lunedì 24 giugno 2013

RECENSIONE Senza Candeggio n27 "Guarda l'Uccellino", K.Vonnegut

Vonnegut, mangiatore di Bondola coi Pistacchi.



Titolo: “Guarda l’Uccellino”
Autore: Kurt Vonnegut
Edito: Narratori Feltrinelli
Numero pagine: 249
Mese: Giugno
Motivo che mi ha spinto alla lettura: il mio amico Aliprandi mi ha messo la curiosità.



RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Ci ho un mio amico, l’Aliprandi, che come me la sera dopo lavoro invece di andare a correre, gli piace scrivere.
E da quando ha cominciato a leggere i libri di Vonnegut, secondo me, scrive da Re.
No che prima facesse pena, ma adesso è più fico, sempre secondo me.
Fico nel senso di scrivere, che la sua ragazza o il mio moroso non me ne vogliano, chiaro.

Allora, dicevo, mi ha messo la curiosità.
A dire la sincerità, di Vonnegut volevo leggere “Le sirene di Titano” o “Ghiaccio-Nove” o “Mattatoio n5” o “La Colazione dei Campioni”, ma in libreria avevano solo “Guarda l’Uccellino” e andavo di fretta.

Comunque, sempre secondo me, andava benissimo lo stesso guarda l’uccellino.
Adesso spiegatemi dove state guardando.
“Guarda l’uccellino” è il titolo del libro.
Che è una raccolta di racconti, pubblicata postuma la morte di Kurt.
Oh avete visto sopra, che faccia ha?
Che ridere.
Sembra un mangiatore di bondola coi pistacchi.

14 racconti.
Di cui secondo me, 5 potentissimi, gli altri un po’ meno.

L’atmosfera, resta comunque la stessa, per tutta la raccolta.
Sembra quella di un sogno, una nebbia, dove i contorni restano sfuocati e ovattati ma all’improvviso vengono illuminati da abbaglianti dettagli che a loro volta, creano dinamicità, sgomento, curiosità.
Una penna semplice, dalla prosa immediata e veloce ma che allo stesso tempo, graffia con la sua satira.
Un grottesco ottimismo indebolito però da quello che io credo Vonnegut ritenga un indispensabile happy end.

E’ più forte di lui.
Può pure cascare il mondo, ma se casca non si sfracella.
Piuttosto perde gravità e va a rimbalzare su di un enorme Big Babol all’uva.
Ah che Big Babol si scrive così, è giusto, ho appena controllato.
Alzi la mano chi sapeva che in Libano ne mangiano a camionate.

Tornando a parlare di Vonnegut, tengo precisare che nonostante lo spirito all’uva gommosa, non ci fa mancare niente:
dall’incantatore di sbirri, ai qualunquismi sulla borghesia.
Si parla di manie, abitudini, onore, di geni, geni nel senso di persone geniali.
D’invenzioni che superano di gran lunga quella delle televisione, di scoperte e studi che non possono competere con la psicanalisi.
Il giallo, il noir, la fantascienza, e straordinarie scuse per giustificare omicidi.


Chiudo.
Che sarà mica il modo di chiudere, questo.
Allora lo faccio alla maniera del mio amico Aliprandi.
Con l’epitaffio che ha scritto su Kilgore Trout.
Chi è Kilgore Trout?
Provate a digitare su internèt.
Chi è Aliprandi?
Torno a ripetervelo, come avevo scritto nella recensione n25 “Fiesta” nominandovi il Maestrello: comprate il libro “Tutta Colpa di Hemingway”.



Kilgore Trout
n.1907 o 1917 m.1981 o 2001 o 2004
Vissuto nella mente del suo creatore, scrisse opere miserabilmente memorabili su riviste pornografiche di bassa lega.
Morto con successo più volte, l’ultima delle quali suicida nel 2004 dopo che una veggente gli predisse la rielezione di George w.Bush, sulla sua lapide sta scritto: La vita non è il modo di trattare un animale. Nonostante l’infinita laboriosità di Trout nessuno si accorse mai di lui tanto da fargli credere di essere morto finché era vivo, tranne quando vinse il Nobel per la Medicina. L’Accademia Americana delle Arti e delle Scienze volle che sulle sue ceneri venisse eretto un monumento sul cui fronte era incisa una citazione del suo ultimo romanzo, il duecentonono, incompiuto all’epoca della sua morte. Il monumento si presentava così: Siamo sani soltanto finché  le nostre idee sono umane.                                                                                                                                                                                                 - Davide Aliprandi-

giovedì 20 giugno 2013

RECENSIONE Senza Candeggio n26 "CUORE di CANE" , M.Bulgakov


Titolo: “Cuore di Cane”
Autore: Michail Bulgakov
Edito: Newton Compton Editori
Numero pagine: 72
Mese: Giugno
Motivo che mi ha spinto alla lettura: alla scoperta degli scrittori russi.


