sempre Natale e festeggia col suo bel bicchiere di vino rosso, quello della casa che ti spacca lo stomaco e fa calare gli occhi, ma Caietto si è mosso, forse sta dormendo da qualche parte lì intorno, è la bici che è ferma. La bici di Caietto la riconosci ovunque per così com’è: messa insieme col nastro isolante, verniciata con la bomboletta spry che a Caietto non ce ne importa se il colore della vernice è diverso da quello originale, vattene in cerca sapere quale, per scoprirlo bisognerebbe trovare una foto dei tempi della sua comunione, dove tra l’altro, era pure alto uguale, dicono.
E Caietto lo trovi pure fisso in bacheca dentro nel bar, ci trovi la foto, mica Caietto, la foto da adulto, mica della Comunione, e ci ha tra le braccia un pesce gigante e nella bacheca ce ne sono tante di foto di quelli con in mano i pesci giganti che certi quasi sono costretti a farla in ginocchio, la foto, e allora forse dici è vero, quando che i pescatori dicono Ieri ho pescato un pesce grande così che non ci sta neanche in mezzo a quanto allargano le braccia, però ci ho il dubbio, che l’ha pescato Caietto, quello che stringe nella foto, forse se l’è fatto prestare e allora se torniamo sul discorso, qui finisce che mi sa non ne veniamo più a capo, meglio andare oltre, allora.

Fuori c’è la capra che fa Be da sotto la barba, e l’asino che raglia da dietro le orecchie, esci, la birra tra le dita, la testa sotto la tettoia che è solo rugginosa lamiera poggiata su travi di ferro.
Guardi il cielo rosa che sale fino all’azzurro, l’acqua torbida che scende fino al petrolio, e non fai mica in tempo a seguire i cerchi che ci fanno i pesci dentro perché la signora che sbuca da chissà dove ti distrae dicendo Ecco, ciapà giornada, go le scarpe tutte impantanade de merda diaolo ******  e tira fuori una Muratti bianca dal pacchetto blu schiacciato, Buteloti gavio el tacheta-grassie bone feste, poi se ne va sbattendo i talloni marcando la strada con inequivocabili strisciate come che fosse in sella a un cavallo, e ti lascia per eterna compagnia, la sua ombra divorata dall'orizzonte.

E tu nel mentre segni tutto,  scrivi cominciando così

Ho visto palpebre calate da luppolo e ugole rosse accese da sigarette.
Ho sentito voci sospinte da stelle,
e sospiri
raggiungere la luna che miele
sbrodolava il cielo
riempire cuori di diabete…
e lo fai su una serie di tovagliolini ruvidi di carta, di quelli messi insieme da una molla cromata, con la penna prestata dalla barista che fa clic-clic, e dondola pure perché ci ha la plastica un po’ rotta, lì sulla punta e il tuo uomo che dice Amore, c’è tanta vita qui dentro, eh?
E capisci che quella è esattamente la frase giusta al momento giusto eppure anche ti pare sia in grado di leggere nel cervello attraverso il lucido nelle tue pupille, quello vero, non in boccetta, Lui.
E ti dice andiamo a casa, è presto ora di cena, cucino io, finché tu continui a scrivere quello che ci hai da scrivere.
E toglie le trippe dall’aceto, che ce le aveva messe prima di andare la alla Coetta e bere la birra, quella romantica. Posso interromperti un attimo, ti dice Pensavo sai,
potrebbe accadere, no? Voglio dire, ad entrambi piace la montagna, eccetera. Succede che ci perdiamo in un bosco, giusto? I cellulari non prendono, e via a discorrere. Ecco vedi, in quel caso io saprei come accendere un fuoco, procurarmi del cibo, costruire un rifugio di fortuna per ripararci dalla notte e tu...tu...beh tu... tu mi racconteresti delle storie bellissime.

E allora, poggi la penna e gli ci chiedi con quasi una punta di fastidio
Mi stai forse dicendo che non sono capace di fare un ca**o?


No, che siamo indispensabili l'uno per l'altra.

E quella, è proprio un’altra frase giusta detta al momento giusto.

La trippa che lenta e senza fretta cuoce da sola sul fuoco.
E poi, si sa.
Le budella scalderanno le viscere.
Ci sarà la sudorazione notturna, le labbra secche, la lingua robusta del mattino, il fiato importante, il bacio che non pesa,
l’immancabile sete.