sabato 25 gennaio 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n47 "ORGOGLIO e PREGIUDIZIO" J.Austen



Titolo: “Orgoglio e Pregiudizio”
Autore: Jane Austen
Edito: Giunti Demetra collana Acquarelli
Numero pagine:397
Mese: Dicembre 2013
Motivo che mi ha spinto alla lettura: l’amour.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà

Avevo già provato in passato ad affrontarlo, l’Orgoglio e il Pregiudizio,
Posso dirvi di preciso il mese e l’anno perché ogni volta che comincio un libro, mi segno la data in prima pagina.
Era l’Agosto del 2012.
Sempre a titolo di cronaca, in fianco alla data ho fatto una freccia, e accanto alla freccia, ho scritto testuali parole “Non ghè verso.”
Che i veneti magari capiscono cosa vuol dire, ma per quelli che veneti non sono, potrei tradurlo così: “ho provato a leggerlo più volte ma poi ho abbandonato l’impresa.”

Questo per una serie di motivi ma per due in particolare.
Il primo, perché ero senza l’amore, il secondo perché mi sentivo confusa.
Due motivazioni che all’apparenza possono andare a braccetto ma in realtà sono due cose ben distinte.

Amare non amavo nessuno, nell’Agosto del 2012 ci avevo l’acidità di stomaco e non mi sentivo propensa alle romanticherie, per cui non riuscivo a sentirmi totalmente coinvolta.
Il disincanto delle volte gioca brutti scherzi.
Tipo non ti lascia libero di leggere quello che vuoi.

La confusione invece, me l’ha fatta la Austen.
E me l’ha fatta già dalle prime pagine, per cui mi ha scoraggiata in partenza.
Poi mi spiegherò meglio altrimenti la mia amica Monica –a buon ragione- mi dice che quando legge le mie recensioni si capisce mai bene quello che penso.

Insomma, a farla corta e breve, succede che nel Dicembre del 2013 il mio ragazzo (che sempre a essere precisi l’ho conosciuto dopo dell’Agosto 2012) decide di farmi passare un fine settimana tipo principessa Sissi, e al mio ritorno a casa sentivo ancora il peso del gonnellone addosso, l’acconciatura coi bigodini, e il corpetto che mi strizzava il sangue e mi son detta “Perché no? Fatto 30 faccio 31 adesso mi leggo Orgoglio e Pregiudizio.”

E così ho fatto.
Mi sono fermata prima in pasticceria a comprare delle madeleine, ho buttato il decotto di bergamotto nel pignattino con l’ acqua calda, ho liberato la coperta di lana dalla naftalina, e ho dato il via alle danze.
Immagino fuori piovesse.
Lo dico così, anche non fosse vero, per completare il quadro.

Ritengo a questo punto indispensabile smettere di parlare della mia vita privata e andare oltre allegando uno schema.
Lo faccio per chiunque voglia avventurarsi in questa lettura.
Lo faccio per evitare anche a voi la confusione in cui io stessa mi sono ritrovata in passato (la stessa confusione di cui vi parlavo qualche riga fa).
Lo faccio perché caspiterina le prime 109 pagine di questa edizione sono pregne di nomi e credo sia facile andare in tilt.

Allora, la famiglia PROTAGONISTA è la famiglia
BENNET.
Il signore e la signora Bennet sono i genitori.
Terrei precisare che il ruolo del padre è quello d’assistere a continue discussioni su cosa sarà della sua eredità una volta morto.
I Bennet hanno 5 FIGLIE.

1-ELIZABETH (detta LIZZY) è il personaggio principale dell’intero romanzo. La cocca del padre.
2- JANE è la figa della nidiata, e ha un rapporto simbiotico con la prima.

3- LYDIA                      Queste tre possiamo raggrupparle.
4- MARY                      Le fa mucio ma no le serve a un casso. Sono tipo
5- CATHERINE            le sorellastre di Cenerentola, ma più insulse e saughe.

CHARLES BINGLEY è il nuovo vicino dei BENNET, ricco da far schifo, figo, e modo.
Ha un cognato. Si chiama signor HURST.
E delle sorelle, due mi pare, una si chiama CHARLOTTE e farà dei gran casini.
Il signor Bingley inoltre ha un amico. Si chiama signor
DARCY che è più figo del Bing, el ga ancora più schei, ma l’è (a pregiudizio) el mal cagà della situazione.