RECENSIONE E OPININONI DI DUBBIA UTILITà.

Spesso, siamo portati a pensare che un libro dal grosso spessore fisico possa essere meglio di uno striminzito romanzo.

E’ proprio quando pensiamo così, che ci sbagliamo di grosso.

“Cuore di Cane” ne è la conferma.

Mai avrei pensato d’intraprendere questa lettura, se il mio scrittore italiano preferito –che ormai tutti sappiamo essere Paolo Nori-  non m’avesse consigliato di provarci.
Mica che me l’ha consigliato di persona, ma tramite i suoi libri, chiaro.
E non è che ha parlato nello specifico di questo libro, ma degli scrittori russi, in generale.

Quel giorno, ero andata al supermercato, dovevo comprare non ricordo nemmeno cosa.
Il supermercato mi deconcentra sempre, entro per comprare qualcosa e me ne esco con un libro.
Ci ha da esserci qualcosa di rotto in quel meccanismo che fa scontrare i neuroni nel mio cervello.
Scintillano.
Altrimenti uno non si spiegherebbe come mai che una entra in un supermercato per comprare chenesoio un litro di latte, ma poi se ne esce con un libro.
Vorrei anche dire, che mangiare mangio eh, non è che vivo di carta, solo che non fa parte dei miei compiti, quello di fare la spesa.
Per fortuna.

Bene, ora che anche questa volta vi ho raccontato un po’ degli affari miei, direi che è il momento di parlare de Cuore di Cane.

Dicevo, viaggiavo per le corsie di questo supermercato, e non ho potuto fare a meno di dare un’occhiata all’espositore di cartone, colmo di grandi offerte a 99 cent, meno di 1 euro.
Ne ho preso visione con scetticismo, mi son detta Figurati cosa ti danno con 99 cent e invece, to’ cari va che nel casin c’era pure uno scrittore russo,
Preso.

Ve lo ricordate quel topo inutile di Firmino? (recensione senza candeggio n11)
Davanti a Cuore di Cane, diventa ancora più insulso.
Dico così perché uno ricorda un po’altro, sebbene parliamo di due cose nettamente distinte.
Ciò che gli accomuna, è il fatto che ci troviamo davanti a due animali che ragionano e si comportano come persone (oh ah che adesso non mi saltate fuori dicendo che pure gli animali sono persone, che io già volevo usare la parola “umani” ma poi sapevo che partiva la polemica.)

Però in realtà Cuore di Cane è molto-molto di più, fosse anche solo perché non è francese e non si piange addosso per tutto.
Ed è sconcertante quante cose si possano dire di un libro di sole 72 pagine
Sono talmente tante, che ho deciso di non dirvele tutte per paura di annoiarvi.

Cominciando dall’inizio, ho deciso di nascondervi la trama, facendovi ingannare dal titolo, e incuriosendovi a leggerlo solo sulla base di questo.

Andando avanti con il poi, fatevi trascinare dalla magistrale bravura di Bulgakov.
Come riesce a cambiare registro senza crearvi scompensi, le variazioni dei punti di vista, di come riesce a saltare senza paura dalla prima, alla terza, alla finta terza persona.
In un primo momento farete fatica ad accorgervene, tanto come rende naturale il tutto ma dopo, collegherete con gran stupore tutti i pezzi del mosaico, e io sono sicura vi ritroverete ad esclamare una frase che suonerà tipo così Ma come cazzo fa?

Amate l’indecenza di Pallinov, e il fare grottesco di tutti i personaggi che gli girano attorno.
Fatevi trasportare dall’eccentricità, dalla sagacia, dall’acutezza, dalla satira pungente dello scrittore, senza dimenticare di ambientarvi nel periodo storico in cui il libro è stato scritto.
Ascoltate tutto quello che qualsiasi oggetto incluso non a caso nella storia, ha voglia di dirvi.
E quando arriverete alla fine, che chiuderete il libro,
non pensateci troppo su.
Non c’è spazio per equivoci, quello e su quello che c’era da raccontare è stato descritto in ogni singola riga.


Vi lascio con questa sua frase
ingannandovi una seconda volta, come avevo fatto cominciando dall’inizio, ma venendo ora a raggiungere la fine.



