domenica 31 agosto 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n 64 "L'Uomo che Amava le Donne" F.Truffaut


Titolo: “L’Uomo cha Amava le Donne”
Autore: Francois Truffaut
Edito: Tascabili Marsilio
Numero pagine: 94
Mese: Giugno 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: il mio insegnante di scrittura creativa.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Ora.
Senza cadere in facili buonismi e in irritanti ruffianaggini ma limitandosi semplicemente ad un fatto di oggettiva riconoscenza, devo ammettere che personalmente devo molto al mio insegnante di scrittura creativa.
Il nostro è stato un idilliaco rapporto fatto di odio e amore, dove io non apprezzavo molto il suo pompante ego e narcisismo, ma al contempo, rimanevo ammaliata ogni volta che apriva bocca su un tema letterario, o davanti alle dritte dirette ed efficaci che era capace d’inculcare nella mia testa in maniera semplice ed immediata, non cadendo mai nel banale.
Sui motivi invece per cui lui amasse e al contempo odiasse la mia persona non intendo far cenno, sostanzialmente per il fatto che non ha nessuna rilevanza.

Il mio insegnante, ci andava pazzo, per Truffaut.
Io prima di Giugno, prima de L’Uomo che Amava le Donne, non avevo mai letto nulla di Truffaut.
Questo per un errore di pregiudizio, non certo nei confronti del mio insegnante ma in quello degli artisti francesi.
Truffaut ce l’aveva sempre sulla bocca, il mio insegnante, e ho conosciuto più l’artifizio della sua penna che della sua cinepresa.
Non mancavano termini di paragone ed esercizi di scrittura dettati dalla combinazione della mano del francese e dalla mente del mio insegnante.
E quando in aula venivano letti estratti di questo scrittore pensavo et voilà ecchici a la sagra dell’orgoglio pavone.
Non lo nascondo, pensavo esattamente a questo.
Un narciso che leggeva cose di un vanesio, pensavo Vaccassalaputtanassa potrò mai sopravvivere a tutte questo? Dove sono la mia birra e il mio panino con la mortadella?

Poi sopravvivevo e mi sembrava pure di migliorare, visto che stiamo facendo i sinceri. O per lo meno, mi si aprivano nuovi orizzonti.

Però il mio primo libro di Truffaut l’ho comprato a distanza di due o tre anni dal corso di scrittura eh?!
Che magari sì, gli estratti la mente me l’avevano aperta, ma mi pareva sempre che ci avevo da leggere altro, prima di Truffaut. Ognuno ha le proprie esigenze, inutile star qui tanto a sindacar, giusto?

Va beh.
Sono andata in libreria che avevo lo sconto nella tessera da usare.
(5euro di sconto)
Io quando entro nelle librerie è meglio che non ci entro perché finisce sempre faccio malanni, ormai mi sa che a casa ho più libri da leggere di libri che ho già letto.
C’ho pure dei doppi, tanto per far capire quanto male sono messa.
Mi parte l’embolo, quando sono là dentro, come a certi parte quando entrano in un negozio di vestiti, o in una ferramenta.
Allora, siccome avevo lo sconto (ben 5 euro di sconto)  e a casa un sacco di libri nuovi da leggere, mi è sembrato logico andare a spendere un pochi di soldi, che quando mai mi ricapita nella vita di avere 5 euro di sconto?
E’ stato in quel momento di mania compulsiva, che ho visto sullo scaffale L’Uomo che Amava le Donne. L’uomo che amava le donne, è il titolo di un libro, non una persona.
O meglio, nel libro è una persona, ma sullo scaffale era un libro. Ci tengo a precisarlo che il mondo è pieno di pignoli e magari qualcuno era già lì, pronto a immaginarsi una specie di maniaco che si nascondeva tra i ripiani.

Quindi, ho posato a terra la pila di 8 libri che avevo nelle mani, e ho aperto quello di Truffaut.
Dove l’ho aperto cominciava così “Nulla assomiglia a un funerale più di un altro funerale.” E niente, me son subito ciapà ben.
Ho chiuso un occhio sul fatto che fosse impaginato di merda, sempre per via del fatto che avevo lo sconto, credo.

