giovedì 2 ottobre 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n66 "LA PIù GRANDE BALENA MORTA DELLA LOMBARDIA" A.Nove


Titolo: “La Più Grande Balena Morta della Lombardia”
Autore: Aldo Nove
Edito: Einaudi
Numero pagine: 182
Mese: Settembre 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: se ci avete pazienza, lo spiego sotto.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà

Se uno mi chiede com’è che mi piace Nove, io c’ho le mie motivazioni.
I suoi, sono racconti che puoi leggere mentre aspetti il bus, o nell’attesa che si raffreddi il caffè, o quando ti arriva un messaggio sul cellulare con scritto “due minuti e arrivo”, o ancora finché aspetti che la lavatrice ultimi il risciacquo per poi stendere i panni, o mentre soffrigge la cipolla per il sugo, o negli ultimi istanti che dividono casa tua dal lavoro, o nell’attimo che separa la veglia al sonno.
Cose così.

Ma mi piace Nove anche perché in un solo piccolo e striminzito libro, è capace di tirare fuori un sacco di cose che altri scrittori, io secondo me altri scrittori manco gli passano minimamente per la testa.

Come i Ricchi e Poveri che si trasformano in mostri, un nonno classe 900 che il gabinetto non ce l’ha ma ha un orto dove l’odore della cacca e del rosmarino si confondono con quello del mirto, o Maria che guarda le telenovele coi brividi, e una nonna che fa il caffè latte finto con la miscela Leone.
Un bambino che vede per la prima volta un giornalino pornografico e gli prende il batticuore come quando andava in bicicletta al Roncolino in salita, e della gente di Viggiù che nessuno va a trovarla mai ne da viva ne da morta.
O un altro bambino, che riceve una notizia mentre la maestra gli dice di chiudere bene i tappi dei Carioca, o un gatto così brutto che se era una trasmissione lo toglievano, o una festa che i grandi non vogliono mai dare perché bisogna lavorare.
Oppure un ragazzo convinto che un giorno la musica distruggerà le fabbriche, e un posto che si chiama Cottolengo dove si vedono delle cose che non si vedono in Giappone in Africa o in India, o una strada che contiene un maniaco.
Ma anche un calciatore, che è entrato in una gioielleria e per scherzo ha detto “sono un ladro!” ma il gioielliere gli ha sparato per davvero, o un altro bambino orfano di padre che gli chiedono a scuola di fare un tema sul lavoro del suo babbo.
I negozi dei vecchi, e i robot giocattolo che escono dalle proprie scatole si tolgono il prezzo e vanno a marciare verso il comune di Viggiù.
O anche un barattolo di Nutella truccato con una cosa verde, le figurine incollate con la coccoina, dei dischi rovinati che han dei poteri ipnotici.
Ne La più grande balena morta della Lombardia, ti spiegano che il giornale “Cronaca Vera” c’è da prenderlo sul serio.
Ci sono gli 8 senza verde, il momento storico in cui la tv è diventata a colori, le tante cose che ci sono alla fine di Diabolik, una casa di terracotta per i nani più bella di una casa per le persone di carne.
C’è la consapevolezza di un bambino d’essere diventato anziano e alla fine pure una riflessione sulla guerra che è questa:
“alla fine delle guerre nei veri documentari della tele si vede che è tutto distrutto, allora potevano fare a meno di costruire le case, di fare le città che poi con le guerre sono tutte da rifare, e anche le persone bisogna darne nascere di nuove.”

Ora, quanto ci avete messo a leggere tutto quello che ho scritto, ammesso abbiate letto tutto ma veramente tutto quello che ho scritto?
Un po’ eh?
Leggere come scrive Aldo Nove ci metterete sicuramente meno, garantito.

Concludo dicendo che ho scoperto esistono delle matite che le vorrei parecchio.
Si chiamano matite marca “SPROUT” ma siccome costano tanto e non posso comprarmele, chi vuole regalarmele è libero di farlo grazie gli vorrò molto bene.



mercoledì 1 ottobre 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n65 "UNA BANDA D'IDIOTI" J.K. Toole


Titolo: “Una Banda d’Idioti”
Autore: John Kennedy Toole
Edito: Marcos y Marcos
Numero pagine: 459
Mese: Luglio -Agosto 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: la comune presunzione nei confronti della gente.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà

Una mia buona amica, sostiene che un valido motivo per comprare i libri, è fidarsi dei titoli. A me “Una Banda d’Idioti” è andato subito all’occhio per questo.