<<Come ha fatto a prendere un cane così nervoso?>>
<<Con la dolcezza. E’ il solo sistema possibile con un essere vivente, qualunque sia il suo livello di sviluppo. L’ho affermato, lo affermo e lo affermerò sempre. Si sbagliano se pensano che il terrore serve a qualcosa. No! Il terrore non serve a nulla, né con i bianchi ne’ con i rossi, ne’ con i gialli. Il terrore blocca il sistema nervoso!>>



giovedì 13 giugno 2013

RECENSIONE Senza Candeggio n25 "FIESTA" Ernest Hemingway



Titolo: “Fiesta”
Autore: Ernest Hemingway
Edito: Oscar Mondadori
Numero pagine: 227
Mese: Maggio
Motivo che mi ha spinto alla lettura:


RECENSIONE E OPININONI DI DUBBIA UTILITà.

H. il Papa.
O lo odi o lo ami, dicono.
Io per essere sincera, non l’ho ancora capito.
Amo e odio alla stessa maniera i suoi dialoghi asciutti, le sue descrizioni fuggenti ma chiare e d’impatto, i periodi molto corti, l’uso del veloce punto e a capo.
E di come in Fiesta, la vita e la morte e tutto quello che ci gira in mezzo, venga paragonata all’immagine della lotta tra il toro e il matador.
O almeno, questo è ciò che ha dedotto il mio cervello piccolo.

La mia recensione si limita a un inchino citando alcune parti del libro stesso.



· “Mi piacerebbe sentirla parlare veramente, mia cara. Quando parla con me, non finisce mai una        frase”
“Lascio che sia lei a finirle. Lascio che tutti le finiscano come vogliono”

· “Dovremmo brindare a qualcosa”
   “E’ un vino troppo buono per fare un brindisi. Non bisogna mai mescolare i sentimenti a un vino come questo. Se ne perderebbe il sapore”

· Andammo a dare un’occhiata alla cattedrale. Cohn fece notare che era un esempio eccellente di qualcosa, ma non ricordo più di cosa.

· M’inginocchiai e mi misi a pregare per tutti quelli che mi vennero in mente e me stesso. E per tutti i toreri, separatamente per quelli che mi piacevano e genericamente per gli altri, poi pregai di nuovo per me, e mentre stavo pregando per me mi accorsi che mi veniva sonno, e allora pregai perché le corride fossero buone e la fiesta bella e perché riuscissimo a pescare qualcosa. Poi mi domandai se c’era qualcos’altro per cui  pregare e pensai che mi sarebbe piaciuto avere un po’ di soldi e così pregai per fare un mucchi di quattrini (…) e in tutto questo tempo me ne stavo inginocchiato con la fronte sul legno che avevo davanti, e pensavo a me, che pregavo. Mi vergognavo un poco, e mi dispiaceva di essere un così cattivo cattolico, ma mi resi conto che non potevo farci niente, almeno per ora, e forse mai, ma che comunque era una grande religione e avrei voluto sentirmi religioso, e forse lo sarei stato la prossima volta;


· La pioggerella continua ogni tanto diventava pioggia vera (…) eppure la fiesta continuava senza sosta. Aveva solo dovuto mettersi al riparo.

· Spensi la luce e cercai di dormire. Non ha senso che per il solo fatto che faccio buio si debbano vedere le cose in maniera diversa da quando c’è luce. No accidenti, non ha senso!Avevo già pensato una volta a tutto questo e per sei mesi non avevo mai dormito con la luce spenta. Un’altra idea luminosa.(…) quante stupidaggini riuscivo a pensare di notte!

· “I tori sono i miei migliori amici.”
“Lei uccide i suoi amici?”
“Sempre”disse lui in inglese,e rise “Così loro non uccidono me.”

· Pedro Romero aveva la grandezza. Amava toreare e penso che amasse i tori e penso che amasse Brett. Tutto ciò che era in grado di controllare lo fece quel pomeriggio davanti a lei. Mai una volta alzò il capo. In tal modo rese più forte la propria esibizione, e lo fece per sé, e questo gli dava forza, eppure lo faceva anche per lei. Ma non lo fece per lei a scapito di se stesso. Grazie a questo vinse tutto il pomeriggio.





E poi volevo concludere con un pezzo di un racconto del mio amico.
Questo pezzo, che fa parte del pezzo di un pezzo di un insieme di autori e racconti, lo potete trovare cercando il titolo del libro che fa
TUTTA COLPA DI HEMINGWAY.


“Quando spiega quello che fa, Loris nota spesso uno sguardo di disgusto negli occhi della gente. Qualcuno glielo chiede anche << Tu ti svegli ogni mattina e uccidi un essere vivente. Non ti senti in colpa?>>. E lui risponde che sì -è vero- le sue mani grondano letteralmente sangue alla fine di quel lavoro, ma è altrettanto vero che, se si parlasse metaforicamente, gronderebbero sangue anche certi contratti fatti agli operai delle catene di montaggio, certe varianti urbanistiche firmate da alcuni assessori comunali o anche i programmi di alcuni professori universitari. Eppure, nessuno mostra loro tutto quel disprezzo.”                                                                                                                                                                         -Massimiliano Maestrello.

mercoledì 12 giugno 2013

RACCONTO Infeltrito n19 "O" come TelecOm.




