giovedì 28 novembre 2013

RECENSIONE Senza Candeggio n 42 "TROPPA FELICITà", A. Munro


Titolo: “Troppa Felicità”
Autore: Alice Munro
Edito: Einaudi
Numero pagine: 327
Mese: Ottobre
Motivo che mi ha spinto alla lettura: Il premio Nobèl


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Va’ che sono ignorante, eh.
Capirai che c’è di nuovo.
Mi chiedo quanti altri autori riempiono le librerie e io, non conosco.
Tanti, non riuscirò a vivere abbastanza per conoscerli tutti.
Poi ovvio, a volte perdo tempo e mi abbandono in fantasticherie, tipo mettermi alla prova e intrattenermi con titoli che so già dal principio mi faranno cagarissimo.
Come la volta che per sfidare me stessa ho letto le cinquanta sfumature, o De Luca, o Smettere di Fumare è facile se bla bla bla bla.
Tempo, perdo tempo, questo è il fatto.

Poi la Munro vince il nobèl per la letteratura.
Il 10 Ottobre del 2013.
L’anno in cui sto scrivendo.
Tra i candidati c’era pure Vecchioni, lo sapevate?
Vecchioni Roberto, il cantante.

Devo ammettere che prima di allora conoscevo Vecchioni ma non la Munro.
E devo aggiungere, che incuriosita dalla medaglia consegnata a questa fantastica canadese, mi sono precipitata nelle maggiori librerie della mia città.
Con vergogna, tengo far sapere che la risposta che ho avuto nella maggior parte di questi negozi è stata “per ora non abbiamo nulla, ma con la scusa che ha vinto il premio ora ci riforniremo.”

Cosa?
Mo’ portate pazienza.
Io sono una pettinatrice di pollami, mi sento in qualche modo giustificata se possiedo delle enormi lacune, ma caspita, una libreria che non ha in catalogo nessun libro della Munro?
Ma dove viviamo?

Adesso faccio come quelli della Settimana Enigmistica.
Lo sapevate che ?
Era il 1888 quando Alfred Nobel, l’inventore della dinamite, lesse sul giornale la notizia della sua morte. Quello che forse più lo colpì fu come venne annunciata: “E’ morto il mercante di morte”. In realtà chi era morto era suo fratello, ma la notizia gli provocò una certa apprensione circa il modo in cui sarebbe stato ricordato. Così, un po’ come gli Scrovegni riscattarono una vita da strozzini facendo costruire e affrescare da Giotto la famosa cappella, Alfred Nobel decise che voleva essere ricordato diversamente e inventò il Premio Nobel. Grazie alle sue precedenti 355 invenzioni, il chimico e ingegnere svedese aveva infatti accumulato una straordinaria fortuna.

Io non lo sapevo, ad esempio.
Adesso lo so.
Insomma, ordino un paio di libri della Munro, e torno la settimana poi.
I titoli li ho scelti seguendo i consigli di chi la Munro già la conosceva.
Prendo Nemico, Amico, Amante e Troppa Felicità.

E di Troppa felicità ora mi metto a parlare.
10 racconti.
Racconti da cui non sai mai cosa aspettarti.
Storie che cominciano in un modo, proseguono in un altro e si concludono in un’altra maniera ancora, tutto in un susseguirsi di sorprese, senza artificiali colpi di scena.


Vedete, questo blog, è nato soprattutto per un’esigenza personale.
Tra i grandi difetti che ho, uno è quello di non riuscire a ricordare a distanza di tempo ciò che ho letto.
Se ad esempio mi chiedete “hai letto tal libro?” posso rispondervi sì o no.
Ma il mio giudizio –prima del blog- si fermava a un semplice “mi è piaciuto” o “l’ho trovato debole” o “non m’è piaciuto affatto.”
Ora, nel momento in cui sento l’esigenza di risvegliare la mia memoria, scovo nell’archivio, cerco il titolo e leggendo poche righe, le sinapsi del mio cervello riprendono a fare il loro dovere.

Alice Munro però è una di quelle scrittrice che ti restano dentro pure quando chiudi, finisci il libro, e lo riponi sullo scaffale.
I suoi racconti, continuano a viaggiarti nella testa.
Basta ritrovarti in una tal situazione e tac- la Munro ti tamburella nelle tempie.

Ad esempio -e mi limito a farne solo uno-  pochi giorni fa sentivo qualcuno lamentarsi del fatto che la propria madre non chiude mai la porta a chiave. Tac- ecco che è emerso il suo “Radicali liberi”, racconto che fa appunto parte di questa raccolta.

 Nella sua penna, c’è delicatezza, forza, originalità non ostentata, una spiccata sensibilità in grado di mettere a nudo un genere umano caratterizzato a sua volta da un’insieme di apparenze fatte di crudeltà, illusioni, bugie e apparenze.