I LONG sono una famiglia, non occorre ve li ricordiate tanto scompaiono subito dalla storia.
Occorre ricordiate però i
LUCAS amici dei BENNET che hanno una figlia di nome CHARLOTTE, amica intima di LIZZY dovete rammentarla  perché poi si sposerà col signor
COLLINS.
Il signor COLLINS –che io sappia- non è mio parente, ma è il cugino delle sorelle BENNET.
La sua protettrice si chiama LADY CATHERINE, per gli amici “pigna in culo”, e ha una figlia, la signorina BOURGH, promessa sposa sin dalla tenera età del signor BINGLEY.

I PHILIPS sono gli zii delle sorelle BENNET, non imparentati col Collins, però. Importante tenere a mente un altro parentado i GARDINER capitanati dalla parte femminile della coppia.

Compaiono inoltre due ufficiali.
Il signor DENNY e il suo amico forestiero, il signor WICKMAN.
Ricordate Wickman che c’entra anche lui col discorso del pregiudizio.



Questo mi pare è quanto.
Per quel che riguarda il romanzo, posso dire che sulle prime, mi sono ritrovata spiazzata.
Non lo so, tutta questa educazione mi destabilizzava.
Sembra che tutti i personaggi si facciano lo scrupolo di mandarsi a cagare anche quando sarebbe il caso di farlo.
Abituata a vivere nel mondo in cui mi sono trovata, ero sempre lì pronta ad aspettare che qualcuno prima o poi tirasse un sonoro rutto, o un vaffanculo di cuore ma non è mai successo,
Un po’ c’è d’ammetterlo ci sono rimasta male ma poi ho messo da parte l’orgoglio, ho chiuso le gambe come le signorine e col mignolo alzato, ho continuato a sfogliare le pagine.
E ancora una volta metto da parte l’orgoglio dicendo che cavoli, passata la confusione e depositate le armi, mi sono trovata di fronte a una storia davvero coinvolgente.
Ora forse è vero, continuo a chiedermi che fretta avessero a sposarsi, la gente.
Voglio dire, nel 1800 succedeva così.
Due si innamoravano e tempo un niente erano già marito e moglie.
Fortuna i tempi sono cambiati perché a ben pensarci è un rischio, no?
Che ne so.
Decidi di passare la tua vita con tizio.
Lo decidi così, senza averlo prima conosciuto veramente a fondo.
E poi magari finisce che ti ritrovi a dividere lo stesso tetto con uno che metticaso soffre di flautolenza, o mangia con la bocca aperta, o si lava una volta la settimana, o ha la mania di toccarsi il pacco, robe così insomma.

Una storia d’amore che più d’amore non si può, che scorre come su una macchia d’olio e volentieri, ti tiene compagnia,

Per concludere vorrei mettere da parte i miei pregiudizi riguardo gli happy end.
Perché la Austen se la cava alla grande a portare il tutto a buon fine.
Costruisce l’ultimo capitolo in modo piacevole, e sebbene noi tutti sappiamo che la merda resta merda se un sogno è speranza, lei ci regala l’illusione che si può mica  vivere eternamente in un letamaio.









giovedì 23 gennaio 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n46 "TUTTI i RACCONTI" F.Kafka



Titolo: “Tutti i Racconti”
Autore: Franz Kafka
Edito: Grandi tascabili economici Newton
Numero pagine:358
Mese: Novembre-Dicembre 2013 Gennaio 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: il mio prof di scrittura creativa me ne ha fatto una testa tanta.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.
Il peggior sforzo che si possa richiedere alla mente di una persona, è quello di cercare simbolismi tra le righe.