                                        “O” COME TELECoM.



Avrei voluto scrivere un racconto in cui mi facevo trovare preparatissima, su quel mito di Orfeo.

Dico “mito” come per dire nel linguaggio dei giovani -che erano giovani negli anni 90- “quel fico, quel ganzo, quel tosto”, ma forse sbaglio a usare questi termini perché non sono mai stata giovane, nemmeno negli anni 90 quando anagraficamente giovane ero per davvero e tutti parlavano usando gli slang.
Invece io, sono sempre stata intrappolata in una mente da anziana.
Mai usato slang in vita mia, ad esclusione se possiamo includerle, di colorite esclamazioni quali  ad esempio “cazzo o vaffanculo” ma adesso, non uso più nemmeno quelle, per una scelta di stile.

Avrei voluto scrivere un racconto in cui mi facevo trovare preparatissima, su quel mito di Orfeo ma da quando mi è stato assegnato questo tema, sono rimasta bloccata con internet.
Per bloccata, intendo mica una stipsi cerebrale, che è vero, non sono Steve Jobs –che Dio lo abbia in gloria- e nemmeno Bill Gates –beati i so schei- ma bloccata nel senso che la Telecom mi ha sospeso il servizio di navigazione.
Quante storie, solo perché ho dimenticato di pagare la bolletta.
E Potrei stare qui ora delle ore, a parlarvi delle innumerevoli discussioni avute con gli operatori dei call center, ma non lo farò perché adesso, voglio parlarvi del mito di Orfeo, anche senza poter accedere a internet.

Avrei voluto scrivere un racconto, in cui mi facevo trovare preparatissima, su quel mito di Orfeo ma temo di non poterlo fare.
Sempre per il discorso che sono intrappolata in una mente da anziana.
Devo essere sincera. La sera in cui mi hanno parlato di lui, a lezione, non ero molto attenta. Ci avevo una stanchezza.
Ho preso qualche pidocchioso e striminzito appunto, poi ho pensato Ma sì, mi documento a casa, con calma, magari in un momento più favorevole, non come ora che sono sveglia da 20 ore per via del lavoro che faccio e faccio a fatica a ragionare col cervello.
Sono senile, non ci ho più 20 anni e comunque, anche quando anagraficamente ci avevo 20 anni, dopo 20 ore non filavo più tanto coi ragionamenti.

Avrei voluto scrivere un racconto, in cui mi facevo trovare preparatissima, su quel mito di Orfeo ma temo di non poterlo fare.
Anche per via del fatto che io a casa, metti che va bene uno non ci ha internet ma il pasticcio, è che io a casa, non ho nemmeno un libro di mitologia greca. Mica perché sono razzista ma perché sono ignorante.
Uno quindi potrebbe dire, Beh allora perché non sei andata a comprarne uno? E io lì per lì sinceramente, con tutto il nervoso che ci ho in corpo da una settimana a questa parte –un po’ per via del servizio sospeso, ma soprattutto per il fatto che dormo pochissimo- è meglio che mica lo trovo uno che si azzarda a darmi una risposta così perché c’è il rischio che torno a usare una di quelle parole che ho detto non uso più per scelta di stile.
Poi io per esempio per come la vedo, se devo cader di grazia, preferisco non caderci per un motivo così ma magari preferisco, se posso scegliere, usare una di quelle parole colorate per indirizzarla a uno degli operatori del call center della Telecom Italia la ringraziamo per aver chiamato, a’ mammata, a’ sorrata, all’immortacci.




Tornando a noi.
Magari qualcun altro potrebbe dirmi Va bene ma perché non scrivi un racconto sul mito di Orfeo basandoti su quei seppur miseri appunti che hai preso?
Allora io, dovesse succedere che qualcuno per davvero ci ha il coraggio  di farmi una domanda del genere, ho pensato che potrei rispondergli Ma tu, hai mai valutato l’idea di andare a fare l’operatore telefonico alla Telecom?


Magari glielo direi alla maniera delle vere anziane, agitando una ciabatta al vento, scegliendo come sottofondo l’incantevole musica dell’acqua che bolle mentre nel suo fondo, nel fondo dei suoi inferi, giace un cavolfiore rattrappito.


giovedì 30 maggio 2013

RECENSIONE Senza Candeggio n.24 "IL MAGO DI OZ" -Baum, Prati, Colli

La Banda del Caciucco


Titolo: “Il Mago di Oz”
Autore: Frank Baum
Edito: Giunti junior
Numero pagine: 172
Mese: Maggio
Motivo che mi ha spinto alla lettura: ci ho da delle lacune.



RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITA’.

Che infanzia difficile dev’esser stata, la mia.
Io se qualcuno è pronto a credermi, non conosco nessuna storia per ragazzi.
Nessuna, pensate a una. Non la conosco.

Cioè magari, le storie le conosco un po’ così nell’insieme.
Se ad esempio mi chiedete chi era Pinocchio posso dirvi un burattino che poi diventa bambino, se mi chiedete del Piccolo Lord, posso parlarvi di un trovatello, e via discorrere, però di preciso, non le conosco affatto.
Ci ho delle lacune, le devo colmare.
Non mi sono nemmeno state raccontate, le storie quelle classiche.
Questo è il prezzo da pagare, quando hai dei genitori che le storie se le inventano, oppure ripiegano su grandi classici per adulti come il Don Chisciotte, il Conte di Montecristo o il Barone di Muchausen.
Va beh.

A parte che sono una svampita di prima categoria.
Adesso vi spiego pure il perché.
Vado in libreria, chiedo dove posso trovare il reparto classici ragazzi, me lo indicano, compro.
Torno a casa, e scopro che in realtà, mica ho preso Il mago di Oz originale.
Ma il Mago di Oz raccontato da Elisa Prati, nella mia ignoranza, ho fatto delle ricerche per capire chi è, Elisa Prati è una tizia.

Però ormai l’avevo comprato, che ci potevo fare?
Con la morte nel cuore ho cominciato a leggerlo, altre soluzioni non c’erano.
Una volta, in una libreria, ho visto un cliente portare indietro un libro dicendo alla commessa Devo scusarmi, ma mi sono accorto solo a casa di averlo doppio.
Ricordo d’aver pensato Ma si può essere più ebeti?
Per cui me lo sono tenuto, tacendo, e imparando la lezione, che tanto lo so’ se a 31 anni ancora dormo, difficile che ormai mi sveglio. Ci sono abituata.

Sapete ora per finire la macedonia che cosa mi è venuto in mente di fare?
Facciamo che la Silvia Colli, vi racconta la storia di Oz, scritta da Baum, raccontata dalla Prati.
A questo punto, se qualcun altro volesse intervenire, si senta pure libero di farlo.





                   
                      “Il Mago di Oz”      -raccontato da Silvia Colli.


Questa è la storia di una banda di idioti che non sanno, e non sapranno mai, di essere idioti.

C’è il Boscaiolo di latta, un perfetto cagacazzi capace solo di lamentarsi, e piangere e disperarsi, che dice di non avere un cuore ma per tutta la storia, compie inconsciamente atti di bontà senza motivo.
C’è lo Spaventapasseri che dice di non avere un cervello ma ci ha sempre delle idee geniali.
C’è il Leone, che dice di non avere il coraggio ma, per tutto il romanzo è il protagonista di grandi gesta eroiche.
Infine, Dorothy una bambina senza grandi particolarità caratteriali, risucchiata da un uragano, persa e catapultata in un nuovo mondo, che per tutto il tempo cerca una soluzione per tornare a casa sua nel Kansas, girando coi suoi compagni di viaggio indossando delle scarpe magiche. Un po’ come quelli che sono senza patente e guidano una Ferrari.

La banda del caciucco, arriva alla fine della storia, nella città di Smeraldo attraversando con una discreta dose di buon culo, peripezie di poco conto.
Nella città di Smeraldo conoscono il potente Mago di Oz, che farà loro credere di saper avverare i desideri, non muovendo un dito.
Anche perché il potente Mago di Oz in realtà, non è ne un potente, ne un mago ma solo un quaquaraquà.

Ora cari bambini andate pure a letto e ricordate di essere svegli e intelligenti, che la vita è na merda e nessuno vi può aiutare se non voi stessi.
Ma soprattutto, se volete avere degli amici o al limite, qualcuno che vi vuole bene, fate di tutto per diventare la cosa più distante possibile da ciascuno dei protagonisti di questo romanzo, o da me.


                                                                                            -FINE.





Dite sono stata troppo crudele?
Allora non conoscete la Prati Elisa.
Nella sua versione de “Il Mago di Oz” ci insegna a fidarci degli sconosciuti, a non porci troppe domande, e in caso di pericolo di pensar ognun per sé.
A temere i campi di papavero, che possono portare alla morte.
Ci descrive i personaggi usando frasi tipo “(…)sul trono stava appoggiata un’enorme testa senza corpo braccia o gambe che la sostenessero. Era calva, gli occhi girarono lentamente e si fissarono sulla bambina, acuti e pungenti. Poi la bocca si mosse (..) roba che quella testa lì me la sono sognata io la notte, figurarsi un bambino.