Ignatius, è il protagonista di questo romanzo, ma non solo, è un tipo diciamo “particolare”.
Ad esempio, tira di quei rutti che dal rumore che fanno, sembrano distruggerli l’intero apparato digestivo; porta al polso un orologio di Topolino con le mani inguantate che fungono da lancette, indossa (parlo ancora di Ignatius) una sciarpa che volendo può portare a uso scialle,  o trasformarla in cintura, fusciacca, mantello, kilt, sostegno per un braccio rotto, fazzoletto.
Ha due grossi baffi spesso “ipastrocè” di cibo e sulla testa, un berretto da caccia completo di paraorecchie; e una madre, che dal momento in cui comincia ad avercela con lui, decide di non comprargli più il Dr Nut.
Ignatius è impertinente, insolente, antipatico, scostante, ipocondriaco, paranoico, un ballista di prima categoria con sempre una scusa pronta ed un insulto in canna, è catastrofico (scendere dal letto potrebbe rivelarsi un gran pericolo per il suo osso del collo, il tarso e il metatarso) si fa odiare da tutti tranne che dal lettore, o almeno, così fino a buona parte del libro.

Per un breve, brevissimo periodo diventa un rivoluzionario mettendosi alla guida di una “protesta operaia” e quando metto le parole tra le virgolette, intendo dirvi di prendere quest’espressione con le pinze; e quando dico breve, intendo breve sul serio, che Ignatius pare uno non molto portato per i progetti a lungo termine.
Poi sceglie di vendere hot dog, così giusto per non finire in galera, e lo fa a modo suo portando ad esempio il baracchino in mezzo a delle signore per bene riunite a una mostra. E sul baracchino incolla un foglio di quaderno con su scritto “TRENTA CENTIMETRI (30) DI PARADISO”.
Ignatius se ne va in giro in cerca della svolta della propria vita e inconsapevolmente si ritrova coinvolto in un giallo.
Si trova coinvolto ma non se ne accorge, né mai se ne renderà conto perché troppo impegnato a intrattenere una fitta e megalomane corrispondenza con la ex morosa fatta di scambi d’insulti, esagerazioni e progetti terroristici a cavallo tra l’utopia e la fantasia.

Da un certo in poi della storia, Ignatius diventa come una sorta di macchietta del Don Chisciotte, e se si pensa che già di per sé Don Chisciotte lo è, si capisce dove comincia il limite dell’esagerazione.
Quindi poi basta, Ignatius ha cominciato a diventare antipatico pure a me che l’ho sempre difeso dalla ciurma di personaggi pittoreschi che animano il libro.
E’ diventato un po’ come quei comici da tv, di quelli che all’inizio ti fan sbellicare dalle risate ma poi a furia di vederli, finisci col non sopportare, di quelli che a furia di sentirli arrivano al punto di urtarti i nervi.
Questo fastidio credo d’averlo provato a circa 2/3 del libro.
Il che mi fa pensare al fatto, che se fosse finito prima, sarebbe rientrato nella lista dei miei libri preferiti.
Una Banda d’Idioti non guadagna nessuna posizione forse proprio a causa della pesantezza che arriva a raggiungere quando avrebbe potuto evitare di farlo, il che è un gran peccato perché una New Orleans con questi colori a me è piaciuta parecchio.

Il finale, oggettivamente, è degno di nota, un finale di quelli che non ti aspetti, una pazzesca fuga d’amore, un insolito happy end di quelli che in mezzo a tante (forse troppe) serie di sfortune e desgrassie male non stona, anzi, forse aiuta.

Aggiungo una curiosità che a me ha fatto tenerezza, circa la pubblicazione di questo romanzo.
J.K.Toole si è asfissiato col tubo del gas, dentro alla propria automobile.
Ovviamente, non è questa la curiosità che mi ha fatto tenerezza ma un’altra.
Dopo la sua morte, la madre ritrova tra le scartoffie del figlio questo manoscritto e comincia a tempestare di telefonate un editore.
E quando l’editore ha chiesto alla signora perché mai avrebbe dovuto leggerlo, lei le ha risposto “Perché è un grande romanzo”.
Un romanzo in cui la figura materna viene disprezzata all’ennesima potenza, ma che guadagna il successo grazie alla fiducia di una madre che sfida il dolore perché quello stesso romanzo possa capitare sotto gli occhi di tutti.
Sembra paradossale, ma è andata esattamente così.



domenica 31 agosto 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n 64 "L'Uomo che Amava le Donne" F.Truffaut