E tu riesci ad essere lì, nelle ambientazioni che descrive, ne percepisci gli odori, i profumi, i suoni, i colori.
La Munro sa darti tanto senza divagare, è diretta, non si perde a discorrere servendosi d’ inutili dettagli, e con questo non intendo dire che conta le parole,  semplicemente sa come dosarle.
Pare riesca a capire quanto basta al lettore per essere coinvolto, sia sul piano emotivo che fisico.

Non ti resta altro da fare che divorare le pagine per sapere cos’altro la prossima storia avrà in serbo per te.

L’ho amata dal primo istante.
Di un amore che si concede solo a chi ha una marcia in più e pare quasi non rendersene conto.





lunedì 25 novembre 2013

RECENSIONE Senza Candeggio n41 "FENICOTTERI IN ORBITA", P. Ridley



Titolo: “Fenicotteri in Orbita”
Autore: Philip Ridley
Edito: Mondadori
Numero pagine: 216
Mese: Ottobre
Motivo che mi ha spinto alla lettura: Consigliato dal mio amico, che io chiamo “Il Mona”.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Succede che un pomeriggio io e il mio amico –io lo chiamo “Il Mona” per questioni di simpatia- decidiamo di vederci.
Ci si vede poco, noi due, per questo lo chiamo così, anche.
Poi in realtà lè un Mona per tanti altri motivi.
Beh va beh, dicevo, così senza programmi finisce che passiamo tutto il pomeriggio in giro per mercatini del libro usato, qui a Verona.
Era Mercoledì, un mercoledì.
Ne giriamo due in realtà di mercatini, che noi quando si va per libri è come buttare una dolseta da Intimissimi.
 Impazziamo e non sappiamo più dove guardare, passa il tempo che neanche ce se ne accorge.

E’ stato dentro al primo mercatino che ho comprato “Fenicotteri in Orbita”.
Gli ho detto Mona, fa un piaser, ruma e catame fora qualcosa de figo  alà.
(trad. Amico fammi un piacere, rovista in quella cesta e trova fuori qualcosa d’interessante, suvvia.)
Che quel mio amico lì, mona lè mona, ma secondo me sa che libri potrebbero piacermi.
Lui di libri ne sa a pacchi, che mona l’è mona, ma el sa el fatto suo.

Ora io lascerei perdere tutta la trafila che ci è toccata fare per pagare sto cavolo de libro.
In quel mercatino lì, hanno delle pratiche burocratiche da seguire, se sto qui a spiegarvele facciamo notte.
Vi basti sapere che, dal momento in cui quel libro è stato estratto dalla famosa cesta, è dovuto passare prima sotto 6 occhi, poi per 12 mani, poi per un registro, poi per una pausa, poi di nuovo per altre 2 mani e altri 2 occhi, poi di nuovo per un registro, poi per una pausa, poi per uno scambio di opinioni su come si dice “sotto pressione” in inglese, poi sotto una penna, poi per  uno scambio di divergenze sul razzismo, poi dalla mano destra di una persona, poi dalla mano destra di un’altra persona, e infine per un’ultima mano destra di un’ultima persona.
Poi finalmente è diventato mio a tutti gli effetti.
Una volta messo al sicuro nella mia borsa, l’ho ritrovato in stato confusionale.
Se siete pronti a credermi, quel libro mi ha parlato.
Mi ha detto
“Sono stati i due euro più sudati della mia vita”.
Ma non possiamo stare qui a parlare di disgrazie per tanto, andiamo oltre.



Una raccolta di racconti niente male, c’è da dirlo.
Se uno mi dicesse “Oh, ho voglia di leggere qualcosa di veloce ma intenso, cosa consigli?”.
Probabilmente gli presterei questo.
Magari gli farei fare un po’ di giri prima, così, per ricordargli da dove viene.


Ridley è inglese, lo stampo inglese lo vedi subito.
Avrei potuto non documentarmi sull’autore, mettere la mano sul fuoco e dire E’ inglese.
Lo capisci dai colori.

Il linguaggio è diretto, asciutto, fluido, veloce, senti il profumo del sospetto nei confronti di tutto e di tutti.
In ogni storia, è messo in gioco il tema del sesso, e il tutto viene trattato con uno stile scuro, agghiacciante, scorretto, violento.
Nella sua semplicità, ogni aneddoto è in grado di scatenare domande con i suoi finali aperti.
Lo scrittore diventa forse mediocre, quando a tratti cerca riparo in un gratuito buonismo, e in un banale moralismo anticonformista.
Cosa che a me in genere poco esalta quando salta fuori da qualsiasi penna.
Questa però è una scivolata che all’autore concedo, considerando che Fenicotteri in Orbita è nato come libro per ragazzi.
In Inghilterra sono più avanti di noi sotto questo aspetto.
Da noi, nelle scuole, propongono ancora “Il Piccolo Principe”.
Fa te.
Che cul.
E poi ci lamentiamo perché semo indrio come la coa del musso.
(trad. siamo dei conservatori)

Tornando al libro in questione, ho apprezzato la maestria con cui Ridley riesce a giocare con gli spazi temporali. Lo fa in maniera naturale, senza farci confusione, miscelando il tutto fino a formare un racconto armonico che nel suo insieme, riesce paradossalmente a girare come le lancette di un orologio.
E’ il mago dell’ansia e qui mi spiego.
Quando vuole fartela venire, usa tutte le altre parole fuorché quella.
E lo so che mi sono spiegata male, ma insomma, io mica sono scrittrice per cui se volete capire cose intendo, procuratevi il libro.