Allora io adesso, resto in sospeso proprio come quella testa.
Senza sbilanciarmi nell’esprimere un vero parere sul romanzo originale, quello di Frank Baum.
Che magari lo prenderò in biblioteca.
Che io di regalare i miei soldi in giro, sono abbastanza stanca.


lunedì 27 maggio 2013

RECENSIONE Senza Candeggio n.23 "PUBBLICI DISCORSI" -Paolo Nori

Un fico.


Titolo: “Pubblici Discorsi”
Autore: Paolo Nori
Edito: Quodlibet Compagnia extra
Numero pagine: 246
Mese: Maggio
Motivo che mi ha spinto alla lettura: ci ho da fare un pubblico discorso.



RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITA’.

Tanto per cominciare, volevo dire che io, dei miei romanzi di Nori sono gelosissima, e col cavolo che mai mi salterà nella mente di prestarne uno a qualcuno.

Poi, per andare avanti, volevo dire che io, quando ho per le mani un libro di Nori, lo distruggo.
Nel senso buono, se ci può essere un senso buono. In pratica, lo riempio di sottolineature, note a piè di pagina, osservazioni e anche pure di complimenti. Un po’ come se avessi l’illusione, che io e il signor Nori potessimo interagire. Ognuno ci ha le sue manie, e io mi tengo le mie.

Poi, per finire l’introduzione, volevo dire che io, ho letto “Pubblici Discorsi” di Nori, per evitare un attacco di panico. Che già mi vengono quando gli pare, così senza avvisare alla brutta Eva, allora, se so’ che ci ho da affrontare una situazione che con molte probabilità mi porterà ad avere un’iper sudorazione e il blocco totale delle corde vocali e dei tasti del cervello, allora magari, mi organizzo. Così, per volermi bene ma soprattutto perché le figure di merda non piacciono a nessuno. O per lo meno, a me no.

Ci avrò da fare un pubblico discorso anch’io, tra mica tanti giorni.
Che poi sono stata pure poco furba, perché ho invitato il mondo a partecipare al mio pubblico discorso.
Dice se una ha un minimo di sale in testa, e sa che a parlare con la gente va in tilt, allora ad esempio, una delle prime cose da fare è di evitare d’invitare chessòio il vicino di casa o magari, la propria maestra delle elementari.
Ma ci tenevo che veniva se decide di venire la mia maestra perché è stata lei, la prima a darmi fiducia nello scrivere, che diceva che però non è che mi veniva poi così tanto male.
Il mio pubblico discorso è per l’uscita del libro dove che dentro ci sono 3 o 4 miei racconti.

Allora, siccome Nori io per me è lo scrittore che in questo periodo mi sta influenzando da matti, proprio come  per Nori è Charms , allora io per prendere un attimo di fiducia e coraggio, che sembra ce l’ho ma invece ho paura della mia ombra, io per affrontare la presentazione di quel libro lì che vi dicevo ho letto questo, di libro. E allora siccome temo di aver fatto un po’ di casino e magari non capite più di che libro sto parlando, sparecchio e faccio ordine, dicendo che il libro di cui sto parlando è “Pubblici Discorsi”, di Paolo Nori.




Intanto, nel leggere questo libro, mi sono segnata un sacco di altri libri da andare a recuperare, allora se magari in questo periodo siete a secco, e magari anche voi, state cercando qualcosa di interessante da leggere, io vi passo i titoli, anche se io nemmeno li ho ancora letti, ma di Learco, mi fido.





LISTA DEI TITOLI CONSIGLIATI DA LEARCO:

· “Massimo e Fedor” di Sinkarev

· “Opere per Adulti” di Charms

· “Sulla Felicità a Oltranza” di Ugo Cornia

· “Racconti di un Giorno che Sai”  (di tanti scrittori)

· “Le Lingue Inventate” di Alessandro Bausani

· “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj

· il libro di Zavattini dove si parla della storia di uno che scriveva discorsi funebri

· Archipov

· “Moskva- Petuski”


Poi, andando avanti, nel leggere questo libro, ho fatto un sacco di scoperte, allora se magari in questo periodo siete a secco, e magari anche voi, state cercando qualche scoperta interessante da leggere, io ve le scrivo qui di seguito, anche se non ho appurato se sono tutte cose vere, ma di Learco, mi fido.



LISTA DELLE SCOPERTE FATTE DA LEARCO:

· Ci sono delle donne, che hanno preso Anna Karenina come modello di vita, perché il mondo è strano.