Che dire di Kafka?
Mi sa da tipo che ama essere lasciato solo con la propria risata.
E poi mi sa anche da uno che vive barricato in casa, con le serrande abbassate e mille flaconi di alcol etilico a uso disinfetto – qualsiasi – cosa - tocco.
E resta al buio, le più volte. Per scelta.
E a volte si rosicchia le unghie dei piedi fino a farli sanguinare.
Quando ovviamente non è convinto che un esercito di formiche si stia intrufolando in ogni singolo poro della sua pelle e prende a pizzicarsi l'epidermide fino a farsi uscire i bubboni.
E dopo quando sopra i bubboni gli ci si fanno le crosticine, le stacca una a una e le conserva in un barattolo poggiato su di una mensola impolverata, posizionata immediatamente sopra allo stelo secco di quello che prima era un rigoglioso ficus benjamino.
E a volte anche esce, ma quando lo fa, diventa uno di quelli che mentre camminano si voltano di continuo convinto che qualcuno lo stia seguendo.
Credo pisciasse in piedi. Non è uno di quelli che si siede sul water per urinare. Nemmeno a casa sua. E mica perché la tazza ormai è gialla, ma perché pisciare da seduti non è una filosofia che gli appartiene. Tutto lì.
E dopo mi sa da uno che gioca a fare le ombre cinesi sulle parete.
Parte prima serio.
Stendi gli palmi delle mani, incrocia gli pollici e fa l’aquila.
Dopo poggia il gomito destro sulla mano sinistra, piega il polso della mano destra, unisce le 4 dita al pollice e fa lo struzzo.
Dopo alla fine si annoia, mette la lampada dietro alle orecchie e proietta sul muro la sagoma di Dumbo.
Lo fa così, giusto per ridere, poi torna a staccarsi le crosticine dai bubboni.
Sovente si scaccola, ma chi non lo fa?

E tutto questo traspare nella sua scrittura.
Nelle sue parole c’è lo sconforto, la rassegnazione di far parte di un mondo immutabile, il tormento di dover convivere con ciò che da sempre non è mai cambiato, l’assoluta certezza di dover vivere in un posto marcio, dove i sognatori trovano respiro solamente in ciò che la realtà trasforma in grottesco, le sue pagine pullulano di false sicurezze che portano a tutto fuorché alla leggerezza.
Un umorismo nero che entra a far parte di te non da subito ma via-via che riesci a toccare le corde del suo stile.
Leggi Kafka e vieni travolto dalla stessa inquietudine che poteva prendere un malato di febbre nel 1800.
E riesci quasi a convincerti che l’esistenza sia solo un peso.

Mi sono ritrovata ad appassionarmi, davanti ad alcune sue storie ma al contempo, a cominciarne altre e a lasciarle indietro, forse più che per noia, per colpa della scarsa curiosità nei loro confronti.
A volte manca di vivacità.
Non è una battuta.
Vivacità intesa come ritmo, che sono convinta possa esistere anche nel buio più scuro.

Chissà se Franz Kafka avesse conosciuto Tonino Guerra, di cosa avrebbero parlato.

Ho chiuso il libro, e ho sentito dentro una gran voglia di leggere “Le Avventure di Tom Sawyer.”



domenica 5 gennaio 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n45 "DUE PINTE di BIRRA" R.Doyle


Titolo: “Due Pinte di Birra”
Autore: Roody Doyle
Edito: Guanda
Numero pagine: 153
Mese: Dicembre
Motivo che mi ha spinto alla lettura: l’entusiasmo della critica


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Capita mai a voi?
Di farvi abbindolare dai pareri positivi di qualche critico di un qualsivoglia giornale importante e poi, grazie a questi, comprare il libro in questione?
O di trovarvi in libreria a farvi incantare dall’offerta “acquista 3 Guanda, il 4 te lo regaliamo noi?”

Io in entrambi i casi ci sono cascata con entrambi i piedi.
Per questo, ho preso Due Pinte di Birra.
Non sto parlando di un litro di luppolo, no, per quello non mi servono specchietti, per prendere quello mi affido al mio buon gusto e al mio istinto.

Due Pinte di Birra è il titolo di questo libro definito da The Indipendent “Un autentico genio della comicità” e da Telegraph “Un libro spassoso e provocatorio”.
L’ha scritto Roody Doyle, autore di “Paddy Clarcke ah ah ah!”

Lui è irlandese.
Anche il fatto venisse da una terra che amo con tutta me stessa, mi ha spinto a comprarlo.
Gli irlandesi sono fantastici, se in Irlanda non ci siete ancora stati dovete andarci.

Eh, pure la copertina è bella.
Io anche volentieri mi lascio conquistare dalle illustrazioni.

Lo dico per orgoglio, solitamente una sfogliata a quello che prima devo comprare, la do.
Ma quel giorno lì fatalità nella libreria avevo intravisto una che non mi stava tanto a genio e per godere della promozione –visto e considerato che i miei tre libri li avevo scelti- ho preso quello che più a pelle mi attizzava e via sono corsa alla cassa.
A volte le librerie non sono mai abbastanza grandi e nascondersi dalle persone diventa difficile.
La tizia non credo mi abbia vista, non mi ha salutata e in ogni caso per quel poco che ci siamo conosciute credo l’abbia capito che sono acida nell’animo, quindi magari vista  mi ha vista solo che lei non si fa tante pippe mentali come me, e se n’è fregata se in quel momento le rubavo l’ossigeno.
Chiaro, quel poco di ossigeno che mi ha concesso per bontà d’animo di respirare.