13 racconti che sanno provocare.
Un bel gioco di contrasti tra l’universo giovanile e il mondo adulto, che si scontrano drammaticamente in una sfida senza vittime e carnefici, tra toni aspri e poetici, tra innocenza ed esperienza, il tutto rinchiuso nel pugno della quotidianità.



Poi dopo, tornando a parlare degli affari miei, io e il Mona abbiamo sospeso il tour dei mercatini.
Abbiamo guardato l’orologio, ci siamo salutati in tutta fretta.
Ognuno con una scusa diversa.
A noi ci piace raccontarci delle bugie bianche.
In cuor nostro entrambi sapevamo che quel giorno era Mercoledì.
E che il Mercoledì sul canale 3 della Rai
fanno una interessante trasmissione.




lunedì 4 novembre 2013

RECENSIONE Senza Candeggio n30 "Il Profumo delle Foglie di Limone" C.Sanchez

Chi si addormenta leggendo, chi si addormenta scrivendo


Titolo: “Il Profumo delle Foglie di Limone”
Autore: Clara Sanchez
Edito: Garzanti
Numero pagine: 361
Mese: Settembre/Ottobre
Motivo che mi ha spinto alla lettura: prestato dalla mia collega “questo lo devi leggere” ha detto.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

E’ il primo romanzo di uno spagnolo che leggo, non scrivo spagnola perché c’è pieno di maliziosi qua in giro.
 Di una scrittrice che viene dalla Spagna, diciamo.
Se non me l’avesse prestato la mia collega, dicendomi “Questo lo devi leggere”, molto probabilmente non l’avrei comprato di mia iniziativa.
 Non so dire il perché.
Forse perché so’ che gli spagnoli parlano la stessa lingua dei sud americani e lo stile dei sud americani mi fa venire le malinconie, la gastrite e un principio di cistite. Tutto insieme.
Una volta ho letto Coelho e ho preso il vaiolo.
 Clara Sanchez non sapevo come affrontarla, con le novità è sempre così.

Già dalle prime pagine, il suo stile introspettivo mi faceva venire voglia di andare a Roma, strappare le budella alla D’Urso e legarmele strette intorno al collo.
Però poi la trama risultata avvincente, per questo ho abbandonato il mio viaggio e mi sono lanciata in quello della Sanchez.

Il tema, è un evergreen.
La storia della persecuzione ebrea.
Un argomento che tritalo come vuoi, ognuno lo racconta a suo modo.
Ne “Il profumo delle foglie di limone” c’è l’odore della rivincita.
Anche la rivincita degli ebrei nei confronti degli ufficiali nazisti è già stata raccontata in tutte le salse.
Ci piace sempre, anche se spesso la moralità ci annoia e tendiamo a voler veder vincere i cattivi.
Non in questo caso.

Su questo argomento ne so di più dal punto di vista cinematografico.
Film come Train de Vie, Bastardi Senza Gloria e This Must be The Place, sono l’uno totalmente differente dall’altro ma vivono della stessa linfa.
Toccano i nervi giusti.
 Funzionano, appassionano, stupiscono, a tratti sembrano essere surreali sebbene parlino di un pezzo di storia non troppo distante dal nostro presente. Ti fanno addirittura incazzare.

 Ora, la Sanchez non m’ha fatto incazzare.

Per questo non riesco a capire se il suo libro mi è piaciuto o meno.
C’è l’attesa che vince sulla rassegnazione, c’è il disincanto, la confusione, un finale che resta in bilico tra il prevedibile e l’imprevedibile, qualche colpo di scena ma non troppo carico di tensione.
Volendo, chiudi il libro e ti porti a casa pure una lezione: la peggior pena e la miglior giustizia, é quella di riuscire a soggiogare la mente altrui.
Tutti questi, sono punti che giocano a suo favore, ma manca ritmo alla scrittura.
Non ho trovato nella scrittrice quello stile, quella personalità che forse –per come la vedo io- spesso è più importante della trama in sé.
O magari ce l’ha, ma non mi convince per niente.






martedì 8 ottobre 2013

RECENSIONE Senza Candeggio n39 "IL CONTRARIO DI UNO" E. De Luca

Un Uomo Stanco


Titolo: “Il Contrario di Uno”
Autore: Erri De Luca
Edito: Feltrinelli
Numero pagine: 115
Mese: Settembre
Motivo che mi ha spinto alla lettura: sempre per quel motivo là.

RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Ve lo ricordate a cosa ho deciso di dedicare il mese di Settembre, no?
Ve lo ricordo io: a titoli e/o autori tanto amati e tanto letti.

Ora io con estrema vergogna, devo ammettere che per la prima volta ho iniziato un libro ma la mia tenacia è venuta a mancare.
Solitamente comincio un libro, e che mi piaccia o no lo porto a termine.
Sono testarda, non posso farci nulla.

Vuoi che ho bisogno di altro, vuoi che magari veramente la penna di De Luca non fa per me, ho letto le prime pagine e non sono riuscita ad andare oltre.

Eh sì che a ben vedere io nella solitudine ci sto che è una meraviglia, e questa raccolta di racconti proprio di questo dovrebbe parlare, ma che volete che vi dica, non ce l’ho fatta.

E’ la pesantezza il problema, capite?
Io sono una di quelle che va al Mc Donald 3 volte l’anno e in tutte e tre le occasioni, apre l’hamburgher, sfila dal suo interno quel cetriolino multicolore e lo mette da parte.
Ho il terrore delle cose pesanti, mi seguite?

Ecco per me De Luca, è proprio quel cetriolino.

Magari tornerò ad affrontarlo in un altro periodo, magari in fase pre-ciclo mestruale.
Quella fase in cui i miei ormoni sono più propensi a subire forti sussulti anche con piccoli e impercettibili urti.

Il contrario di Uno?
ZERO.

giovedì 3 ottobre 2013

RECENSIONE Senza Candeggio n38 "CINQUANTA SFUMATURE DI GRIGIO" E.L.James







Titolo: “Cinquanta Sfumature di Grigio”
Autore: E.L.James
Edito: Mondadori
Numero pagine: 548
Mese: Settembre
Motivo che mi ha spinto alla lettura: autoflagellazione.

RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Sempre per quel discorso là che vi dicevo nella recensione scorsa, sempre per puro masochismo, sempre per capire com’è che certi libri passano nella mani e sulla bocca di tutti, sempre perché i libri non è giusto denigrarli senza prima averli letti, eccoci qua, come direbbero quelli “a guardare la nuvole su un tappeto di fragole”.

A parlare di un’autrice che io credo avrà visto almeno tremilacinquecentotrentadue volte “Pretty Woman”, la quale non manca di regalarci immagini che risvegliano nella nostra memoria quel film come ad esempio il passaggio dal sonno alla veglia della protagonista dopo la prima notte passata nella suite del personaggio principale maschile. Una maniaca del dettaglio, che non vuole trascurare di raccontarci nulla, compreso il rituale dello sfilamento del tampax dalla vagina prima di uno dei loro tanti rapporti sessuale.

Amici, sedetevi comodi, è arrivato il momento di parlare di Cinquanta Sfumature di Grigio, primo capitolo della trilogia che ha fatto sbrodolare tutte le frigide di mezzo mondo.

La storia, ruota intorno a due figure: Anastasia Steel e Christian Grey.
S’incontrano per caso, regalo del destino, lei è la classica pora pitoca, genere racchia ma con fascino acerbo pronto a scoppiare da un momento all’altro, super secchiona, costretta a lavorare in una ferramenta per mantenersi gli studi.
Lui, un giovane imprenditore miliardario, capelli biondi, occhi grigi, fisico palestrato, peli pervenuti nel culo = 0.
Prima si odiano e poi si amano, sai la gente è strana.
Poi torneremo a riprendere le fila della storia, prima però andiamo a conoscerli meglio.

ANASTASIA: per gli intimi ANA.
Tutti la vogliono ma a nessuno si concede, questo per via del fatto che non sta cercando un uomo ma “il suo eroe letterario”. Traetene la conclusione che più vi fa comodo, intendo dire se per voi Ana ha più problemi di ormoni o di testa.
Fatto sta che solo alla veneranda età di 21 anni, sente pulsare in lei la voglia di essere baciata da qualcuno. Questo ovviamente dopo essersi ubriacata per la prima volta, e aver vomitato sulle scarpe del fortunato che è riuscito ad accalappiarsi la fresca verginella in questione. Quest’uomo inutile a dirsi è proprio Mr Grey, detto “el griso” per gli amici della bassa. Poi arriveremo a parlare anche di lui.
Si baciano per la prima volta in ascensore (luogo improbabilissimo eh, sa’ mai visto e sentito che la gente prima o poi nella vita finisce a limonare duro negli ascensori) e in quel fatidico momento, Ana, sente “la sua dea interiore agitarsi dentro a ritmo di una samba trionfale”.
E’ bene voi sappiate che ad Ana, la “chioma postcoito” non le si addice molto, che quando gode mugola, che in mezzo alle gambe ha “una potente centrale atomica”, e che discorre spesso e volentieri con una vocina che vive dentro di lei. Ana, come già detto, chiama questa vocina “La mia Dea Interiore”, la Dea Interiore invece, chiama Ana “Puttana” (e qui voglio complimentarmi con la traduttrice italiana del romanzo, perché tra l’altro, fa pure rima. Siamo circondati da geniacci.)
Ana viene investita spesso e volentieri dall’immagine di Icaro che vola troppo vicino al sole, è continuamente  presa dall’impulso di accarezzare i peli del petto di lui, inoltre, è convinta che le canzoni di Britney Spears abbiano un ritmo tecno.
Per concludere, direi che è l’unica donna al mondo che assume la pillola anticoncezionale e ha sempre intorno un voglione da panico.