Titolo: “L’Uomo cha Amava le Donne”
Autore: Francois Truffaut
Edito: Tascabili Marsilio
Numero pagine: 94
Mese: Giugno 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: il mio insegnante di scrittura creativa.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Ora.
Senza cadere in facili buonismi e in irritanti ruffianaggini ma limitandosi semplicemente ad un fatto di oggettiva riconoscenza, devo ammettere che personalmente devo molto al mio insegnante di scrittura creativa.
Il nostro è stato un idilliaco rapporto fatto di odio e amore, dove io non apprezzavo molto il suo pompante ego e narcisismo, ma al contempo, rimanevo ammaliata ogni volta che apriva bocca su un tema letterario, o davanti alle dritte dirette ed efficaci che era capace d’inculcare nella mia testa in maniera semplice ed immediata, non cadendo mai nel banale.
Sui motivi invece per cui lui amasse e al contempo odiasse la mia persona non intendo far cenno, sostanzialmente per il fatto che non ha nessuna rilevanza.

Il mio insegnante, ci andava pazzo, per Truffaut.
Io prima di Giugno, prima de L’Uomo che Amava le Donne, non avevo mai letto nulla di Truffaut.
Questo per un errore di pregiudizio, non certo nei confronti del mio insegnante ma in quello degli artisti francesi.
Truffaut ce l’aveva sempre sulla bocca, il mio insegnante, e ho conosciuto più l’artifizio della sua penna che della sua cinepresa.
Non mancavano termini di paragone ed esercizi di scrittura dettati dalla combinazione della mano del francese e dalla mente del mio insegnante.
E quando in aula venivano letti estratti di questo scrittore pensavo et voilà ecchici a la sagra dell’orgoglio pavone.
Non lo nascondo, pensavo esattamente a questo.
Un narciso che leggeva cose di un vanesio, pensavo Vaccassalaputtanassa potrò mai sopravvivere a tutte questo? Dove sono la mia birra e il mio panino con la mortadella?

Poi sopravvivevo e mi sembrava pure di migliorare, visto che stiamo facendo i sinceri. O per lo meno, mi si aprivano nuovi orizzonti.

Però il mio primo libro di Truffaut l’ho comprato a distanza di due o tre anni dal corso di scrittura eh?!
Che magari sì, gli estratti la mente me l’avevano aperta, ma mi pareva sempre che ci avevo da leggere altro, prima di Truffaut. Ognuno ha le proprie esigenze, inutile star qui tanto a sindacar, giusto?

Va beh.
Sono andata in libreria che avevo lo sconto nella tessera da usare.
(5euro di sconto)
Io quando entro nelle librerie è meglio che non ci entro perché finisce sempre faccio malanni, ormai mi sa che a casa ho più libri da leggere di libri che ho già letto.
C’ho pure dei doppi, tanto per far capire quanto male sono messa.
Mi parte l’embolo, quando sono là dentro, come a certi parte quando entrano in un negozio di vestiti, o in una ferramenta.
Allora, siccome avevo lo sconto (ben 5 euro di sconto)  e a casa un sacco di libri nuovi da leggere, mi è sembrato logico andare a spendere un pochi di soldi, che quando mai mi ricapita nella vita di avere 5 euro di sconto?
E’ stato in quel momento di mania compulsiva, che ho visto sullo scaffale L’Uomo che Amava le Donne. L’uomo che amava le donne, è il titolo di un libro, non una persona.
O meglio, nel libro è una persona, ma sullo scaffale era un libro. Ci tengo a precisarlo che il mondo è pieno di pignoli e magari qualcuno era già lì, pronto a immaginarsi una specie di maniaco che si nascondeva tra i ripiani.

Quindi, ho posato a terra la pila di 8 libri che avevo nelle mani, e ho aperto quello di Truffaut.
Dove l’ho aperto cominciava così “Nulla assomiglia a un funerale più di un altro funerale.” E niente, me son subito ciapà ben.
Ho chiuso un occhio sul fatto che fosse impaginato di merda, sempre per via del fatto che avevo lo sconto, credo.

In questo romanzo, i protagonisti trombano ma continuano a darsi del lei. Il perché non lo so. Uno può pensare perché è ambientato nel 1200 e invece no perché siamo nel pieno della consapevolezza sessuale degli anni 1970. Non so se in Francia si usa fare così, io in Francia non sono mai stata.
Ma direi che possiamo andare anche oltre.