Ma non siamo qui a parlare della mia sociopatia.

E’ particolare, questo libro.
Particolare nella struttura, intendo.
Non siamo davanti a un romanzo e nemmeno a una raccolta di racconti.
Ma ad uno scambio di dialoghi.
Ogni pagina è caratterizzata da un continuo apri e chiudi di virgolette.
Botta e risposta tra due amici che con una certa costanza, decidono di trovarsi in un pub davanti a una birra e a parlare con cinismo di cronaca, politica, gossip e del nipote di uno dei due –Damien- che è una sagoma mica da poco e via andare.

Non lo so.
Non mi ha convinta.
Ci vedo del potenziale in R.Doyle, ma qui non lo vedo sfruttato al massimo.
Proprio per questo, riguardo all’autore non voglio spingermi oltre.
In Due Pinte di Birra, nel complesso, ci sono delle uscite simpatiche di quelle tipo che ti fanno sollevare il labbro superiore. Come quando si finge di alzarlo con un filo immaginario.
Una lieve smorfia timida, non sufficiente a far dar aria ai denti.


domenica 15 dicembre 2013

RECENSIONE Senza Candeggio n 44 "IL PARADISO DEGLI ORCHI" D. Pennac

Come direbbe un mio amico "posa da raddrizzabanane"



Titolo: “Il Paradiso degli Orchi”
Autore: Daniel Pennac
Edito: Universale Economica Feltrinelli
Numero pagine: 202
Mese: Novembre
Motivo che mi ha spinto alla lettura: insegnante di lettere, primo anno.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Ohy madunina come mi piace riprendere in mano libri con su ancora il prezzo in lire.
Eh già, ho dato aria alla libreria, ragazzi.
Tutto per una cosa che è partita tra me, e un paio di amici.
Si parlava di scuola e letture.
E così, dal detto al fatto, mi è tornata alla mente la mia insegnante di lettere del primo anno.
Ci aveva la fissa, lei, di leggere i miei temi e poi lasciare i commenti a piè di pagina, assieme al voto.
Commenti che non scriverò, mica per falsa modestia ma perché non mi sembra il caso, tutto qui.
Va beh, assieme a tutte quelle belle parole, ogni volta, mi assegnava un libro da leggere.
Ora, io me ne ricordo due in particolare.
Uno è stato “Bar Sport” di Stefano Benni, l’altro –giust’ appunto- “Il paradiso degli Orchi” di Pennac.
“Leggili devi leggerli” mi diceva.
Solo di leggerli, poi potevo trarci le conclusioni che volevo.
Non mi chiedeva nemmeno un parere in merito.

Ora è arrivato il momento di pagare i miei debiti, credo.
Veniamo indi al dunque.

C’è da ammettere che la prima volta –quando ho preso questo libro che ero nel primo anno delle scuole superiori- dopo un po’ di pagine l’ho chiuso e riposto nell’armadio.
Non ero ancora nel periodo masochista, quello in cui mi ritrovo adesso, che per orgoglio se comincio un libro devo portarlo a termine.
Questa è la prova che invecchiando si peggiora.

Ovviamente, non c’è da precisare che questa volta mi sono fatta forza e sono arrivata alla pagina 202.
Clap-clap (pacca sulla spalla) “braaaava Silvia!”

Apro e m’imbatto nelle prime righe.
Non faccio in tempo ad amare il cinismo di Pennac che taaaaac, eccola: mi piomba addosso la pesantezza che contraddistingue lo scrittore medio francese.

La trama è tutto fuorché semplice da raccontare per cui faccio appello alla vostra fantasia con queste poche parole:
ci sono una serie di fratelli senza genitori, degli anziani, un cane epilettico, una giornalista, un grande magazzino, un ufficio reclami.
Poi succedono delle esplosioni a catena e c’è da capire chi è l’artefice.

Che a vedar no l’è nean mal.

Non sarebbe male se lo scrittore non poggiasse le sue descrizioni a una serie di parentesi ed elenchi. Gli elenchi sembrano affare da poco, ma vi assicuro che crearli non è affare da poco. Quando si leggono bisogna trovarsi davanti a una serie di emozioni e non davanti all’impressione di avere sotto mano una lista della spesa.