In questo romanzo, i protagonisti trombano ma continuano a darsi del lei. Il perché non lo so. Uno può pensare perché è ambientato nel 1200 e invece no perché siamo nel pieno della consapevolezza sessuale degli anni 1970. Non so se in Francia si usa fare così, io in Francia non sono mai stata.
Ma direi che possiamo andare anche oltre.

L’Uomo che amava le donne, è un libro dentro nel libro, anche se personalmente la storia narrante l’ho trovata più piacevole di quella battuta a macchina.
Ma è anche un gioco di specchi in cui capiamo di essere finiti dentro solo alla fine, quando nell’ultimo capitolo l’io narrante passa da un punto di vista soggettivo a uno oggettivo.

Del signor Bertrand (che è il protagonista) abbiamo pochi indizi.
Intanto, sappiamo già dall’inizio che muore, per cui credo la curiosità di scoprire come sia finito sotto terra ci spinga a procedere nella lettura.
Sappiamo che è un ingegnere.
Non ci è dato sapere il suo aspetto fisico, ed è difficile immaginarlo in quanto Truffaut ci fornisce pochi dettagli in merito, ad ogni modo Bertrand è uno che cucca alla grande. Io per rendermi la vita facile me lo sono figurato nella testa una cosa tipo Mel Gibson, giusto così, perché a me il Mel fa sangue.

Truffaut mi ha divertita, devo ammetterlo.
Ero partita male con questa convinzione di trovarmi davanti all’ennesimo francese pompato, orgoglioso e pieno di sé, o meglio, Truffaut è decisamente auto celebrativo ma riesce a non rendersi antipatico proprio grazie al suo elegante e sottile umorismo.
Esattamente come il mio insegnante di scrittura creativa.


domenica 24 agosto 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n62: "QUESTE STANZE VUOTE" Massimiliano Maestrello




Titolo: “Queste Stanze Vuote”
Autore: Massimiliano Maestrello
Edito: La Gru
Numero pagine: 215
Mese: Giugno 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: questioni d’affetto.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Quando il mio amico Mona mi ha detto Va’ che è uscito il mio libro sono stata felice per lui, come quasi ce l’avessi fatta anch’io.
Ma avevo paura a leggerlo nonostante conoscessi le sue capacità e la passione che anima la sua penna.
Dare un giudizio obiettivo a un amico è sempre difficile, ovvio non lo è quando il rapporto è costruito su un allegro mandarsi a fare in culo senza paura di piegare qualche equilibrio.

Avevo voglia di leggerlo “Queste Stanze Vuote” ma non volevo allo stesso tempo essere di parte, che se c’è un qualcosa su cui vale la pena contare è la sincerità.

Prima di avere tra le mani il suo libro, avevo deciso che per essere il più neutrale possibile, avrei adottato un metodo.
Avrei preso altri due libri dalla mia libreria, libri dello stessa grandezza e possibilmente della stessa struttura grafica, li avrei rivestiti tutti –compreso quello del Mona- con della carta da giornale e solo poi, avrei cominciato a leggerlo scegliendone uno a caso, senza sapere quale fosse il suo ma sapendo che prima o poi, avrei cominciato a leggerlo.

Ma alla fine ho pensato che insomma, ho più di 30 anni e ‘sti escamotage non servono a nulla, che tutto sommato mi piace assumermi le mie responsabilità, ma soprattutto, la voglia di cominciare a leggerlo era di gran lunga superiore a quella di darmi al decupage.

Per cui è successo questo.
Una sera ho lavorato fino a tardi, una doccia veloce e poi via che la cosa più piacevole che possiamo concederci in queste sere, in cui l estate non s azzarda ancora a soffocarti col suo caldo ma il freddo ha smesso di mordere, è stare un po' d
i tempo con gli amici.
Sono uscita con loro e ho comprato un libro, questo libro.
Sono tornata a casa per quella che per il mio orologio biologico era ora tarda, ma non ho resistito.
Prima di chiudere gli occhi ho dovuto cominciare a leggerlo, per piacere mica per obbligo.
Almeno il primo racconto su sette, mi sono detta.