L’Uomo che amava le donne, è un libro dentro nel libro, anche se personalmente la storia narrante l’ho trovata più piacevole di quella battuta a macchina.
Ma è anche un gioco di specchi in cui capiamo di essere finiti dentro solo alla fine, quando nell’ultimo capitolo l’io narrante passa da un punto di vista soggettivo a uno oggettivo.

Del signor Bertrand (che è il protagonista) abbiamo pochi indizi.
Intanto, sappiamo già dall’inizio che muore, per cui credo la curiosità di scoprire come sia finito sotto terra ci spinga a procedere nella lettura.
Sappiamo che è un ingegnere.
Non ci è dato sapere il suo aspetto fisico, ed è difficile immaginarlo in quanto Truffaut ci fornisce pochi dettagli in merito, ad ogni modo Bertrand è uno che cucca alla grande. Io per rendermi la vita facile me lo sono figurato nella testa una cosa tipo Mel Gibson, giusto così, perché a me il Mel fa sangue.

Truffaut mi ha divertita, devo ammetterlo.
Ero partita male con questa convinzione di trovarmi davanti all’ennesimo francese pompato, orgoglioso e pieno di sé, o meglio, Truffaut è decisamente auto celebrativo ma riesce a non rendersi antipatico proprio grazie al suo elegante e sottile umorismo.
Esattamente come il mio insegnante di scrittura creativa.


domenica 24 agosto 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n62: "QUESTE STANZE VUOTE" Massimiliano Maestrello




Titolo: “Queste Stanze Vuote”
Autore: Massimiliano Maestrello
Edito: La Gru
Numero pagine: 215
Mese: Giugno 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: questioni d’affetto.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Quando il mio amico Mona mi ha detto Va’ che è uscito il mio libro sono stata felice per lui, come quasi ce l’avessi fatta anch’io.
Ma avevo paura a leggerlo nonostante conoscessi le sue capacità e la passione che anima la sua penna.
Dare un giudizio obiettivo a un amico è sempre difficile, ovvio non lo è quando il rapporto è costruito su un allegro mandarsi a fare in culo senza paura di piegare qualche equilibrio.

Avevo voglia di leggerlo “Queste Stanze Vuote” ma non volevo allo stesso tempo essere di parte, che se c’è un qualcosa su cui vale la pena contare è la sincerità.

Prima di avere tra le mani il suo libro, avevo deciso che per essere il più neutrale possibile, avrei adottato un metodo.
Avrei preso altri due libri dalla mia libreria, libri dello stessa grandezza e possibilmente della stessa struttura grafica, li avrei rivestiti tutti –compreso quello del Mona- con della carta da giornale e solo poi, avrei cominciato a leggerlo scegliendone uno a caso, senza sapere quale fosse il suo ma sapendo che prima o poi, avrei cominciato a leggerlo.

Ma alla fine ho pensato che insomma, ho più di 30 anni e ‘sti escamotage non servono a nulla, che tutto sommato mi piace assumermi le mie responsabilità, ma soprattutto, la voglia di cominciare a leggerlo era di gran lunga superiore a quella di darmi al decupage.

Per cui è successo questo.
Una sera ho lavorato fino a tardi, una doccia veloce e poi via che la cosa più piacevole che possiamo concederci in queste sere, in cui l estate non s azzarda ancora a soffocarti col suo caldo ma il freddo ha smesso di mordere, è stare un po' d
i tempo con gli amici.
Sono uscita con loro e ho comprato un libro, questo libro.
Sono tornata a casa per quella che per il mio orologio biologico era ora tarda, ma non ho resistito.
Prima di chiudere gli occhi ho dovuto cominciare a leggerlo, per piacere mica per obbligo.
Almeno il primo racconto su sette, mi sono detta.

Sapevo già cosa m’aspettava, e ne ho avuto la conferma: uno scrittore capace di trasformare ogni singola parola in immagine, in grado di far partire una storia in una maniera facendola capitolare in un’altra. L'abilità di tenerti incollata fino all’ultima riga, la smorfia di un sorriso intrappolata tra la risata e il dubbio.
Nel giro di pochi giorni l’ho divorato.
Queste Stanze Vuote” l’ho letto in qualsiasi ritaglio di tempo possibile,
E’ bello quando ti ritrovi ad affrontare quel genere di libri da cui non riesci a staccare gli occhi, così come è bello leggere un racconto, buttarsi per strada e avere la sensazione di riviverlo, come se quelle parole non fossero solo scritte, ma come se parlassero attraverso le esperienze che ci sfilano sotto il naso tutti i giorni.