· E’ bello giocare con lo STRANIAMENTO per catturare l’attenzione sui discorsi che si stanno facendo (alias apparentemente stordire per poi sorprendere la gente).

· Esiste un negozio molto elegante dove che vendono i vestiti, e questo negozio si chiama Ipercoop.

· La mamma di Saddam Hussein come mestiere faceva la puttana, e lei suo figlio, non l’avrebbe voluto ancora prima di nascere, per quello l’ha chiamato così, perché Saddam significa maledetto.

· Il famoso santone indiano Saibaba ci ha una pettinatura che sembra uno de “I Nuovi Angeli”.

· Esiste un gruppo di pittori russi i Mit’ki che se la spassano con la poetica dell’ubriachezza eroica. Si ubriacavano e poi dipingevano le imprese che avevano compiuto. Tra loro, c’è stato uno scrittore (il Sinkarev che vi ho consigliato nella lista sopra) che ha scritto un romanzo, e in quel romanzo c’è una frase che è “Quando penso che la birra è fatta di atomi, mi passa la voglia di bere”.

· Sciascia, lo scrittore, ci sa fare un sacco con la punteggiatura.

· La canzone “Lettera da Lontano” di Jannacci, fa piangere.

· Quello che ha inventato il cannone che spara le palle e fa allenare i battitori di baseball era uno piscologo bigamo, ed è morto durante una pausa pranzo, mentre facendo un brindisi al genere femminile.

· Uno poteva essere coltissimo nel 1700, ma non ora. Ora al massimo, si può portare pazienza.

· Può essere che  un coglione sia un galantuomo, può essere che sia buono, ma può essere anche cattivo, ci sono i buoni e i cattivi anche tra i coglioni. Il fatto è che sono in tanti quindi, comandano loro. Magari alla fine il coglione sono io.

· Gli eschimesi, hanno 40 modi di dire bianco. I russi, 40 verbi diversi per dire ubriacarsi.

· La gomma da masticare è stata inventata da un farmacista e si è diffusa grazie ai giovani, quando non avevano ancora otturazioni ai denti.

· Questa cosa che ho appena scritto qui sopra, è raccolta in un libro che ha una copertina con su raffigurato un bidone della spazzatura, e parla della storia del ‘900.

· In primavera succedono due cose. Una che ti viene da dormire di più, l’altra che cominciano a puzzarti i piedi.

· Delle volte uno, non si ricorda le cose come sono state, ma come vorrebbe.

· L’anarchia è bellissima, miracolosa e destinata a fallire.







Poi ce ne sono tante altre di belle cose che varrebbe la pena segnare, ma vale ancora di più leggerle inserite nell’intero contesto del libro stesso.
Ma adesso, concludo.
Dicendo che la scoperta più scoperta delle scoperte che ho fatto, leggendo “Pubblici Discorsi” è che tu, a un pubblico discorso ci puoi pure arrivare impreparato, sia psicologicamente che di fatto.
Ma se però ci hai delle cose interessanti da raccontare e che a raccontarle, ti senti a tuo agio, puoi anche uscire di tema e nessuno se ne accorge.







giovedì 23 maggio 2013

RECENSIONE Senza Candeggio n22 H.Miller "TROPICO DEL CANCRO"

Enrico


Titolo: “Tropico del Cancro”
Autore: H. Miller
Edito: La Biblioteca di Repubblica
Numero pagine: 255
Mese: Aprile / Maggio
Motivo che mi ha spinto alla lettura: ho messo ordine nella mia vecchia libreria.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITA’.

Chi mi segue gliel’avevo già spiegata, quella volta là.
Quella volta che il mio moroso, aprendo l’anta di un armadio in camera mia mi ha detto Va che roba ti sembra il modo di tenere i libri e bla – bla - bla allora mi ha detto Ti costruisco io una libreria per via del fatto che mi ama ma soprattutto che il mio moroso, quando ci ha del legno in mano fa i miracoli e bisogna trovargli sempre qualcosa da fare se no si annoia.

Quando è stato dunque il momento di fare una cernita e ho deciso quali libri tenere e quali che no, vedo questo “Tropico del Cancro” e mi pare che io ce l’avevo nella vecchia libreria da almeno 15 anni. Mai letto. Faceva parte di una collana uscita in edicola, e il fatto che costasse poco ed era tutto compreso nell’abbonamento che avevo fatto, mi faceva prendere il lusso di accantonarlo (oh ma avete visto che gioco di parole che sto facendo dall’ultimo punto in poi?) 

A dire il vero, l’avevo pure cominciato a leggere, me lo ricordo, anzi è una certezza perché io ogni volta che leggo un libro, ci scrivo nella prima pagina il mese e l’anno in cui l’ho letto, di conseguenza vi do la conferma che sì, sono passati 15 anni, dall’ultima volta che l’ho preso tra le mani, il libro.