CHRISTIAN GREY: per gli intimi CHRISTIAN GREY.
E’ un imprenditore, non fatevi tradire dal cognome, non è quello dei fogli acchiappa colore.
Ha a che fare con le telecomunicazioni, e tra i pugni tiene stretto un progetto modesto e totalmente fattibile: eliminare la fame nel mondo.
Ha i capelli “biondo scuro scarmigliati”, gli occhi grigi, adottato. E’ io credo il classico esempio di quel genere di genitori che se ne escono dicendo frasi tipo“non so ancora come chiamarlo, deciderò quando lo vedrò in faccia”. Grey, Grigio, gli occhi grigi, insomma, quella roba lì.
Lui, “non fa l’amore, lui fotte”, e quando fotte, grugnisce.
(Ora, se Ana nel colmo dell’ eccitazione mugola e mr Grey grugnisce, io direi che non la vol andar mal.)
E’ un maniaco del sesso schiavista. Questo dovuto a un trauma, che le tragedie piacciono sempre e non devono mancare in un romanzo rosa che si rispetti.
In buona sostanza, quando aveva 15 anni, per 6 lunghi calendari, è stato il toy boy dell’amica di sua madre. Prenderlo a frustate e poi montarlo era la sua specialità.
Al contrario di Ana, a lui la “chioma post coito” dona parecchio.
E’ “La quintessenza della bellezza mozzafiato. Un vero maschio Alfa, con dentro 50 sfumature di tenebra.”
Quando dice Anastasia, “la sua lingua accarezza quel nome” e in quel mentre ad Ana sembra di “stare su placche tettoniche in movimento.”
Ha uno sguardo torbido (questo me lo ricordo bene perché la James non smette di scriverlo nelle sue pagine) Non so se è un complimento, a me la parola “torbido” fa venire in mente qualcosa di melmoso, ma vedendo il contesto in cui quest’aggettivo viene inserito, credo sia un altro dei tanti punti a suo favore.
Il David di Michelangelo è un peto in confronto a lui.
Una bestia da monta che però quando dorme “lo fa come un bambino piccolo.”


Molto bene, ora che abbiamo messo a fuoco i personaggi, possiamo venire alla trama.
Anastasia deve fare un’intervista a Mr Grey, per il giornale della scuola. Dovrebbe farla la sua amica ma proprio quel giorno ha 42 di febbre e sta come d’autunno sugli alberi le foglie, quindi la sostituisce.
Entra nello studio dell’imprenditore, amore a prima vista.
Lui si rivela essere il re degli stalker, la rintraccia, lei gli vomita sulle scarpe, la porta nel suo albergo e lì (ed è la prima volta per entrambi) “fanno l’amore alla vaniglia”.
Poi lui gli dice che c’ha la fissazione di flagellare le donne e dopo penetrarle col suo sesso, la porta nella sua stanza delle torture,  le mostra un contratto da firmare in cui lei accetta di diventare la sua sottomessa, avendo il buon senso di non darla a nessun altro fuorché a lui. Firmarlo non serve perché lei è porca dentro e nelle manie di lui ci sguazza come una nutria in un fosso. Questo fino al momento in cui lui non decide di colpirla sette volte sulle natiche con un flagellatore.
Questo è il momento della rivelazione del romanzo.
Ana passa mesi a farsi sculacciare, bendare, incatenare, frustare e quant’altro ma capisce che Mr Grey no el ga tute le fasete al cuerto solo quando arriva a riempirla di mazzate.
Qui si chiude la storia.
Ana lo lascia, Mr Grey sta di merda.
Per sapere come andrà avanti la loro relazione, bisogna correre in libreria a prendere il secondo capitolo.
Io preferisco fermarmi qui, davanti a un finale aperto, e all’oggettivo dato di fatto che questa storia d’amore finisce come tutte le storie d’amore dei comuni mortali.
Il finale è che volente o dolente, uno dei due prende la porta, e all’altro brucia il culo da matti.

Gli Harmony sono sul mercato da oltre 50 anni, tuttavia, non sono a conoscenza di nessuna scrittrice che abbiamo avuto tanta fama e fortuna come la James.
A cosa è dovuto quindi questo successo editoriale?
Credo la risposta sia rinchiusa in un saggio proverbio veronese che dice:

“Le done, iè come i copi: pissa una, pissa tute.”