Sapevo già cosa m’aspettava, e ne ho avuto la conferma: uno scrittore capace di trasformare ogni singola parola in immagine, in grado di far partire una storia in una maniera facendola capitolare in un’altra. L'abilità di tenerti incollata fino all’ultima riga, la smorfia di un sorriso intrappolata tra la risata e il dubbio.
Nel giro di pochi giorni l’ho divorato.
Queste Stanze Vuote” l’ho letto in qualsiasi ritaglio di tempo possibile,
E’ bello quando ti ritrovi ad affrontare quel genere di libri da cui non riesci a staccare gli occhi, così come è bello leggere un racconto, buttarsi per strada e avere la sensazione di riviverlo, come se quelle parole non fossero solo scritte, ma come se parlassero attraverso le esperienze che ci sfilano sotto il naso tutti i giorni.

La peculiarità, la cosa che personalmente m’ha fatto più impazzire di “Queste Stanze Vuote” è stato il doppio uso degli intenti a cui ha ricorso Maestrello.
O almeno, io l ho interpretato così, sebbene lo stile pulito dello scrittore non ti chieda lo sforzo di farlo.
Sono i personaggi che ti chiedono di prestar loro questo genere d’attenzione.
I protagonisti urlano un urlo soffocato in questi racconti: ecco quindi che ad esempio un braccio comincia a prendere la forma e lo scopo di chi se lo porta in giro, oppure una ragazza che odia la matematica basa le proprie decisioni attraverso dei calcoli e all’occasionale comparsa dei numeri pari o dei numeri dispari, e poi ancora l’orgoglio, la violenza che scatena la violenza e lascia in bocca solo il gusto della ruggine, le case che si trasformano seguendo l’inadeguatezza di uno sto d’animo, un marocchino che forse è una mosca, il rimbalzare di un pallone che segue il ritmo di un ossessione molto più fragile e profonda.

Io, che il Max lo conosco di persona, posso dirvi che a vederlo con tutta quella barba lì che si porta in giro, magari mai lo direste.
Ma basta leggere il suo libro per capire che dietro a tutto quel pelo, si nasconde una grande  sensibilità, l’educazione nel rapportarsi con la gente, l’attenzione e il rispetto necessario a non ferire la stessa sensibilità degli altri non ponendosi mai al di sopra delle parti, l’umiltà atipica dello scrittore emergente capace di farsi in disparte e di trasmettere il tutto nei suoi stessi personaggi.
Personaggi mai presuntuosi, mai sfacciati, che si presentano a noi in punta di piedi lasciando comunque l’impronta del loro passaggio da qualche parte sulla nostra pelle, proprio là dove nasce la pelle d’oca.


 Potrei dire d essere orgogliosa d avere un amico così, e lo dirò, ma non voglio sembrare di parte.

Per questo concludo dicendo che dopo aver letto questo libro, ho fatto una cosa che non mi succedeva da tempo.
L’ho chiuso e ho cominciato a leggerlo un’altra volta.
Una conclusione che forse, potrebbe bastare.



lunedì 14 luglio 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n 61 "LA SCOPA DEL SISTEMA" D.F.Wallace



Titolo: “La Scopa del Sistema”
Autore: David Foster Wallace
Edito: Einaudi
Numero pagine: 553
Mese: Giugno 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: autore consigliato da un amico


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Sebbene in apparenza questa possa sembrare una raccolta di racconti, nulla è più distante ad esserlo.
La forza de “La Scopa del Sistema” è proprio questa.

C’è la storia tra tante, di un vanitoso di secondo grado, e quella di un bambino che si lancia di continuo dai tetti per poi finire da grande a studiare arte.
C’è un uomo che ordina nove bistecche (nove - bistecche - sissignore!) e lo fa per ingrassare a tal punto da non lasciare più spazio per nessuno nell’universo.

Ci sono i tipici tramonti Clevelandiani color zucca, e c’è uno psicologo con una strana sedia e due pupille che in realtà, sono due verdi e minuscoli simboli di dollaro.
C’è un deserto artificiale e un medico che conosce la cura per non far piangere i bambini.