Ho come l’idea che Pennac creda gli aggettivi, i sostantivi, i verbi siano cose da sfigati.
E capisco che decide di non farne uso per dare al romanzo un ritmo poliziesco, ma non lo apprezzo.
E poi, poi Il protagonista si ritrova di spesso a parlare in prima persona plurale.
A me le persone che usano il plurale maiestatis i me-sta-su i cojoni.
Ragazzi.
Ragazzi, stiamo parlando di personaggi che mangiano “sedano in salsa remolata”.
La salsa remolata sembra una cosa morta di recente o non ancora viva, non trovate?
Quindi cosa dobbiamo aspettarci da gente così?

Tutto e niente.

Il finale devo ammettere mi è pure piaciuto, ma a mio avviso doveva fermarsi un po’ prima.
Proprio nel mentre che il protagonista si lancia contro l’ordigno esplosivo camuffato nelle sembianze di un King Kong giocattolo. Fine della storia e ognuno si porti a casa quel che vuole.

E’ strano, come alcuni scrittori aggiungono e tolgono parole quando non serve, non trovate?
E ancor più strano come influenzano  il tuo modo di scrivere dopo averli letti, non credete?


Ora non posso andare oltre, vi saluto lasciandovi il metodo di preparazione per una salsa remolata coi controfiocchi.




1- Prendi una terrina. Mettigli la salsa maionese, la mostarda bruna, un cucchiaio di capperi. Prendi un cucchiaio di cetrioli sott'aceto, tritali ed alla fine strizzali aiutandoti con un canovaccio, aggiungi anche mezzo cucchiaio di prezzemolo. Prendi un poco di cerfoglio, tritala ed aggiungi anche questa.

2- Per finire di preparare il composto trita anche un mazzetto di dragoncello ed aggiungi anche questo a tutto il resto che c'è già nella terrina. Metti anche un cucchiaio di acciuga e completa con un pizzico di sale ed anche di pepe. Poi inizia a mescolare il tutto per bene in modo da amalgamarsi assieme.
3- Continua a mescolare fino a quando non si sarà formato una salsa ben unita con tutti i componenti, dopodichè la puoi conservare in frigo fino al momento di usarla in una delle tante pietanze che la richiede od anche offrendola a persone che la gradiscono sui cibi. Vedrai che di certo non dispiacerà.




sabato 7 dicembre 2013

RECENSIONE Senza Candeggio n 43 "CORTINA DI FUMO", R.Sabbag



Titolo: “Cortina di Fumo”
Autore: Robert Sabbag
Edito: Edizioni Socrates
Numero pagine: 331
Mese: Ottobre/Novembre
Motivo che mi ha spinto alla lettura: ahimè, la copertina.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Immaginate la storia di un giovane aspirante regista vissuto ai tempi della Summer of love.
Un regista, che come tutti i più grandi registi del passato prima di lui (Ford, Truffaut, Orson Welles, Fellini, solo per citarne alcuni) decide di fare tutto quel che serve per avviare una carriera nel mondo del cinema: diventare un trafficante di marijuana.
Questo regista, che per la precisione si chiama Allen Long, è vissuto per davvero.
Quindi immaginate sì è vero una storia, ma tenete conto che ciò di cui stiamo parlando non è fantasia, bensì realtà.
Allen Long, giovane studente rampollo, ha un bisogno costante di fondi, per far nascere il proprio documentario, un documentario che parla del traffico di droga. I soldi non bastano mai. Così, quasi per sbaglio si ritrova a vivere prima da spettatore ma poi con tutti i due piedi, nel fantastico mondo della Ganja.
Cominciano i viaggi verso la Colombia, con una squadra e dei mezzi di trasporto a dir poco sgangherati.
Comincia a conoscere le persone giuste, e via a discorrere.
Poi si rende conto che coi soldi che riesce a recuperare con la droga, non solo ci si può fare un documentario, ma ci si può prendere un Harley, e che è incredibile quanta gnocca  riesce a rimediare un Harley e la storia, cambia registro.
La tipica giornata, diventa quella di chi è sulla vetta del mondo.
Uno si alza dal letto alle 3 del pomeriggio, e si muove ovunque ci sia una bella festa con la consapevolezza di aver fatto entrare nella cultura di quel tempo un’amabile sensazione di tranquillità e con la fierezza di essere parte responsabile nell’alimentarla.
Periodi altalenanti, in cui ci si abitua ad essere ricchi quando non si è più al verde.
E Long diventa come una sorta di rock star: aerei, droghe, feste, donne, leggerezza.
Anzi meglio di una rock star perché per vivere così, non deve nemmeno troppo sbattersi a girare il mondo.
E’ in California, e questo può bastare.
Nel giro di poco, Long passa da spacciatore a trafficante intermediario.
Un broker affarista senza più il gusto dell’avventura.
Questo stallo, provoca in Long una forte depressione tant’è che decide di abbandonare il giro perché capisce di essere un trafficante intrappolato in un corpo da spacciatore. Torna alle origini, torna in sud America a trattare coi colombiani, come all’inizio della sua carriera.
La prende nel culo dai suoi soci, decide di chiudere con il passato, riapre la porta e torna ad essere un gangster o qualcosa di simile.
La storia finisce che la prende nel culo su tutti i fronti.