Che tradotto in italiano dovrebbe suonare una cosa tipo:

“Quando una donna deve andare alla toilette, sembra impossibile ma tutte le altre la seguono.
Come quando la pioggia decide di scendere dalle tegole dei tetti.”

domenica 29 settembre 2013

RECENSIONE Senza Candeggio n37 "ACCIAIO", Silvia Avallone




Titolo: “Acciaio”
Autore: Silvia Avallone
Edito: Rizzoli
Numero pagine: 360
Mese: Settembre
Motivo che mi ha spinto alla lettura: obiettivi masochisti.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Così, giusto per dare un ordine al blog, decido di dedicare il mese di Settembre, a titoli di libri che hanno avuto grande successo sulla bocca di tutti.
Ho deciso di farlo perché credo non sia giusto denigrarli così, per partito preso, senza prima averli letti.
Ora, visto e considerato che la mole è considerevole, visto e considerato che della gente spesso non mi fido, visto e considerato che nutro una sorta di bene nei confronti di me stessa, non escludendo l’ipotesi che può essere magari domani attraverso la strada e un tir cingolato carico di ghisa può investirmi facendomi passare a migliore -o forse peggior- vita, ho deciso di fare una scrematura.

Quindi, dal momento che in un mese ho visto riesco a leggere 2 romanzi e una raccolta di racconti, ne ho scelti tre a caso.
O meglio, mi sono fatta prestare i titoli in questione da persone che ho deciso lascerò anonime per una questione di sensibilità. La mia, sia ben inteso.

Comincio con Acciaio, della Silvia Avallone.
Ricordo d’aver visto una sua intervista alle Invasioni Barbariche, il programma della Bignardi.
E la Daria, ce ne ha fatto su un ricamo di quelli che vi raccomando.
Una scrittrice giovane e promettente, diceva, che farà strada, aggiungeva.
Con tutto che a me la Bignardi sta quasi simpatica come tutte le stronze di questo pianeta.
Con tutto che a me piace come la Bignardi riesce a mettere in difficoltà i suoi ospiti, con tutto che di lei mi fidavo, vorrei togliere ogni dubbio al lettore e dire che no, non me l’ha prestato la Bignardi Daria, questo libro, ma un’altra.

Sono partita dunque con grandi aspettative nei riguardi della Avy, ma già subito dalla prima pagina, dove c’è stampata la dedica, mi si sono piegate le ginocchia.
Io delle dediche ho la mania.
Voglio dire, quelle poche righe che gli autori fanno stampare all’inizio, lì alla prima pagina, per me sono importanti quanto la scelta del titolo, rappresentano lo scrittore, dal mio punto di vista, quello di una che non capisce un niente.
Ora, dovesse essere che una botta di fortuna mi permetta di pubblicare qualcosa di mio, ad esempio, non scriverei mai una frase da pigna in culo tipo:
“A Eleonora, Erica, Alba le mie migliori amiche.”
Non lo farei mai.
E vi dico anche il perché: parole del genere farebbero di me una frigida 30enne, ferma col cervello ai tempi dell’astuccio imbrattato di sigle tipo TVUCDB scritte con l’Uniposca.

Ma la Avy è tenace, dura a morire, non si accontenta di piegarti le ginocchia con la dedica, no, infierisce dandoti un’ulteriore mazzata sul collo col titolo del primo capitolo.

Il titolo del primo capitolo è AMICHE DEL CUORE.
Dovreste vedere come ho tappezzato il resto dello spazio lasciato intorno al titolo.
Tornate a immaginarvi l’astuccio di cui vi parlavo sopra.

Quindi, vuoi un po’ perché siamo partiti male, vuoi un po’ perché ho cominciato a imbattermi nella lettura, la prima domanda che mi sono fatta è stata: ma la Avy (e il suo correttore di bozze) le elementari le hanno finite o come mia nonna si sono fermati alla terza?

Ora io, per fare in fretta, potrei prestarvi il libro, quello che è caduto sotto la mia matita. Voi potreste sfogliare le pagine, e cercarvi tutti i punti interrogativi che ho segnato lungo il tragitto.
Sono tantissimi.
Ma dal momento che mi rendo conto fisicamente sarebbe un ardua impresa, vi riporto alcuni passaggi, e sottolineo la parola alcuni, perché voi io ve lo giuro, non potete immaginare quanti siano.
Per fare ancora più presto, ve ne riporto il meno possibile, che si sa, le disgrazie non piacciono a nessuno.

· Quello era il paradiso. L’unico veramente vero. (veramente vero forever.)
· L’amore dentro la cabina buia. Senza ragionarci, senza preservativo, e chi restava incinta e lui se la teneva, aveva vinto. (tengo precisare che ho riportato il periodo papale – papale se qualcuno me lo spiega mi fa un piacere)
· Sono indifferenziate, sono nude (ma che è? Immondizia?)
· Perché non siamo uguali? Siamo diverse, però siamo uguali. (bah.)
· Aveva uno sguardo sperso. (An o capio.)