C’è una stanza tropicalizzata in una casa di riposo e degli anziani che scappano in gruppo, non mancano gli omogeneizzati dagli ingredienti chimici portentosi, e un tunnel sotterraneo della linea telefonica di un call center.

E c’è un uomo, che se ne va in giro con una bambola gonfiabile presentandola agli estranei come la sua compagna.
C’è un tizio, che compare nelle televendite dimostrando al pubblico dei mini aspira-polveri capaci di succhiare il sudiciume più ostinato dell’incavo dell’ombelico.
E una donna, che gira con una sciarpa al collo per un ovvio motivo di raganella.

C’è una madre separata in casa dai propri figli che atterra di botto dall’alto e nell’impatto, espelle il figlio di 8 mesi dall’utero e dall’esplosione, il figlio nasce senza gamba.
E c’è una gamba con uno scomparto segreto, al cui interno nasconde ogni tipo di droga possibile.
E un genio.

C’è un pappagallo che recita sermoni cristiani in tv, confondendo princìpi teologici con qualche discorso erotico e ci sono i mille impieghi che può avere un manico di scopa, a patto non intendiamo un manico di scopa come qualcosa di assoluto.

Ci sono Lenore senior e Lenore junior e saranno proprio loro a farci da Caronte in questo gioco di cerchi.

David Foster Wallace invece non c’è più, così ha deciso, e questo è un gran peccato.




giovedì 10 luglio 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n 60 "BUIA" M.Ferrario


Titolo: “Buia”
Autore: Matteo Ferrario
Edito: Fernandel
Numero pagine: 124
Mese: Maggio 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: aver partecipato di persona alla presentazione del libro, lasciandomi convincere dalla sensibilità dell’autore.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Una svista all’anagrafe, fa nascere Buia.
Se chiedete a Buia perché da grande vuole fare la macellaia, lei vi risponderà “per toccare la carne cruda tutte le volte che voglio” (da grande poi diventerà vegetariana, ma questo è un altro discorso).
Se le chiedete Che lavoro fa tuo padre? Lei vi risponderà “il trasportatore” il che per lei equivale ad essere la figlia di un esploratore.
Buia ha una madre che non va a prenderla a scuola, per questo Buia ha sempre con sé le chiavi e per questo è lei a cucinare “per fortuna” vi direbbe, se le chiedeste.

Buia ha una maestra con un sorriso cattivo e che probabilmente si sente simpatica quando decide d’uscirsene con frasi tipo “Buia, accendi la luce!”
Buia si chiude
nei bagni dei maschi, Buia è una specie di maschio racchiuso in un corpo da femmina, pensa che il suo è un nome di merda, non ha troppa pazienza, e a un certo punto, scopre per scherzo che gli uomini gliela leccano alle donne mica certo per punizione; che lo fanno nei film porno, ma anche nella vita reale.

E Buia possiede una dose di disincanto ben superiore a quella di parecchi adulti.

E il tempo passa.
E Buia comincerà ad indossare prima degli anfibi mezzi stracciati, dei jeans strappati e una canottiera di non si sa quale gruppo, poi un’uniforme della vigilanza privata.
Buia è stata anche una raccoglitrice di pomodori, e la sua abbronzatura malsana da muratore non nasconde nemmeno quest’esperienza.

Buia non crede nell’amore, e preferisce parlare di fronte a un uomo quando non ha un’erezione.

Buia ha delle cicatrici che iniziano appena sotto l’ombelico.

Ma non c’è solo Buia, ci sono anche una serie di pagine capaci di farti venire il fiato corto, di farti serrare i denti e sgranare le pupille e pure incazzare, come quando t’incazzi davanti a qualcosa e per tutta risposta puoi solo alzare le mani in segno d’arresa.