E ho capito perché lo avevo accantonato.
Là, la storia che costasse poco e che ne avevo uno alla settimana a basso costo, era solo una scusa. Basti pensare al fatto che io, 15 anni fa’ ancora studiavo quindi quelli erano soldi  mica miei ma del mio babbo. Figurati che peso potevo dargli, al portafogli che si svuotava indolore e lentamente a fine anno.

Ho capito perché l’avevo accantonato.
Lì per lì nelle prime pagine, non ci si capisce na’ fava.
Cavoli non c’è niente di peggio di un libro che comincia male, tant’è che lo stavo accantonando per l’ennesima volta.
Poi parlando col mio amico Massimiggggliano mi ha detto No Colli te par a ti a’ che l’è belo, mi sono convinta ad andare oltre, perché mi fido dei gusti di quel mio amico con quel nome lì.
Perché, così se lo volete sapere, l’inizio è tutto un figa qui e figa là, ed ebrei giù ed ebrei su, scritto in maniera devo dire anche poetica ma non che mi convincesse poi molto.
Una miscellana di parole prese e messe insieme, ma ho resistito, convincendomi a tratti di non essere io sotto acido, ma l’autore in preda all’oppio, o a qualsiasi tipo di droga che Miller, potesse usare nel 1930.

Poi tutto finalmente comincia a prendere ordine, Miller a tratti ti offende con la sua volgarità, e poi ti sorprende con la sua finezza, c’è della poesia, nella sua prosa.

Il protagonista (e parliamo di un libro autobiografico) è un disfattista, che gode della noia, della sciagura e della tragedia dell’essere umano, e ci ritrovo un’ostentazione, forse ma non son certa,  un merito: quella di voler registrare nel suo diario (perché più che una trama questo romanzo si snoda in tutta una serie di fatti ed incontri nella Parigi libera) tutto ciò che gli scrittori che  l’hanno prima preceduto, hanno omesso per pudore.
Sarcasmo e cinismo come se piovesse.
Due qualità che chi mi conosce, sa’ che amo.

Un susseguirsi di elenchi fatti di parole sporche, di immagini grottesche, di marcio, di piscio, di fame, di sete di una vita asciutta, pensieri sparsi di artisti scalcagnati, manigoldi, mendicanti, di gente che parla con la bocca piena, di soldi, di donne sudicione e un po’ puttane, di scarafaggi, pidocchi, cimici,  di panni sporchi stesi ad asciugare con ancora intorno, l’odore del sudore, del fumo e dell’alcol.

La nostalgia, il freddo, la pioggia.
Il sogno Parigino come il sogno Americano, una libertà che è solo un’illusione passeggera, ma che ai masochisti emozionali, piace sempre parecchio.



Allora io adesso, per chiudere, visto che anche come si chiude i discorsi è cosa importante,volevo prendermi una libertà anche se sono una donna e Miller sicuro non avrebbe apprezzato.
Per via di quella storia che vi dicevo, che l’inizio dei romanzi io per me è cosa seria, mi sono permessa di fare un collage di frasi che lo scrittore ha sparpagliato qui e là per il suo diario.

Io, fossi stata Miller, “Tropico del Cancro” l’avrei cominciato così.





Io sono un uomo che vorrebbe vivere una vita eroica e render più sopportabile il mondo ai suoi occhi. Se in qualche momento di debolezza, di abbandono o di bisogno, scaglio nel mondo qualche sdegno raffreddato in parole, qualche sogno infagottato in immagini, pigliatelo o  buttatelo via, ma non mi seccate.
Sono un uomo libero; ho bisogno della libertà, ho bisogno di rimurginare fra me e me le mie vergogne e le mie tristezze, di godermi il sole e i sassi della strada senza compagnia e senza discorsi, colla sola musica del mio cuore. Cosa volete da me? Quel ch’io voglio dire lo stampo; quel ch’io voglio dare lo do. La vostra curiosità mi fa stomaco, i vostri complimenti mi umiliano; il vostro tè mi avvelena. Non debbo nulla a nessuno e ho da fare i miei conti soltanto con Dio; se esiste.
Se a volte incontriamo pagine esplosive, pagine che feriscono e bruciano, che strappano gemiti e lacrime e bestemmie, sappiate che sono pagine di un uomo alle corde, un uomo a cui non resta altra difesa che le parole e le parole sono sempre più forti della menzogna, peso schiacciante del mondo, più forte di tutte le ruote e i cavalletti che i vili inventano per infrangere il miracolo della personalità.





Ammettetelo, faccio dei collage che sono la fine del mondo.