Oh no dai, davvero, basta. Se volete il libro ve lo presto, davvero, veramente vero, ve lo presto e vediamo se la vediamo uguale però indifferenziatamente , perché so che non siamo uguali, che siamo diversi però uguali. Non guardatemi con lo sguardo sperso, vi prego- preghissimo.

Un mio amico direbbe Che miserie. Lo cito, così, per uscire dal tunnel.
Ora, appurato il fatto che su certe cose proprio non ghe semo, veniamo alla trama.

Non manca niente: zoccole e tamarri, disgrazie, soprusi e tragedie famigliari.
 Motorini truccati, macchine modificate con alettoni stile Batman, stereo a palla e gomiti fuori dai finestrini sulle note della musica house.
 La disabile ottimista in pace col mondo, la sfigata, le racchie, le mega fighe.
 I bulli a petto nudo coi ray-ban sugli occhi e  le catene d’acciaio al collo, i jeans mezzi sbottonati con l’orlo degli slip bene in vista, fighetti che lanciano sguardi feroci e gratuiti ai passanti della serie “tu non sai chi sono” e a cui le morose durano come i gatti sull’Aurelia.
Adolescenti vissuti che dicono frasi tipo “la vita mi devasta, non rompermi i coglioni levati di culo, questa è una storia davvero pesa, fly down capo”
Ragazze che sfilano tra i tavolini del bar succhiando il Calippo come porno star affermate.
C’è l’amore lesbo, e ragazzine che scrivono sui propri diari -con l’indelebile nero e la scolorina- frasi colme di punti di sospensione, scambiando i puntini sulle i con dei cuori.
Fidanzati che infilano le mani l’uno nella tasca dei jeans dell’altra e passeggiano “facendo le vasche in centro”, uscendo con frasi tipo “oh bimbi, c’ho uno sbrano!” dopo aver fumato una canna.
Che assecondano la loro fame chimica, andando a mangiare il gelato al TOPONE, chiamandolo proprio come un grosso ratto e non TOP-ONE in inglese, come l’insegna del negozio suggerisce.
Ragazze che aspirano a diventare veline di Striscia la notizia, che scatenano risse, tirandosi i capelli e dicendosi “bimba stai calmina, chi ti caca” o sfoggiano un lessico fatto di innumerevoli “cioè, praticamente”.

Qui mi fermo, sempre per quel fatto là che dicevo, che le disgrazie non piacciono a nessuno.

Mi rendo conto che questo elenco fa apparire l’intero romanzo fortemente ironico, ma ormai mi conoscete, e sapete che vuole essere esattamente il contrario.
C’è pure una storia dietro tutto questo, e la possiamo descrivere in poche righe.
Due ragazze sono amiche per la pelle, il loro sogno è andare sull’isola d’Elba, per tutto il tempo questo viaggio ci pare tutto tranne che possibile.
Poi le ragazze litigano e non sono più migliori amiche.
Dopo fanno la pace, la mamma di una le da 5 mila lire e dice “tenete ragazze, questi vi basteranno.” Le ragazze vanno al porto, prendono prima due biglietti, poi il resto, poi il traghetto, e tempo due minuti raggiungono l’isola.

Ciliegina sulla torta, il finale.
Nome e cognome della scrittrice, luogo e data della fine della stesura del romanzo.


mercoledì 18 settembre 2013

RECENSIONE Senza Candeggio n36: "Storie di Ordinaria Follia", C.Bukowski


Titolo: “Storie di Ordinaria Follia –erezioni eiaculazioni esibizioni”
Autore: Charles Bukowski
Edito: Universale Economica Feltrinelli
Numero pagine: 340
Mese: Agosto
Motivo che mi ha spinto alla lettura: una litigata col moroso.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Una litigata col moroso, è corretto.
Non scenderò nei dettagli, questa è una storia che resterà tra me e i più intimi dei miei amici.
Fatto sta, che mio moroso, insomma, diciamo che mi ha fatto questo regalo, insieme a molti altri, quel giorno.

E poi siamo qui a parlare di libri, no?  Eccoci qua, pronti.

I lettori più attenti e fedeli del mio blog, ricorderanno la passata recensione, fatta a Compagno di Sbronze. (Recensione senza Candeggio n 7 ).
Pure in quell’occasione vi ho parlato di questo libro, ricordate? La bibliotecaria col tic dei capelli?
Ecco, a distanza di anni l’ho riletto, con l’occhio un po’ meno furbetto, è chiaro, di quando ero una ragazzetta. L’occhio di chi è abituato a stare in mezzo alle zozzerie, che si scandalizza con un po’ meno facilità.
Ammetto che ai tempi, Storie di Ordinaria Follia, mi aveva più scossa, forse perché i misteri del sesso non li conoscevo ancora, forse perché gli anni 90 sono stati gli anni del Postalmarket, dove due minne strette in un reggiseno di pizzo bianco e una mutanda ascellare, erano il massimo del facile e reperibile erotismo che l’editoria proponeva, forse perché venivo da una cultura pudica, scandita dalla voce del Piccolo Principe e compagnia briscola.
Questo ricordavo dai tempi in cui avevo lasciato in sospeso Storie di Ordinaria Follia.
L’impatto.