Scrivere un libro basandosi su questa storia, avrebbe un ottimo potenziale.
Un ottimo potenziale che però a Cortina di Fumo, manca.

Ne esce certo uno stile ironico, fresco, ma allo stesso tempo troppo documentaristico, che non concede al libro il grip necessario per invogliarti a procedere velocemente nella lettura.
E’ tutto un parlare di chili di soldi - chili di droga, carica - scarica, di più - di più, tanto più che a tratti, pare di trovarsi di fronte all’inventario del reparto ortofrutta dell’Esselunga piuttosto che davanti a una storia bella e buona.

Ci sono più personaggi all’interno di queste pagine che nei Malavoglia ma sono tutti ben definiti, per questo non puoi confonderti.
Mi è piaciuto molto il modo di descriverli dell’autore. Ogni persona ha le proprie caratteristiche bizzarre e diverse, l’autore –c’è da dirlo- ha un modo particolare per delineare i tratti dei suoi protagonisti.
Ho trovato interessante anche l’epilogo in cui lo scrittore, come in un film, tiene farci sapere che fine han fatto tutti col passare del tempo esattamente da dove la storia per il lettore è finita.

Però, manca il grip.
E ‘mazza che fadiga è stata arrivar in fondo.







giovedì 28 novembre 2013

RECENSIONE Senza Candeggio n 42 "TROPPA FELICITà", A. Munro


Titolo: “Troppa Felicità”
Autore: Alice Munro
Edito: Einaudi
Numero pagine: 327
Mese: Ottobre
Motivo che mi ha spinto alla lettura: Il premio Nobèl


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Va’ che sono ignorante, eh.
Capirai che c’è di nuovo.
Mi chiedo quanti altri autori riempiono le librerie e io, non conosco.
Tanti, non riuscirò a vivere abbastanza per conoscerli tutti.
Poi ovvio, a volte perdo tempo e mi abbandono in fantasticherie, tipo mettermi alla prova e intrattenermi con titoli che so già dal principio mi faranno cagarissimo.
Come la volta che per sfidare me stessa ho letto le cinquanta sfumature, o De Luca, o Smettere di Fumare è facile se bla bla bla bla.
Tempo, perdo tempo, questo è il fatto.

Poi la Munro vince il nobèl per la letteratura.
Il 10 Ottobre del 2013.
L’anno in cui sto scrivendo.
Tra i candidati c’era pure Vecchioni, lo sapevate?
Vecchioni Roberto, il cantante.

Devo ammettere che prima di allora conoscevo Vecchioni ma non la Munro.
E devo aggiungere, che incuriosita dalla medaglia consegnata a questa fantastica canadese, mi sono precipitata nelle maggiori librerie della mia città.
Con vergogna, tengo far sapere che la risposta che ho avuto nella maggior parte di questi negozi è stata “per ora non abbiamo nulla, ma con la scusa che ha vinto il premio ora ci riforniremo.”

Cosa?
Mo’ portate pazienza.
Io sono una pettinatrice di pollami, mi sento in qualche modo giustificata se possiedo delle enormi lacune, ma caspita, una libreria che non ha in catalogo nessun libro della Munro?
Ma dove viviamo?