Come quando ti ritrovi davanti a qualcuno con una pistola, e tutto intorno diventa un’immagine in bianco e nero.
Sarà facile immaginare a questo punto Buia.
Un rivolo che scende da un lato del suo viso.
Potrà sembrarvi sudore, in un primo momento.
Convincervi possa trattarsi di una lacrima.
Ma sarà qualcosa di ancor più salato.

martedì 8 luglio 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n 59 "DISASTRI" D. Charms




Titolo: “Disastri”
Autore: Daniil Charms
Edito: Marcos y Marcos
Numero pagine: 193
Mese: Maggio 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: consigliato –indirettamente- da Paolo Nori (che l’ha pure   tradotto)


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Cari amici,
in questa (e per brevità dico solo “questa” sotto intendendo in “questa Recensione Senza Candeggio con opinioni di dubbia utilità”) parlerò di un libro e di come la minestra diventa cattiva quando ci versi dentro la sabbia.

E di come dentro a questo libro, ci sono così tanti personaggi strampalati, che ti viene da pensare che nei negozi adesso, vendere vendono dei cetrioli che forse si vede deve andare così.
E magari, ti viene davvero da pensare che esistere, esistono per davvero delle cornacchie con 4 gambe, che a dire la verità ne hanno 5, ma di questo non vale la pena parlare.

E tutto, è così insieme assurdo e divertente,
che a ben penare,
sono 3 giorni che non mangio cioccolata.

Si sappia infine che un critico russo, un giorno, ha chiesto alla seconda moglie di Charms di scrivere le sue memorie sullo scrittore.
Ma non ha potuto farlo.
“Sono passati troppi anni, non mi ricordo niente”
ha detto la seconda moglie di Charms, al critico russo.


lunedì 30 giugno 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n58: "IL MAESTRO e MARGHERITA" M. Bulgakov

Uno dei protagonisti della storia, esattamente come potremo  immmaginarlo.


Titolo: “Il Maestro e Margherita”
Autore: Michail Bulgakov
Edito: Mondadori
Numero pagine: 548
Mese: Maggio 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: nell’ultimo libro di Nori che ho letto, se ne parlava.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Cosa succede quando il diavolo decide di presentarsi per fare del bene?
Nasce Il Maestro e Margherita.

Facile rimanere affascinati da questo libro sin dalle prime pagine.
 L’impressione che ho avuto, è stata quella d’assistere alla scena di un film senza dialoghi con unica voce quella del narratore fuori campo, messa apposta lì, per darci un quadro romantico della situazione.
Lampante già dalle prime battute, la potenza di Bulgakov: quella di saper descrivere le scene sapendo abbinare il surreale al grottesco, l’eleganza all’irriverenza, la poesia alla poetica; il modo originale di mettere in luce i dettagli dei suoi personaggi; il saper combinare allegorie e simbolismi compiendo slalom sagaci per non dare troppe risposte a frasi forse non troppo celate e alla struttura del romanzo; la maestria di saper giocare con quella che ai tempi era l’ipocrisia e la mediocrità e la censura sociale; il tono colloquiale che da ritmo alla narrazione, talmente calzante da farti sentire coinvolto, nonostante a volte scivoli in una noia che fortunatamente, dura il tempo di un attimo.

Bene, ora che ho finito di fare la pigna in culo della situazione, passo oltre.
Mi sono segnata a inizio pagina le volte che l’autore ha ricorso alla frase “lo sa il diavolo” e anche le volte in cui ha scritto “che il diavolo lo porti!” se volete saper quante sono, leggetevi il libro.
Comunque da pag 124 fino a pagina 548 sono 36.

Mi sono segnata anche delle espressioni che si usavano negli anni trenta del secolo 1900, ve le riporto in caso dovessero tornavi utili.

- Sì, mio nonno in carriola!
- Rincoglionito
- Signor Sparaballe
- Astuta bagascia
- Capiva d’aver fatto una cappellata
- Stava passeggiando pensando ai casi suoi

Segnalo inoltre un nome femminile in voga ai tempi, nel caso foste indecisi sul nome da dare alla vostra prossima nascitura. Il nome è Minkina, a me fa ridere, abbastanza.