Ma ora da grande, dopo una seconda lettura, ho preso coscienza del fatto che Buk, va ben oltre.
Che i veri racconti, raccolti in questo libro e capaci di farti bagnare le mutande, sono ben altri.
Io sul podio ad esempio ci metto

· Una Calibro 9 per Pagare l’affitto
· Appunti sulla Peste
· Un Brutto Viaggio

Ora, da grande, ora, che la passione per la scrittura sono sicura cosa significa, ora, non vedo Storie di Ordinaria Follia come un elettrizzante saggio sull’erotismo.

Ora, immagino Bukowski, che gli amici –sì insomma, la gente che conosce- non lo invitano da nessuna parte perché Charles, a uscire con Charles, facile che si vanno a fare delle gran figure di merda, ciò nonostante, gli amici –sì insomma, la gente che lo conosce- gli gran lecca il culo.

E io me lo immagino, lì che se la ride mentre ciuccia un bicchiere di vino o si scola una latta di birra, in  mutande, davanti alla sua macchina da scrivere, me lo immagino che ogni tanto prende, si sposta dalla scrivania, e va a vomitare nel cestino della carta. Liquido per lo più. E allora, noi che tutti conosciamo lo sforzo del vomito liquido, lo possiamo vedere lì, Charles mica il liquido, che torna alla sua scrivania, coi suoi occhi lucidi, battere un’ultima frase che resterà incompleta e dimenticata agli occhi del nuovo giorno, tanto è più forte l’impulso di lanciarsi a collassare sul materasso.

Me lo immagino con Hemingway, a parlare delle loro fobie, con le tende tirate per la paura di essere spiati dalla CIA, parlare sotto voce, per non essere intercettati dall’FBI.
Per poi finire a discutere animatamente, prendersi a pugni e poi fare pace con un bicchiere, alla loro salute e a tutti gli stronzi che consumano ossigeno in tutto l’universo mondo.
E farsi prendere dall’enfasi, per non perdere un secondo di quanto è appena successo, immortalare il tutto.
Hem battendo ogni parola in piedi, Buk stracciando e riscrivendo fogli su fogli.
E passato l’entusiasmo, tornare ai loro bicchieri, discorrendo di ippodromi e arene.

Me lo immagino circondato da gente che reputa utile e inutile al contempo, che trova utile per scrivere ma inutile da vivere.
Me lo immagino, raccattare mozziconi di cicche dal posacenere, da sotto il letto, da sopra il lavandino, scovarle, accenderle, infilarle tra i denti di una forchetta per non bruciarsi le dita, e me lo immagino, nei periodi  in cui le vacche sono grasse, col suo sigaro, mentre il fumo si confonde con il riverbero della lampada da tavolo, e la brace che scende a bucargli i calzoni. A prendersela con Dio per questo e molto altro, prendersela con lui a piacimento, lodandolo quando la sorte gli sorride e insultarlo quando il destino gli è avverso.
A lavorare di notte, a dormire di giorno, facendo dello scrivere il suo unico lavoro,

E ci appare scorretto, grottesco, e ci fa restare col fiato corto, con la sua bocca sporca di parole e il cervello intasato d’immagini ludre. Con la sua mano pesante che ci lascia, alla fine di ogni racconto davanti al compiuto e incontestabile dato di fatto che la sua penna è frutto di grande finezza, intelligenza e sagacia.

Lo leggi e tu sei lì, tra gli straccioni ubriachi che ostentano coraggio, che narrano e non narrano avventure,  mascherati dietro al loro  sudore acido, ai denti gialli, e al filo di saliva consistente che resta teso come una corda messa giusto lì, per unire il labbro superiore a quello inferiore.
Sei lì, tra le donne con le tette e i culi grossi e la patonza pelosa, che parlano d’amore.
Sei lì, in mezzo alla nebbia dello smog della California, una cappa pesante che resta però sempre fuori dalla finestra di una sudicia stanza in affitto a ore, che prima di te, e che a sua volta, ha conosciuto come unici visitatori cimici, zecche e scarafaggi.

Lo sporco che alza lo sporco, questo è.
E non è una questione di pessimismo, di disfattismo, di cinismo, ma di oggettività.
Quando parliamo di Bukowski, non parliamo solo di sesso, di alcol, di solitudine, della società che ci circonda.
Parliamo di un occhio attento che usa come mezzo la semplicità e la bassezza, per arrivare a toccare i pezzi di un domino fatto di falsità e incertezze, capace di crollare solo davanti all’altezza del suo avido pulsare sui tasti di un’arrugginita macchina da scrivere.