La peculiarità, la cosa che personalmente m’ha fatto più impazzire di “Queste Stanze Vuote” è stato il doppio uso degli intenti a cui ha ricorso Maestrello.
O almeno, io l ho interpretato così, sebbene lo stile pulito dello scrittore non ti chieda lo sforzo di farlo.
Sono i personaggi che ti chiedono di prestar loro questo genere d’attenzione.
I protagonisti urlano un urlo soffocato in questi racconti: ecco quindi che ad esempio un braccio comincia a prendere la forma e lo scopo di chi se lo porta in giro, oppure una ragazza che odia la matematica basa le proprie decisioni attraverso dei calcoli e all’occasionale comparsa dei numeri pari o dei numeri dispari, e poi ancora l’orgoglio, la violenza che scatena la violenza e lascia in bocca solo il gusto della ruggine, le case che si trasformano seguendo l’inadeguatezza di uno sto d’animo, un marocchino che forse è una mosca, il rimbalzare di un pallone che segue il ritmo di un ossessione molto più fragile e profonda.

Io, che il Max lo conosco di persona, posso dirvi che a vederlo con tutta quella barba lì che si porta in giro, magari mai lo direste.
Ma basta leggere il suo libro per capire che dietro a tutto quel pelo, si nasconde una grande  sensibilità, l’educazione nel rapportarsi con la gente, l’attenzione e il rispetto necessario a non ferire la stessa sensibilità degli altri non ponendosi mai al di sopra delle parti, l’umiltà atipica dello scrittore emergente capace di farsi in disparte e di trasmettere il tutto nei suoi stessi personaggi.
Personaggi mai presuntuosi, mai sfacciati, che si presentano a noi in punta di piedi lasciando comunque l’impronta del loro passaggio da qualche parte sulla nostra pelle, proprio là dove nasce la pelle d’oca.


 Potrei dire d essere orgogliosa d avere un amico così, e lo dirò, ma non voglio sembrare di parte.

Per questo concludo dicendo che dopo aver letto questo libro, ho fatto una cosa che non mi succedeva da tempo.
L’ho chiuso e ho cominciato a leggerlo un’altra volta.
Una conclusione che forse, potrebbe bastare.



lunedì 14 luglio 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n 61 "LA SCOPA DEL SISTEMA" D.F.Wallace



Titolo: “La Scopa del Sistema”
Autore: David Foster Wallace
Edito: Einaudi
Numero pagine: 553
Mese: Giugno 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: autore consigliato da un amico


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Sebbene in apparenza questa possa sembrare una raccolta di racconti, nulla è più distante ad esserlo.
La forza de “La Scopa del Sistema” è proprio questa.

C’è la storia tra tante, di un vanitoso di secondo grado, e quella di un bambino che si lancia di continuo dai tetti per poi finire da grande a studiare arte.
C’è un uomo che ordina nove bistecche (nove - bistecche - sissignore!) e lo fa per ingrassare a tal punto da non lasciare più spazio per nessuno nell’universo.

Ci sono i tipici tramonti Clevelandiani color zucca, e c’è uno psicologo con una strana sedia e due pupille che in realtà, sono due verdi e minuscoli simboli di dollaro.
C’è un deserto artificiale e un medico che conosce la cura per non far piangere i bambini.

C’è una stanza tropicalizzata in una casa di riposo e degli anziani che scappano in gruppo, non mancano gli omogeneizzati dagli ingredienti chimici portentosi, e un tunnel sotterraneo della linea telefonica di un call center.

E c’è un uomo, che se ne va in giro con una bambola gonfiabile presentandola agli estranei come la sua compagna.
C’è un tizio, che compare nelle televendite dimostrando al pubblico dei mini aspira-polveri capaci di succhiare il sudiciume più ostinato dell’incavo dell’ombelico.
E una donna, che gira con una sciarpa al collo per un ovvio motivo di raganella.

C’è una madre separata in casa dai propri figli che atterra di botto dall’alto e nell’impatto, espelle il figlio di 8 mesi dall’utero e dall’esplosione, il figlio nasce senza gamba.
E c’è una gamba con uno scomparto segreto, al cui interno nasconde ogni tipo di droga possibile.
E un genio.

C’è un pappagallo che recita sermoni cristiani in tv, confondendo princìpi teologici con qualche discorso erotico e ci sono i mille impieghi che può avere un manico di scopa, a patto non intendiamo un manico di scopa come qualcosa di assoluto.