Una storia come mai ne avevo letto finora, una rivalutazione sull’idea comune del male, un libro che si conclude con la convinzione da parte del lettore che non si può scendere a patti con la luna piena quando comincia a illuminare Mosca.
Ma non solo Mosca.
Ammettiamolo.
Non siamo poi forse tutti vittime della luna piena?



giovedì 26 giugno 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n 57 "MO MAMA, da chi vogliamo essere governati?" P.Nori




Titolo: “Mo Mama”
Autore: Paolo Nori
Edito: Chiare Lettere
Numero pagine: 217
Mese: Maggio 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: a parte che Nori è sempre Nori, le elezioni europee.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Che c’è stata una confusione, che c’è una confusione di ‘stì tempi, in Italia.
Che tanti sembrano ammaliati da uno che riempie le piazze e urla Vergogna e dice che è stufo e gli piace molto la parola Vaffanculo e grazie al piffero.
Che però chissà come e chissà perché riempire le riempie le piazze, e i giovani, tanti giovani dicono che c’è questo pentapartito che per usare un’espressione da giovani è una figata, che però chissàcome e chissàperchè andare su nel governo della Italia e della Europa non ce la fa mai, che dicono quelli pentapartitici è tutta una questione di complotto, e io se mi metto nei panni di uno che segue un altro che gli piace urlare quando ci ha da dire quello che pensa, mettendomi in quella testa lì secondo un processo d’immedesimazione, allora non posso che trovarmi d’accordo, tutto è marcio tutto fa schifo tutto è una vergogna tutto è un complotto.

Che tutto è marcio e tutto fa schifo e tutto è un complotto e tutti devono andare a casa, anche il sindaco di Parma, che è il primo sindaco pentapartitico di Parma che l’ha messa nel culo a tutti e ha fatto partire per fare un esempio l’inceneritore come aveva promesso di NON fare, come tutti i politici –come dicono i pentapartitici- che promettono le cose e poi fanno tutto il contrario.

Questa cosa del sindaco pentapartitico di Parma io l’ho letta in questo libro che mi è piaciuto molto, il libro si chiama MO MAMA sottotitolo da chi vogliamo essere governati? Scritto da Paolo Nori.
E’ un libro che parla della politica di Parma, dopo che è salito al trono uno dei capi dei Stufi marci Tutti a casa Vaffanculo e via a discorrere col discorso della Vergogna.
Mi piace perché è un libro scritto da uno che non avrebbe mica tanta voglia, di scrivere un libro sulla politica.

Che più parlare di politica, parla del grado di gentilezza con cui sarebbe il caso di rapportarsi quando si ha a che fare con gli altri.
Che per me è una cosa bellissima da dire quasi sottovoce senza il bisogno di urlare troppo.

Va beh.

Lui di politica –quando dico lui, dico Nori-  è un po’ impreparato, è un po’ arrugginito, un po’ ingenuo, lo dice lui questo, però riesce a fare un sacco di considerazioni in merito di quelle che ti fanno fare sì con la testa, come a dire sarai pure impreparato, arrugginito e ingenuo ma mica scemo.

E finché parla di politica, in particolare della politica di Parma che però a ben vedere si potrebbe rapportare alla politica della Italia di questo storico momento, infila dentro tutta una serie di divagazioni che sembrano lì per lì centrano nulla e invece no, che la politica mica è solo una cosa che si fa quando si va a votare.

Adesso io, così vi fate un’idea magari, vi riporto passo-passo quello che intendo quando dico che questo libro va letto.