Adesso faccio come quelli della Settimana Enigmistica.
Lo sapevate che ?
Era il 1888 quando Alfred Nobel, l’inventore della dinamite, lesse sul giornale la notizia della sua morte. Quello che forse più lo colpì fu come venne annunciata: “E’ morto il mercante di morte”. In realtà chi era morto era suo fratello, ma la notizia gli provocò una certa apprensione circa il modo in cui sarebbe stato ricordato. Così, un po’ come gli Scrovegni riscattarono una vita da strozzini facendo costruire e affrescare da Giotto la famosa cappella, Alfred Nobel decise che voleva essere ricordato diversamente e inventò il Premio Nobel. Grazie alle sue precedenti 355 invenzioni, il chimico e ingegnere svedese aveva infatti accumulato una straordinaria fortuna.

Io non lo sapevo, ad esempio.
Adesso lo so.
Insomma, ordino un paio di libri della Munro, e torno la settimana poi.
I titoli li ho scelti seguendo i consigli di chi la Munro già la conosceva.
Prendo Nemico, Amico, Amante e Troppa Felicità.

E di Troppa felicità ora mi metto a parlare.
10 racconti.
Racconti da cui non sai mai cosa aspettarti.
Storie che cominciano in un modo, proseguono in un altro e si concludono in un’altra maniera ancora, tutto in un susseguirsi di sorprese, senza artificiali colpi di scena.


Vedete, questo blog, è nato soprattutto per un’esigenza personale.
Tra i grandi difetti che ho, uno è quello di non riuscire a ricordare a distanza di tempo ciò che ho letto.
Se ad esempio mi chiedete “hai letto tal libro?” posso rispondervi sì o no.
Ma il mio giudizio –prima del blog- si fermava a un semplice “mi è piaciuto” o “l’ho trovato debole” o “non m’è piaciuto affatto.”
Ora, nel momento in cui sento l’esigenza di risvegliare la mia memoria, scovo nell’archivio, cerco il titolo e leggendo poche righe, le sinapsi del mio cervello riprendono a fare il loro dovere.

Alice Munro però è una di quelle scrittrice che ti restano dentro pure quando chiudi, finisci il libro, e lo riponi sullo scaffale.
I suoi racconti, continuano a viaggiarti nella testa.
Basta ritrovarti in una tal situazione e tac- la Munro ti tamburella nelle tempie.

Ad esempio -e mi limito a farne solo uno-  pochi giorni fa sentivo qualcuno lamentarsi del fatto che la propria madre non chiude mai la porta a chiave. Tac- ecco che è emerso il suo “Radicali liberi”, racconto che fa appunto parte di questa raccolta.

 Nella sua penna, c’è delicatezza, forza, originalità non ostentata, una spiccata sensibilità in grado di mettere a nudo un genere umano caratterizzato a sua volta da un’insieme di apparenze fatte di crudeltà, illusioni, bugie e apparenze.

E tu riesci ad essere lì, nelle ambientazioni che descrive, ne percepisci gli odori, i profumi, i suoni, i colori.
La Munro sa darti tanto senza divagare, è diretta, non si perde a discorrere servendosi d’ inutili dettagli, e con questo non intendo dire che conta le parole,  semplicemente sa come dosarle.
Pare riesca a capire quanto basta al lettore per essere coinvolto, sia sul piano emotivo che fisico.

Non ti resta altro da fare che divorare le pagine per sapere cos’altro la prossima storia avrà in serbo per te.

L’ho amata dal primo istante.
Di un amore che si concede solo a chi ha una marcia in più e pare quasi non rendersene conto.





lunedì 25 novembre 2013

RECENSIONE Senza Candeggio n41 "FENICOTTERI IN ORBITA", P. Ridley



Titolo: “Fenicotteri in Orbita”
Autore: Philip Ridley
Edito: Mondadori
Numero pagine: 216
Mese: Ottobre
Motivo che mi ha spinto alla lettura: Consigliato dal mio amico, che io chiamo “Il Mona”.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Succede che un pomeriggio io e il mio amico –io lo chiamo “Il Mona” per questioni di simpatia- decidiamo di vederci.
Ci si vede poco, noi due, per questo lo chiamo così, anche.
Poi in realtà lè un Mona per tanti altri motivi.
Beh va beh, dicevo, così senza programmi finisce che passiamo tutto il pomeriggio in giro per mercatini del libro usato, qui a Verona.
Era Mercoledì, un mercoledì.
Ne giriamo due in realtà di mercatini, che noi quando si va per libri è come buttare una dolseta da Intimissimi.
 Impazziamo e non sappiamo più dove guardare, passa il tempo che neanche ce se ne accorge.