Ci sono Lenore senior e Lenore junior e saranno proprio loro a farci da Caronte in questo gioco di cerchi.

David Foster Wallace invece non c’è più, così ha deciso, e questo è un gran peccato.




giovedì 10 luglio 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n 60 "BUIA" M.Ferrario


Titolo: “Buia”
Autore: Matteo Ferrario
Edito: Fernandel
Numero pagine: 124
Mese: Maggio 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: aver partecipato di persona alla presentazione del libro, lasciandomi convincere dalla sensibilità dell’autore.


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Una svista all’anagrafe, fa nascere Buia.
Se chiedete a Buia perché da grande vuole fare la macellaia, lei vi risponderà “per toccare la carne cruda tutte le volte che voglio” (da grande poi diventerà vegetariana, ma questo è un altro discorso).
Se le chiedete Che lavoro fa tuo padre? Lei vi risponderà “il trasportatore” il che per lei equivale ad essere la figlia di un esploratore.
Buia ha una madre che non va a prenderla a scuola, per questo Buia ha sempre con sé le chiavi e per questo è lei a cucinare “per fortuna” vi direbbe, se le chiedeste.

Buia ha una maestra con un sorriso cattivo e che probabilmente si sente simpatica quando decide d’uscirsene con frasi tipo “Buia, accendi la luce!”
Buia si chiude
nei bagni dei maschi, Buia è una specie di maschio racchiuso in un corpo da femmina, pensa che il suo è un nome di merda, non ha troppa pazienza, e a un certo punto, scopre per scherzo che gli uomini gliela leccano alle donne mica certo per punizione; che lo fanno nei film porno, ma anche nella vita reale.

E Buia possiede una dose di disincanto ben superiore a quella di parecchi adulti.

E il tempo passa.
E Buia comincerà ad indossare prima degli anfibi mezzi stracciati, dei jeans strappati e una canottiera di non si sa quale gruppo, poi un’uniforme della vigilanza privata.
Buia è stata anche una raccoglitrice di pomodori, e la sua abbronzatura malsana da muratore non nasconde nemmeno quest’esperienza.

Buia non crede nell’amore, e preferisce parlare di fronte a un uomo quando non ha un’erezione.

Buia ha delle cicatrici che iniziano appena sotto l’ombelico.

Ma non c’è solo Buia, ci sono anche una serie di pagine capaci di farti venire il fiato corto, di farti serrare i denti e sgranare le pupille e pure incazzare, come quando t’incazzi davanti a qualcosa e per tutta risposta puoi solo alzare le mani in segno d’arresa.

Come quando ti ritrovi davanti a qualcuno con una pistola, e tutto intorno diventa un’immagine in bianco e nero.
Sarà facile immaginare a questo punto Buia.
Un rivolo che scende da un lato del suo viso.
Potrà sembrarvi sudore, in un primo momento.
Convincervi possa trattarsi di una lacrima.
Ma sarà qualcosa di ancor più salato.

martedì 8 luglio 2014

RECENSIONE Senza Candeggio n 59 "DISASTRI" D. Charms




Titolo: “Disastri”
Autore: Daniil Charms
Edito: Marcos y Marcos
Numero pagine: 193
Mese: Maggio 2014
Motivo che mi ha spinto alla lettura: consigliato –indirettamente- da Paolo Nori (che l’ha pure   tradotto)


RECENSIONE E OPINIONI DI DUBBIA UTILITà.

Cari amici,
in questa (e per brevità dico solo “questa” sotto intendendo in “questa Recensione Senza Candeggio con opinioni di dubbia utilità”) parlerò di un libro e di come la minestra diventa cattiva quando ci versi dentro la sabbia.

E di come dentro a questo libro, ci sono così tanti personaggi strampalati, che ti viene da pensare che nei negozi adesso, vendere vendono dei cetrioli che forse si vede deve andare così.
E magari, ti viene davvero da pensare che esistere, esistono per davvero delle cornacchie con 4 gambe, che a dire la verità ne hanno 5, ma di questo non vale la pena parlare.

E tutto, è così insieme assurdo e divertente,
che a ben penare,
sono 3 giorni che non mangio cioccolata.

Si sappia infine che un critico russo, un giorno, ha chiesto alla seconda moglie di Charms di scrivere le sue memorie sullo scrittore.
Ma non ha potuto farlo.
“Sono passati troppi anni, non mi ricordo niente”
ha detto la seconda moglie di Charms, al critico russo.