“(…) la mia idea era che avessero fatto poco, non niente, poco, che era peggio, di niente, che se avessero fatto niente sarebbe stato, in un certo senso, un governo artistico, come 4,33 di John Cage, un pezzo di musica che dura 4 minuti e 33 secondi che sono 44 minuti e 33 secondi di silenzio, e sarebbe stata una cosa fantastica, il niente, come quando non c’è niente da dire, o quando non si sa cosa dire, o quando non si sa cosa fare, o quando non si vede niente, o quando non si capisce niente, o quando non si sente niente, o quando non si riesce a dormire, o quando non si vuole mangiare, come le scene mute, come le fotografie senza pellicola, come le macchine che restano senza benzina, i sans papier, i sanculotti, i frigo vuoti, i film muti, i buchi neri, la menopausa, le notti in bianco, quando si cerca in tutte le tasche e non c’è neanche una sigaretta, i digiuni, gli anestetici, gli astemi, gli anoressici, gli scioperi, le pianure, le steppe, i deserti, la siccità, la crisi energetica, i black-out, le amnesie, gli annulli filatelici, la crescita zero, le tinte unite, la calvizie, le sterilità, il celibato e il nubilato, l’inappetenza e l’incontinenza, il buio, il silenzio, il niente, il nulla, sarebbe stato bellissimo al governo, invece loro, quelli del MoVimento 5 Stelle, qual cosina l’han fatta, secondo me non sono stati ne caldi ne freddi, sono stati tiepidi (…)”

Però adesso a pensarci, forse, era più bello scrivervi questa:

“Una volta ho sentito dire per radio che a Arrigo Sacchi, che come si sa è un allenatore di calcio romagnolo, una volta gli avevan proposto di allenare una squadra spagnola che si chiamava, se non ricordo male, Atlètico Madrid, e l’attaccante più forte dell’Atlètico Madrid era all’epoca un giovane di calcio italiano che si chiamava Bobo Vieri, e prima di accettare e di firmare un contratto che lo legava all’Atlètico Madrid per un numero imprecisato di annualità, avevan detto per radio (cioè forse le annualità le avevano dette, sono io che non me le ricordo), Arrigo Sacchi prima di accettare aveva telefonato a Bobo Vieri e gli aveva detto Bobo, mi hanno chiesto di allenare l’Atlètico Madrid per un numero imprecisato di annualità, io non gli ho ancora dato una risposta perché sono disposto a accettare solo a una condizione, che tu mi dia la tua parola d’onore che alla fine dell’anno resterai ancora all’Atlètico Madri, e avevan detto che Bobo Vieri gli aveva risposto Sì mister, le do la mia parola d’onore, che i calciatori mi sembra che facciano così, che gli allenatori loro non li chiamano con il nome di battesimo e neanche con il cognome, li chiamano mister,
Allora Sacchi, avevan detto per radio, aveva firmato il contratto che lo legava all’Atlètico Madrid per un numero imprecisato di annualità e poi era andato in vacanza, nel suo mondo senza lavoro, come io a Viareggio, e Sacchi presumo sarà andato in Romagna, nella sua Fusignano, o lì vicino in Riviera quando, un bel giorno, compra la Gazzetta dello Sport, titolo a nove colonne: Bobo Vieri all’Inter (o alla Juventus, o alla Lazio, non mi ricordo a quale squadra. E non ha tanta importanza).
Allora Sacchi cosa fa, avevan detto per radio, prende il cellulare, telefona a Bobo Vieri gli dice Bobo, ma è vero che vai all’Inter, o alla Juventus, o alla Lazio, o non mi ricordo a quale squadra non ha importanza?
Sì mister, gli dice Vieri, è vero.
Scusa Bobo, gli dice Sacchi, ma tu mi avevi dato la tua parola d’onore che restavi all’Atlètico Madrid.
Eh mister, gli dice Vieri, va bene ritiro la mia parola d’onore.
Ecco questa storia io l’ho sentita per radio, la riferisco come l’ho sentita, o meglio, come me la ricordo, e, ammesso che sia vera, l’impressione che ho è che, nella testa di Vieri, Le do la mia parola d’onore volesse dire una cosa completamente diversa da quella che voleva dire nella testa di Arrigo Sacchi, così come, probabilmente,, nella testa del sindaco di Sfido chiunque, e probabilmente anche Troveremo sicuramente, vogliono dire una cosa completamente diversa da quello che voglio dire nella mia, di testa.”

Finisco dicendo continuando a dire che Nori Paolo io per me è il mio scrittore italiano preferito, perché invece di leggerlo sembra di parlarci insieme.
Lo amo molto, perché quando sente qualcuno che per strada dice Oh deficiente! Lui si gira sempre convinto che lo stanno chiamando, e questo lo dice lui, mica io.