E’ stato dentro al primo mercatino che ho comprato “Fenicotteri in Orbita”.
Gli ho detto Mona, fa un piaser, ruma e catame fora qualcosa de figo  alà.
(trad. Amico fammi un piacere, rovista in quella cesta e trova fuori qualcosa d’interessante, suvvia.)
Che quel mio amico lì, mona lè mona, ma secondo me sa che libri potrebbero piacermi.
Lui di libri ne sa a pacchi, che mona l’è mona, ma el sa el fatto suo.

Ora io lascerei perdere tutta la trafila che ci è toccata fare per pagare sto cavolo de libro.
In quel mercatino lì, hanno delle pratiche burocratiche da seguire, se sto qui a spiegarvele facciamo notte.
Vi basti sapere che, dal momento in cui quel libro è stato estratto dalla famosa cesta, è dovuto passare prima sotto 6 occhi, poi per 12 mani, poi per un registro, poi per una pausa, poi di nuovo per altre 2 mani e altri 2 occhi, poi di nuovo per un registro, poi per una pausa, poi per uno scambio di opinioni su come si dice “sotto pressione” in inglese, poi sotto una penna, poi per  uno scambio di divergenze sul razzismo, poi dalla mano destra di una persona, poi dalla mano destra di un’altra persona, e infine per un’ultima mano destra di un’ultima persona.
Poi finalmente è diventato mio a tutti gli effetti.
Una volta messo al sicuro nella mia borsa, l’ho ritrovato in stato confusionale.
Se siete pronti a credermi, quel libro mi ha parlato.
Mi ha detto
“Sono stati i due euro più sudati della mia vita”.
Ma non possiamo stare qui a parlare di disgrazie per tanto, andiamo oltre.



Una raccolta di racconti niente male, c’è da dirlo.
Se uno mi dicesse “Oh, ho voglia di leggere qualcosa di veloce ma intenso, cosa consigli?”.
Probabilmente gli presterei questo.
Magari gli farei fare un po’ di giri prima, così, per ricordargli da dove viene.


Ridley è inglese, lo stampo inglese lo vedi subito.
Avrei potuto non documentarmi sull’autore, mettere la mano sul fuoco e dire E’ inglese.
Lo capisci dai colori.

Il linguaggio è diretto, asciutto, fluido, veloce, senti il profumo del sospetto nei confronti di tutto e di tutti.
In ogni storia, è messo in gioco il tema del sesso, e il tutto viene trattato con uno stile scuro, agghiacciante, scorretto, violento.
Nella sua semplicità, ogni aneddoto è in grado di scatenare domande con i suoi finali aperti.
Lo scrittore diventa forse mediocre, quando a tratti cerca riparo in un gratuito buonismo, e in un banale moralismo anticonformista.
Cosa che a me in genere poco esalta quando salta fuori da qualsiasi penna.
Questa però è una scivolata che all’autore concedo, considerando che Fenicotteri in Orbita è nato come libro per ragazzi.
In Inghilterra sono più avanti di noi sotto questo aspetto.
Da noi, nelle scuole, propongono ancora “Il Piccolo Principe”.
Fa te.
Che cul.
E poi ci lamentiamo perché semo indrio come la coa del musso.
(trad. siamo dei conservatori)

Tornando al libro in questione, ho apprezzato la maestria con cui Ridley riesce a giocare con gli spazi temporali. Lo fa in maniera naturale, senza farci confusione, miscelando il tutto fino a formare un racconto armonico che nel suo insieme, riesce paradossalmente a girare come le lancette di un orologio.
E’ il mago dell’ansia e qui mi spiego.
Quando vuole fartela venire, usa tutte le altre parole fuorché quella.
E lo so che mi sono spiegata male, ma insomma, io mica sono scrittrice per cui se volete capire cose intendo, procuratevi il libro.

13 racconti che sanno provocare.
Un bel gioco di contrasti tra l’universo giovanile e il mondo adulto, che si scontrano drammaticamente in una sfida senza vittime e carnefici, tra toni aspri e poetici, tra innocenza ed esperienza, il tutto rinchiuso nel pugno della quotidianità.



Poi dopo, tornando a parlare degli affari miei, io e il Mona abbiamo sospeso il tour dei mercatini.
Abbiamo guardato l’orologio, ci siamo salutati in tutta fretta.
Ognuno con una scusa diversa.
A noi ci piace raccontarci delle bugie bianche.
In cuor nostro entrambi sapevamo che quel giorno era Mercoledì.
E che il Mercoledì sul canale 3 della Rai
fanno una interessante trasmissione.